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02.02.2012 in Ticino Management - keywords: arte, gallerie

Spazio all'arte

La galleria Matasci Arte di Tenero e la Fondazione Matasci per l’Arte di Riazzino: due tappe obbligate per gli amanti dell’arte contemporanea e… del buon vino.

È una storia curiosa e anche un po’ magica quella di Mario Matasci. Enologo di professione, Matasci decide, una mattina di 42 anni fa, di voler ‘consacrare’ interamente la sua vita all’arte in seguito a un fortunato e illuminante incontro: quello con il pittore svizzero Erwin Sauter. 

Matasci, il più giovane di tre fratelli che con lui si occupano dell’omonima azienda vinicola, compra il suo primo quadro proprio da ‘Wini’ Sauter. Il pittore, originario di Davos, gli propone di esporre le proprie opere nel vecchio scantinato in disuso di Villa Jelmini a Tenero - adiacente alla ditta Matasci e adibito oggi a ‘museo del vino’ - nel luglio del 1969. 

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La mostra, allestita nelle cantine, attira un discreto numero di curiosi e appassionati, suscitando l’interesse degli artisti - giovani e meno giovani - desiderosi di esporre. Detto fatto: Mario Matasci coglie con entusiasmo le proposte di pittori, scultori, ma anche attori e musicisti, dando vita a un’esperienza senza precedenti sul territorio. «In seguito alla prima esperienza espositiva», racconta Mario Matasci, «hanno iniziato a susseguirsi, nelle nostre cantine ‘riadattate’ per l’occasione, mostre, happening, spettacoli e performance musicali e teatrali: ricordo, per esempio, l’interessante esposizione collettiva del 1971 di Filippo Boldini, Giovanni Genucchi e Gualtiero Genoni. L’idea di aprire una galleria, però, è maturata solo qualche hanno più tardi, quando l’esigenza di offrire una proposta meno eterogenea e più articolata ha iniziato a manifestarsi sia da parte mia, che da parte degli artisti e della critica». 

In Ticino non mancava allora, come negli anni Trenta e Quaranta e nei decenni ancora precedenti, un’attiva produzione artistica, ma scarseggiavano i punti di riferimento. «Le gallerie d’arte aprivano e chiudevano nel giro di poco tempo, e anche il Museo Cantonale era di là da venire». Le cantine di Villa Jelmini, ovviamente, non bastano più e tra l’altro avevano condizioni climatiche ostili alla conservazione e all’esposizione di sculture e dipinti: sotto la guida di Mario Matasci e grazie all’aiuto dei fratelli maggiori, vengono sgomberate le sale dei due piani superiori di Villa Jelmini che si aprono, nel 1977, a un nuovo ciclo di  mostre e rassegne, facendo della ‘neonata’ galleria uno dei primissimi spazi espositivi pubblici in tutto il Cantone.  

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Mario Matasci, divenuto appassionato collezionista e manager nell’azienda di famiglia, sente l’esigenza di un aiuto sia materiale, che di tipo storico-iconografico: amici intellettuali come Piero Bianconi e Virgilio Gilardoni si dimostrano preziosi ‘consiglieri’ e, più tardi, partecipano attivamente all’attività espositiva ed editoriale della Galleria Matasci. L’importanza di ‘lasciare il segno’, di ricordare le mostre presentate e far riflettere il pubblico allo stesso tempo si manifesta ben presto per mezzo dei cataloghi che, in maniera più o meno sistematica, iniziano a susseguirsi mostra dopo mostra. Ancora oggi le edizioni Matasci ricoprono un ruolo importantissimo all’interno dell’operato della galleria. Le edizioni curate da Mario Matasci propongono, oltre ai numerosi cataloghi, un interessante libro dal titolo ‘Arte a Tenero’, che ripercorre la storia della galleria e traccia un profilo - sintetico e completo al tempo stesso - degli artisti proposti e collezionati. 

Non mancano le edizioni critiche che, a partire dagli anni Ottanta, vengono ampliate e completate in un’ottica che privilegia il rapporto di studio e intimità intellettuale tra il gallerista e gli artisti collezionati, al di fuori delle logiche di mercato e ben oltre la mera esposizione di dipinti, sculture o disegni: «Credo che la conoscenza approfondita delle vicende personali di un’artista e, perché no, una sorta di ‘empatia’ nei suoi confronti siano importantissimi per un collezionista o per chiunque desideri avvicinarsi all’arte. Nel mio caso, quello di un ‘dilettante’ innamorato dell’arte ormai da una vita, l’empatia e la sete di conoscenza hanno giocato un ruolo fondamentale», spiega Mario Matasci. 

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Non appena si varca la soglia della galleria Matasci Arte, che da un paio d’anni si è trasferita sopra il negozio di vini, due sono le peculiarità che balzano agli occhi dell’osservatore. Innanzitutto, la qualità delle mostre (l’ultima è  un omaggio al pittore di origini polacche Edmondo Dobrzanski) e la volontà, da parte di Matasci, di coinvolgere concretamente il pubblico: «Accade spesso che, in occasione delle mostre, si chieda ai visitatori di compilare un questionario, che gli permetta di riflettere ed ‘entrare’ nell’opera d’arte», spiega Mario Matasci. 

Questo particolare e innovativo metodo si rivela utile anche per scegliere le opere da esporre nel Deposito, il nuovo spazio di Riazzino aperto circa due anni fa da Mario Matasci, che ospita le collezioni e una vastissima biblioteca, aperta al pubblico la domenica. «Si tratta di uno spazio polifunzionale, di una Fondazione per l’arte, che permette a tutti di fruire liberamente delle opere e del materiale bibliografico senza alcuna restrizione», racconta il gallerista. L’ampio spazio di Riazzino, infatti, ospita decine di opere d’arte esposte a cicli per ovviare al cruccio di ogni gallerista: quello di dover spesso  tenere chiuse in un magazzino le  opere. 

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Presso la Fondazione è possibile ammirare una vastissima selezione organizzata per artista, da Franco Francese a Varlin, passando per opere di Otto Dix, Ennio Morlotti, Tino Repetto, ma anche Käte Kollowitz, Louis Soutter o Edward Munch. Il filo conduttore della collezione Matasci è rappresentato da un forte radicamento al territorio (sono esposti i più importanti artisti svizzeri ed europei che abbiano intrattenuto qualche legame con il Cantone), ma anche da un’aura un po’ malinconica, che si rispecchia nella sofferenza e nella riflessione esistenziale di opere come la Salomé di Marianne Von Werefkin, oppure nell’amarezza della Donna alla finestra di Johannes Robert Schürch. 

«Credo che l’arte, quella più sincera e senza ‘fronzoli’, nasca nella maggior parte dei casi dalla sofferenza, da una seria indagine morale sul mondo: si pensi ai capolavori eseguiti nel Primo e nel Secondo dopoguerra di artisti come Käte Kollwitz, Dobrzanski, Music,… L’artista», continua Matasci, «è prima di tutto colui che ha davvero qualcosa da dire, che traspone su tela le proprie emozioni, denunciando le ingiustizie o, più semplicemente, riflettendo sulla realtà che lo circonda. Va da sé che la prima parte del Novecento, anche nel nostro territorio, non lasciasse molto spazio alle aspettative più rosee: al di là dell’indiscutibile ruolo giocato dalle due guerre, anche le possibilità per coloro che intraprendevano la carriera artistica erano limitate e, spesso, pittori e scultori erano obbligati a vivere nella povertà e nell’indigenza». 

Il merito che va riconosciuto a Mario Matasci è quello di aver reso accessibile l’arte a un pubblico sempre più eterogeneo sin dai periodi più ‘difficili’, anche per il Ticino. 

Non da ultima, la volontà di indirizzare un collezionismo specialistico e di ampio respiro al tempo stesso, con un’innata capacità di scrutare l’anima degli artisti che, oggi, si offrono agli occhi dei visitatori nella loro calma inquietudine, tra presente e futuro.

Angela Mollisi


 



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