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23.07.2009 in Ticino Management - keywords: editoriali

Addio crescita, guardiamo allo sviluppo

Il tema non è: “quando inizierà la ripresa?”. La domanda è mal posta. Per cominciare, questo è uno stop economico molto differente da quelli del secolo scorso, compreso quello epocale del 1929 . Allora il quadro era ben più limitato, gli attori di quell’economia avevano caratteristiche diametralmente opposte e la regia (politica) solo a sprazzi aveva le caratteristiche delle democrazie. La domanda è: “che ripresa vogliamo?” oppure “cosa intendiamo per ‘ripresa’?”.

 

Dopo questo primo semestre fittissimo di eventi straordinari - borse che crollano, borse che raddoppiano il valore, petrolio giù, petrolio su, G8, ecc. - abbiamo registrato le opinioni degli analisti di quattro rinomati istituti e, come si potrà vedere nelle pagine dedicate, le posizioni spesso sono divergenti, al punto da confermare solo come nella situazione attuale il cantiere è tuttora aperto. Anche l’ultima appendice dei proclami da L’Aquila non è certo destinata a far scattare immediatamente l’economia. D’altra parte non vediamo con eccessivo pessimismo le sorti economiche del pianeta. 
L’Asia tutta compresa ha ormai la forma di un grande salvadanaio stracolmo di dollari e per questa frenata soffre meno di altri. Si vede un’attività non indifferente da parte di arabi e cinesi, ma anche di russi, interessati ad investire soprattutto in Europa. Magari sono proprio loro a immettere liquidità nell’economia reale (mentre governi e Bce innaffiano soprattutto le banche), affinchè finalmente si trovi il coraggio per far partire progetti che da più di un anno sono fermi nei cassetti. 
L’industria dell’auto - 74 milioni di unità prodotte nel 2008, l’8% dell’economia mondiale - ha immediatamente capito che la clientela ha bisogno non solo di parole, ma anche di fatti. L’auto deve consumare meno e, se possibile, non inquinare per niente. Proprio al rilancio di questo settore la nostra testata ha voluto dedicare un’approfondita storia di copertina e ha trovato in tutti gli attori della filiera un accordo completo. Questa sarà la strada. 
Un altro articolo è dedicato al progetto ‘Desertec’, che potrà dare all’Europa un sesto del suo fabbisogno di energia utilizzando il vento e il sole che abbondano (forse è la sola cosa che abbonda) nella fascia che va dal Marocco e dalla Mauritania fino al Mar Rosso e anche oltre, verso la Giordania. Un progetto che potrà portare sviluppo in Africa e offrire un’alternativa al petrolio per il Medio Oriente. La parola ‘sviluppo’ sarà quella da coniugare - e non più ‘crescita’ - non abbiamo dubbi su questo. La crescita è fine a se stessa. Lo sviluppo non avviene che nel rispetto dell’uomo e dell’ambiente. A chi di questo progetto critica i costi, stimati in 400 miliardi di euro, vorremmo ricordare che il crack dell’industria della finanza ai conti attuali è già costato quattro volte tanto. Nella stessa direzione va l’importante e ben dettagliato studio della banca Sarasin, che ci porta sempre in questa edizione a capire ancora meglio i bisogni e soprattutto quante opportunità si possono creare nel settore delle energie alternative.
Resta l’incognita della moneta stampata per rimettere in sesto i mercati finanziari. Ma almeno per una volta nessuno Stato può permettersi di far colpi di testa con operazioni speculative e tanto meno il sistema bancario, che di ordine da fare ne ha ancora parecchio. 
A questo proposito ci fa piacere vedere che le regole del Basilea II, che per far ordine nelle banche imponevano l’aggiudicazione di rating punitivi alla clientela, hanno tutta l’aria di essere morte e accantonate, con l’ipotesi di un Basilea III che, secondo quanto viene promesso, intende riabbracciare l’economia reale (credito) e imporre quelle rigidità (riduzione del leverage) alle banche verso desideri di infinita onnipotenza, che per raggiungere i sogni di Re Mida hanno portato ai risultati che conosciamo. I maestri che hanno escogitato Basilea II pensavano che le imprese rappresentassero un rischio per le banche. La realtà ha dimostrato che era vero l’esatto opposto.

Valerio De Giorgi

 

 



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