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13.09.2009
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Ticino Management - keywords: editoriali
Della Cina e delle banche
Non ci sono ancora dati economici e ‘scientifici’ che permettano di capire quello che è successo.
È chiaro che i governi occidentali hanno un problema in più da trattare, l’industria della finanza, fortemente legata ai budget statali, punto di arrivo e partenza di tutte le nostre fortune. Negli anni buoni (per le banche) ne traggono tasse, negli anni cattivi (per tutti) le sussidiano.
Solo quest’ultima, delle 108 crisi bancarie dal 1900 a oggi, ha visto interventi statali a favore di singoli istituti non pubblici o non resi pubblici. Non avendo esperienza del passato altri assestamenti non sono esclusi.
Possiamo, fra le stranezze del momento, pensare che gli andamenti di borsa assolutamente in controtendenza con i risultati delle società quotate dipendano dai miseri interessi offerti dalle alternative presenti nel mercato finanziario, obbligazioni di stato in testa, ma anche dalla valanga di capitali che le banche centrali hanno concesso a mezzo mondo e che ora cercano remunerazioni ma sopra la media. Si tratta di un primo annuncio della forte inflazione annunciata? Non lo pensiamo, in quanto i consumi sono ancora troppo deboli.
Pensiamo positivo e vediamo con attenzione che la Cina sta usando una parte dei suoi risparmi per promuovere consumi interni di tutti i tipi, dalle lavatrici all’elettricità per illuminare le strade. I numeri parlano di aumento del Pil, ma anche di un sempre più diffuso benessere nella popolazione. In Occidente si sta ancora valutando questo fatto con un certo scetticismo, perché comunque non aumenta l’interscambio commerciale.
In realtà questa fase di ripresa dei consumi è il presupposto per allineare ulteriormente la Cina agli standard occidentali. A conferma resta il fatto che l’Impero di mezzo ha, nel secondo trimestre, aumentato gli acquisti all’estero, per l’acciaio del 41%, per il rame del 140%, per il carbone del 300%, per l’alluminio del 400%; sicuramente gli attenti cinesi hanno ‘fatto provvista’ approfittando dei prezzi bassi, ma anche perché il programma economico necessita di questo e di più.
Anche questa volta abbiamo parlato della Cina. Lo facciamo spesso in quanto Cina e India - siamo convinti - ci aiuteranno a uscire dalle ‘secche’; stiamo parlando di un’area geografica che ha più di cinque volte gli abitanti dell’Europa.
A questo punto è necessario che anche l’industria della finanza creda alle potenzialità aiutando le nostre imprese ad allargare il campo di business, perché nel processo di cambiamento dell’economia non saranno più i 270 milioni di americani ad assorbire gli eccessi di produzione, come nell’ultimo decennio. Saranno gli asiatici. Se avremo il coraggio e i finanziamenti per presentarci.
Valerio De Giorgi
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