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08.02.2011 in Ticino Management - keywords: editoriali

L'ottimismo di chi lavora

Chi ci segue sa che non abbiamo mai avuto dubbi: la forza dell’Unione Europea e dell’euro risiede nella virtuosa Germania.

La grande Cancelliera Merkel, definita tutto l’anno come incompetente, ha salvato ancora una volta la situazione. Ora tocca a lei spiegare alle famiglie tedesche che danno lavoro agli altri 4/5 della popolazione dell’Unione. 

Il sogno degli Eurobond non riesce a svanire ma i fautori sanno che gli stessi non trovano le basi legali per il lancio. Nel frattempo la Bce, con il ‘fondo salva stati’, garantirà i paesi sofferenti dagli spread alti.

A noi questa soluzione non piace. Chi ha voluto fare lo sgambetto ai tedeschi “obbligandoli” a sottoscrivere i debiti di tutti non fa che prolungare illusioni, senza affrontare cause e rimedi, delle profonde voragini pubbliche o quasi pubbliche. 

Stiamo pensando anche all’Italia? Si e no. Il debito pubblico è quello che è ma il patrimonio privato (al netto dei mutui) supera gli  8.200 miliardi di euro. Virtuosità delle famiglie italiane certo ma anche generosità dello Stato che ha contribuito a questo risparmio versando copiosi interessi reali alle famiglie (soprattutto dal 1975 al 1995) pur svalutando senza sosta. 

L’Italia sembra comunque ben piazzata per cogliere gli effetti di traino che Germania, Asia e Russia possono offrire per la variegata offerta di prodotti di fascia alta nella moda, nell’arredo, nell’alimentare, nelle macchine utensili. E c’è ancora l’incognita del turismo che potrebbe riprendersi e meravigliare con i suoi dati nel prossimo quinquennio. Manca qualcosa? Sì, manca la domanda delle famiglie, condizione essenziale per una ripresa solida. 

A nostro avviso uscirebbe anche più velocemente dall’impasse se per una volta i salari dell’area Euro finissero di cercare la concorrenza con l’est Europa o peggio la Cina, cosa impossibile. In questo decennio i profitti delle aziende sono andati agli azionisti, ma se venissero ripartiti con i lavoratori avremmo un rilancio dei consumi con benefici per tutti. 

Se si imposta la questione in modo corretto, come ha fatto la Germania, si riesce a stare sul mercato anche nelle produzioni a medio o basso valore aggiunto. Se si cerca di vincere per il prezzo e si cerca il prezzo pagando il meno possibile i lavoratori, come ha fatto il resto d’Europa, si perde tutti. Le auto oggi non sono esattamente un prodotto hi-tech. E rimangono un prodotto ad alta intensità di lavoro. Eppure le aziende tedesche vanno a gonfie vele. Invece di disperdere l’energia del management in conflittualità sindacali si sono concentrate sul trovare sbocchi di mercato. 

Dai dati di una recente presentazione di Julius Bär vediamo che nell’industria dell’auto tedesca Audi, Mercedes e Bmw hanno visto aumentare nel 2010 le vendite in Cina dal 40 al 300%, vendendo soprattutto nelle ammiraglie più care. In Cina nel 2010 sono state vendute 10,8 milioni di auto con un’attesa di 12,1 milioni per il 2011 (quando c’è benessere ci assomigliamo tutti). Caro dottor Marchionne: come mai in Cina la Fiat non c’è? 

In Svizzera il problema numero uno oggi per chi esporta (cioè per quasi tutti) è il franco salito a livelli ‘fuori dal mondo’. Secondo Christian Gattiker-Ericsson di Julius Bär la rivalutazione si calmerà nel 2011. Ce n’è bisogno, vorremmo che la rivalutazione speculativa degli anni ‘90 fosse l’unico brutto ricordo.

Valerio De Giorgi



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