13.10.2011
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Ticino Management - keywords: editoriali
Una fideiussione da 211 miliardi
Solo chi segue da molto vicino la politica tedesca può comprendere appieno il ‘caso Europa’ e seguire la saga della sua moneta principale.
Il presidente degli Stati Uniti nel suo appello per spingere l’Europa a evitare una nuova crisi bancaria di ben altre dimensioni rispetto a quella americana, non ha capito che l’Europa politica non esiste e quindi il suo appello era privo di interlocutori. Lo stesso vale per le voci allarmate da Tokyo e Pechino, ottimi acquirenti di bond sovrani e di Efsf.
È una storia contorta in cui ‘tutti accusano tutti’, e dove la responsabilità maggiore è attribuibile alle banche che volevano assicurati i prestiti devoluti ai ‘sovrani’ del Sud Europa, mentre le risposte della politica erano vaghe, anche se non inspiegabili. L’unico elemento sicuro è chi pagherà o potrebbe pagare il conto. La Germania che dovrebbe dare garanzie, una sorta di fideiussione per 211 miliardi di euro assicurandosi però una Maastricht 2, con regole molto più rigide per i bilanci governativi; per ora però nessuno ha fissato la data.
La Cancelliera tedesca ha convinto tutta la Germania, lasciando sprofondare Bruxelles e Strasburgo nel totale anonimato. Chi cita ormai ancora le due capitali d’Europa? Ormai si parla solo di spread e Bce. È l’unico alibi di tutti i governi e di tutti i politici dell’area euro, i quali su questa base riescono pure a giustificare le tasse su salari inferiori ai mille euro.
Ogni euro tolto ai salari bassi è un euro di consumi e acquisti in meno. Lo stesso non vale per le tasse che colpiscono i patrimoni medi e medio alti. Quali piani di crescita si possono fare penalizzando i consumi? Per paura di quale fantasma nessuno parla di imposte patrimoniali che darebbero la possibilità di sanare i bilanci pubblici ed esonerare dalla tassazione qualche milione di salari anche sotto i mille euro?
La patrimoniale è l’unica soluzione per far decollare quella crescita chiesta ormai da tutta Europa. Per evitare il contagio economico che colpisce ormai anche i Paesi virtuosi: Germania, Benelux e Scandinavia, e mette alla finestra della ripresa anche il vicino Est. Lo scenario non è complesso e le soluzioni sono semplici. La causa di tutto è la mancata ripresa.
In Svizzera il problema è un altro: 4,7 milioni di abitanti su 8 tutte le mattine vanno a lavorare, ma producono beni e servizi gravati da una sorta di ‘dazio’ del 30% o più. Il dazio è dato da una moneta diventata bene rifugio del mondo. Lo avevamo già detto a giugno, non si può scherzare; se è necessario, per tutte le aziende serie che fabbricano ed esportano, deve essere previsto un intervento pubblico. Non un sussidio all’export ma un cambio garantito. Agire sulla causa (la forza del franco) è difficile, forse impossibile. Agiamo sugli effetti, precisamente sugli effetti negativi, cioè la diminuita competitività delle esportazioni. Le finanze federali hanno le casse strapiene e possono evitare che si arresti una ripresa innescata con tanta fatica. Nel contesto europeo in continua volatilità si deve agire con coraggio politico.
Valerio De Giorgi