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10.03.2011 in Ticino Management - keywords: editoriali

Soldi alle famiglie a Bengasi come a Bergamo e a Berna

Più del petrolio è aumentato il cotone. La materia prima necessaria per fabbricare una T-shirt è passata da 0,5 a 1,3 franchi. Colpa della ’rivoluzione’, virgolette d’obbligo fino a quando non si capisce che governo ne uscirà, in Egitto.

Si attende ancora di capire se l’offerta di idrocarburi sarà davvero in riduzione. Sicuramente aumentano i prezzi.

La causa, ci informano, è la domanda di ogni materia prima: il mondo consuma come non mai. In Cina, in India e in Africa la classe media cresce in dimensione ed esigenza. E lo stesso avviene anche in Turchia: oltre il 10% l’aumento del Pil nel 2010, ormai è fra le 15 economie più grandi e ha un debito pari al 40% del Pil. In dieci anni borsa e consumi sono saliti del 150%. La crescita nei prezzi delle materie prime deve molto all’aumento della domanda, è vero, ma questo è un trend di lungo termine che non spiega i recenti ‘strappi’ delle quotazioni.

Più che negli shopping center di Shanghai e Bangalore il colpevole va cercato nelle banche centrali di Washington, Francoforte e Londra. L’inondazione di moneta a costo zero permette di speculare su tutto quello che si muove e sicuramente anche la fortuna delle borse non ne è esente. Si offre denaro a tutti fuorché alle imprese: le uniche, fino a prova contraria, in grado di creare un valore aggiunto vero, non ‘di carta’. Anzi esiste il rischio che alla prima riduzione nel flusso di liquidità si riduca anche il credito alle imprese in Europa e negli Stati Uniti.

Parliamo di piccole, piccolissime e medie imprese che non possono emettere corporate bond e azioni e che non possono nemmeno spostare gli utili dove gli pare. Parliamo anche delle famiglie. Il prelievo fiscale è forte, soprattutto su quei 100 milioni di europei (cioè metà dei salariati) che non arrivano a 1.300 euro mensili. Si parla giustamente della disoccupazione ma è la ‘cattiva occupazione’, i lavori pagati male e tassati peggio a impedire lo slancio dei consumi e la latitanza dei consumi è la causa principale del mancato dinamismo economico.

Se dimentichiamo questi elementi, siamo condannati a guardare solo le ombre delle cose e le ombre sono l’attualità. Io non so quale forma di governo si daranno i Paesi del Maghreb e non ho voglia di andare a misurarla per vedere quando è simile alla forma ‘giusta’, c’est-à-dire la nostra. Io spero però che in Nord Africa si pongano le basi di un’economia diversa.

Ormai non mancano in questi Paesi persone che ‘sanno leggere e scrivere’ e potranno costruirsi quelle politiche economiche sostenibili (terra, sole e acqua, dicono in Gabon, bastano per fare agricoltura), capaci di dare il necessario benessere per mantenersi democratici e indipendenti. È ridicolo affermare che in Libia il reddito annuo pro capite medio è di 12 mila dollari a testa, se così fosse non vi sarebbe nessuno nelle piazze. I 60 miliardi di Pil sono tutt’altro che equamente divisi in Libia e lo stesso vale negli altri Paesi dell’Africa.

Dove sono? Per fortuna la famiglia Gheddafi non li ha spesi tutti. Il governo e la banca centrale hanno investimenti negli Stati Uniti per 30 miliardi, importanti pacchetti azionari in Italia e altri Paesi Europei. I fondi ‘privati’ sono stati bloccati in Svizzera e perfino a Londra e a Dubai. Insomma, se la popolazione libica vorrà ripartire, ha a disposizione un bel tesoretto da investire nel modo migliore e cioè su se stessa. Noi europei ne trarremo un beneficio maggiore di quel poco che potevamo lucrare accettando l’iniquità e la dittatura.

Valerio De Giorgi



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