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12.05.2011 in Ticino Management - keywords: editoriali

L'economia non è una scienza esatta

L’Europa (o perlomeno quella che più ci interessa) mantiene un ciclo economico a due velocità: la Germania e i suoi satelliti (Scandinavia, Benelux, Polonia, Cechia e Slovacchia, Austria e Svizzera), viaggiano o addirittura corrono a buon ritmo, mentre l’Inghilterra e la Francia con tutto l’arco del Mediterraneo e il Portogallo (con la sola eccezione della Turchia in gran spolvero) hanno un tasso di progressione economica inferiore ormai ai due punti dell’inflazione.

Sui soliti ‘rimandati’ per le finanze pubbliche - Grecia, Spagna e Portogallo, ma non solo - il discorso sarebbe più lungo, ma gli analisti ci dicono di aspettare l’autunno, quando anche la Bce dovrà scoprire le carte nel bene e (speriamo non troppo) nel male. 

Discorso a parte per l’Inghilterra, che per molti analisti è sempre in una fase di rifondazione economica. Fase un po’ lunga, visto che in questi decenni ha perso ogni vestigia del suo potere coloniale, la supremazia sui traffici mondiali, il settore metalmeccanico, la sua industria automobilistica mantenendo solo la predominanza regionale nella finanza. Perfino l’autosufficienza energetica con il petrolio del mare del nord (ormai scozzese) non basta più a portarla ai fasti d’altri tempi, anche perché in parte le piazze asiatiche perse come Hong Kong o Singapore sono diventate, da grandi partner, grandi concorrenti. 

Gli squilibri monetari rendono più difficile risolvere i problemi. Nazioni come l’Italia e la Francia, grandi produttrici di prodotto a basso-medio valore aggiunto, si trovano a dover concorrere non tanto con l’Asia ma con l’Europa dell’est e la Turchia. I Benetton hanno affermato di non produrre più niente in Italia, tutto in Turchia e un importante stabilimento sta per essere inaugurato in Serbia con i fondi di Bruxelles. 

Sulla concorrenza asiatica si sono già spese molte parole, ma in questo caso preferiamo vedere il bicchiere mezzo pieno, perché non solo nel lusso ma anche nell’arredo, nell’auto e nei grandi impianti tecnologici l’Asia è diventata il primo acquirente mondiale.

L’Europa si complica la vita con politiche salariali che impediscono il rilancio dei consumi e un marketing che privilegia il prezzo più basso in qualunque settore, rendendo difficile ogni politica di crescita. Non reggono neanche più le giustificazioni di certi governi che accusano ancora l’ultima bolla finanziaria come l’origine di tutti i mali, anche perché le massime strutture bancarie di molti paesi sono ampiamente influenzate dai governi in carica.

A noi piace osservare e capire i trend economici anche attraverso l’economia reale delle migliaia di aziende presenti agli appuntamenti fieristici che dall’inverno alla primavera - e l’Europa ne è ancora protagonista - attirano acquirenti dal mondo intero. Anche in questo caso appare un fenomeno nuovo, non tanto ormai la citata dislocazione delle produzioni, ma proprio anche l’adeguamento dell’offerta ai gusti dei nuovi mercati che, come accennato, sono soprattutto i 2,5 miliardi di consumatori asiatici. L’Europa rischia di svuotarsi di un suo stile secolare della tradizione dei grandi marchi europei invidiati da tutto il mondo, unici e inimitabili; un fascino che se viene perso per cedere a ulteriori conquiste di mercato annulla il meglio dai prodotti stessi.

L’economia non è una scienza esatta, è un misto affascinante d’arte, cultura del territorio e abilità della grande tradizione artigianale. L’automobile, il profumo, la borsa, l’orologio, l’arredamento, i lampadari e l’abbigliamento sono la sintesi di tutto questo. La Mercedes a marzo in Cina ha venduto l’88% in più rispetto allo stesso mese del 2010, ma non ha cambiato neanche una maniglia.

L’Europa è sempre un punto di riferimento per tutto il mondo, anche perché sommando il Pil di tutti  i suoi Paesi è ancora il continente più ricco e produttivo del pianeta. Ma non solo: nel decennio in corso sono attesi considerevoli sviluppi per il turismo, che dovrebbe dall’Asia portare tassi di sviluppo non indifferenti. Se uniformiamo anche le cose che tutti ci invidiano, rovineremo le attrattive che ci distinguono e i signori del web avranno veramente vinto proprio tutto.

Valerio De Giorgi



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