22.07.2011
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Ticino Management - keywords: editoriali
L’onda lunga del 2008
Si fa presto a fare il "guru" dell'economia. Si prevede una crisi finanziaria. Se poi la previsione si avvererà fra cinque giorni o cinque anni non importa, l'essenziale è poter dire che la crisi era stata prevista.
Chi come noi gioca per vincere o perlomeno ‘tifa’ per una economia che crea benessere, vorrebbe chiedere a questi economisti qualcosa di diverso. Se tutte le crisi future o passate sono legate all’eccesso di speculazione, come mai nessuno, e dico nessuno, propone soluzioni né politiche né pratiche?
A chi conviene perpetuare questi squilibri? Non ai risparmiatori, che tutto sommato non hanno raccolto in questo primo semestre rendimenti significativi dai loro investimenti in borse, monete o merci e in tutta la marea degli strutturati (mentre almeno titoli o mercati ben messi, con le regole delle logiche economiche, non deludono).
Forse conviene per assurdo proprio ai politici questa iper speculazione, come paravento alle inefficienze governative, perché la crisi del 2008 ha un’onda lunga che non è stata risolta e non può essere risolta dalle singole nazioni. Eppure questo nessuno lo dice. Ogni settimana vediamo foto di leader politici sorridenti in fila a Francoforte, Bruxelles, New York o altrove e conferenze stampa promettenti. Si ha l’impressione che in un contesto multilaterale gli Stati ‘che contano’ abbiano le carte in regola per mettere in atto le misure correttive necessarie. Ma non si vede nulla di concreto.
Che il disordine planetario dei debiti sovrani esista è evidente. Ma nell’Unione europea in tre anni di discussioni non è stata presa nessuna decisione, se non aumentare delle linee di credito presentate oggi come soluzione e domani come pericolo per l’area intera. È mai successo in questi tre anni che queste chiacchiere abbiano risolto il minimo impasse? Intanto il problema si aggrava. Oggi se la Grecia volesse chiedere soldi al mercato dovrebbe pagare il 20%. Fa niente, pagheranno i contribuenti europei: e se domani lo stesso accadesse alla Spagna o ad economie di ben altre dimensioni? E non vogliamo pensare al deficit statunitense! Certo, gli Stati Uniti hanno sempre la possibilità di far pagare al mondo intero le loro soluzioni, per esempio abbassando il dollaro o bruciando con l’inflazione il valore dei loro debiti. Il fatto è che oggi il pianeta è diviso in due. C’è un motore asiatico che ha aumentato il benessere di centinaia di milioni di persone e ha prospettato un incredibile rilancio di nuove opportunità, che sono ricadute a pioggia in America Latina e potrebbero rilanciare l’Africa. C’è l’immenso capitale dei giovani di questi continenti.
E poi ci sono i paesi a crescita negativa e a produzione zero, con popolazioni anziane e debiti crescenti. E sono questi ultimi a presiedere i convitti e le sedi decisionali. Banca Mondiale agli americani, Fmi ai francesi quasi per diritto divino, Ocse agli europei. Eppure in genere sono gli alunni bravi a salire in cattedra, non quelli più volte bocciati. La tanto criticata Cina ci sta dimostrando che è possibile passare dal libretto rosso di Mao a libri contabili ineccepibili, dal socialismo allo sviluppo reale sorretto da prospettive di lungo termine. E non andiamo a fare la morale dicendo che il loro sviluppo non sarebbe sostenibile. Prima noi occidentali dobbiamo portare dei risultati, e poi si vedrà.
Valerio De Giorgi