18.06.2009
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Ticino Management - keywords: mercati, USA
Non fu vera gloria
Non c’è stato bisogno dei posteri per emettere l’ardua sentenza: il rialzo di primavera ha corretto le sottovalutazioni marcate di alcuni settori, ma non pare preludere a un rally sostenuto, anche perché di ‘vera gloria’ i dati macroeconomici ne mostrano ben poca.
Il panorama congiunturale degli Stati Uniti è pervaso da un insolito ottimismo che «a giudicare dalla realtà degli indicatori economici può apparire quanto meno sospetto», nota Alberto Vivanti, titolare della Vivanti Analysis di Lugano. Dopotutto i principali operatori hanno tutto l’interesse che il mercato salga sia perché un aumento degli acquisti porta un flusso di commissioni, sia perché molti player stanno piazzando aumenti di capitale ed emissioni obbligazionarie oltre ad avere ‘in pancia’ titoli che ‘marked to market’ possono risollevare i bilanci. Le istituzioni, banche centrali e governi, che dovrebbero essere super partes, hanno poco interesse a deprimere i mercati, anzi in fondo instillare ottimismo e fiducia potrebbe essere una delle misure ‘non standard’ alle quali oggi le banche centrali ricorrono.
D’altra parte abbiamo sempre riconosciuto ai mercati finanziari la capacità di presagire la ripresa, seppure con un anticipo a volte cospicuo, e non possiamo negare che la ripresa di inizio primavera fa sperare in una graduale attenuazione della crisi economica.
Per esempio il presidente della Federal Reserve si è sbilanciato molto, affermando che la recessione dovrebbe esaurirsi nella seconda parte dell’anno, anche se ha ammesso che la ripresa che ne seguirà sarà abbastanza lenta e che ci vorrà del tempo prima che l’economia riprenda a pieno ritmo.
Dopotutto questo sarebbe lo scenario migliore: se l’economia riprendesse a tirare ‘al massimo’ si riaccenderebbero i motori dell’inflazione (salari, prezzo delle materie prime) e diventerebbe più difficile finanziare sul mercato gli impegni presi dai governi. La ripresa a ‘radice quadrata’, come l’ha definita George Soros (un declino imponente seguito da una ripresa e da una fase sostanzialmente piatta) appare insieme la prospettiva più probabile e desiderabile.
Gli investitori devono stare quindi attenti a non farsi troppe illusioni. «Le previsioni di ripresa poggiano sui segnali di stabilizzazione del mercato immobiliare», afferma Alberto Vivanti, «proprio nel settore che ha innescato la recessione è riposta la chiave per lo sviluppo di una ripresa: d’altra parte questi segnali non sono ancora consolidati.
I progressi si possono intravedere, come ad esempio il miglioramento, registrato a marzo, da parte dell’indice che misura le vendite di case. È una buona notizia ma non sufficiente per decretare una ripresa almeno fino a che non si ridurrà la mole di case invendute».
Il parco di invenduto è colossale e una ripresa potrebbe essere segnalata non tanto da un aumento degli acquisti ‘opportunistici’ (incentivi pubblici, tassi tenuti artificialmente bassi) e da prezzi ‘stracciati’ (soprattutto per le case riprese dai creditori), ma da una ripresa dell’attività edilizia, «e questo non sembra ancora il caso, visto che il numero dei nuovi cantieri edili è ancora diminuito ad aprile di un buon 12,8%, contrazione che su base annua supera il 52%», ricorda Vivanti.
D’altra parte una ripresa dell’immobiliare non può che far seguito a un aumento del reddito reale delle famiglie. «E anche qui i dati non sono ancora promettenti. Il reddito dei privati è diminuito dello 0,3% a marzo, i salari dello 0,5% e la spesa dei consumatori è tornata a peggiorare dopo il leggero miglioramento di febbraio», spiega Vivanti, che ha lavorato nel research di diverse banche ticinesi, «la contrazione di 11 miliardi del credito al consumo è una delle peggiori della storia, le vendite al dettaglio sono ancora diminuite ad aprile portando al 10% il calo su base annua».
La domanda è colpita sia dal calo dei redditi, sia dalla disoccupazione che invita a tesaurizzare, sia dalla necessità di aumentare il risparmio, frase che tradotta nella realtà americana significa ridurre i debiti. «Ricordiamo che i capitali destinati alla previdenza sono stati erosi in buona parte dalla crisi finanziaria», sottolinea Vivanti, «risparmiare, vuoi per ridurre il debito nei confronti di carte di credito e banche, vuoi ai fini previdenziali è un comportamento razionale e virtuoso, ma negativo ai fini della crescita, poiché indubbiamente sottrae risorse alla ripresa».
Sul fronte del mercato del lavoro la situazione non è rosea: nel mese di aprile sono andati persi 539mila posti di lavoro, un po’ meno dei 699mila di marzo ma sempre troppi, e il tasso di disoccupazione è ormai vicino al 9%.
Non sorprende allora il cattivo risultato del prodotto interno lordo, che nel primo trimestre si è contratto di un buon 6,1%, più di quel 5% che era stato anticipato. Il peggioramento è stato accentuato dal calo della produzione, che la maggior parte delle imprese si sono trovate costrette ad adottare in presenza di scorte eccessive a fronte del sensibile calo delle ordinazioni registrato nei primi mesi dell’anno.
Sulla base di questi dati sembra più che lecito chiedersi su quali radici affondi l’ottimismo delle ultime settimane. È vero che alcuni segnali anticipatori sono innegabili, come il miglioramento degli indici di fiducia, che risollevano la testa da livelli estremamente depressi, così come quelli relativi all’industria manifatturiera e alle ordinazioni, ma il nocciolo della questione è ancora una volta nel settore finanziario.
Non a caso i risultati dei cosiddetti stress test effettuati per verificare la situazione finanziaria dei 19 maggiori istituti di credito hanno migliorato la fiducia nelle ultime settimane. La Banca Centrale ha espresso soddisfazione nel complesso, anche se a diversi istituti verrà richiesto di rafforzare il loro capitale, ma si auspica che lo faranno in modo autonomo senza ricorrere a nuovi aiuti. «Del resto è noto che se la crisi finanziaria dovesse riemergere come era avvenuto nei mesi passati sarebbe vanificata ogni speranza di ripresa e i mercati ripiomberebbero nel panico», afferma Alberto Vivanti, che comunque ritiene ‘sorprendente’ l’andamento di Wall Street degli ultimi due mesi. Dai minimi di marzo l’indice S&P500 è cresciuto di un buon 37% fino a metà maggio, un rialzo di portata storica che ha riportato le quotazioni ai livelli di inizio anno. Il recupero è stato guidato dai titoli più penalizzati e che avevano guidato i precedenti ribassi, quelli del settore finanziario, ma è interessante osservare un fenomeno, quello del settore tecnologico, il cui indice era progredito a metà maggio del 17% rispetto a inizio 2009.
Si sa che i settori legati alla crescita sono ovviamente i più sensibili alla prospettiva di un miglioramento congiunturale, ma per quanto riguarda i tecnologici vi è qualcosa di più ed è, guarda caso, di natura finanziaria: «le società del comparto dispongono infatti di una notevole dose di liquidità, un fattore che di questi tempi ha la sua rilevanza. Tanto per fare un esempio, l’acquisizione di Sun Microsystems da parte di Oracle è stata possibile grazie alle notevoli riserve della società acquirente. Il settore è, tra i dieci principali, il migliore in termini di attivi netti», ricorda il titolare di Vivanti Analysis.
Se è vero che il peggio della recessione è dietro le spalle, i mercati reagiscono dunque di conseguenza. È vero che i risultati pubblicati dalla maggior parte delle società quotate all’S&P500, i cui profitti sono scesi in media del 37% su base annua, sono stati migliori delle previsioni, ed è anche vero che tali previsioni erano particolarmente catastrofiche un paio di mesi fa, «ma il mercato azionario, che per sua natura esagera sempre in una direzione o nell’altra, è stato oggetto di una corsa agli acquisti tanto più sorprendente quanto più era stato deprimente lo scenario dei mesi precedenti. Si tratta di capire se il mercato azionario, con questo rialzo, abbia già scontato interamente la ventilata ripresa congiunturale o se dovrà fare i conti con la realtà se questa dovesse rivelarsi meno rosea delle aspettative», nota Vivanti.
Un aspetto preoccupante è stato sollevato dal premio Nobel per l’economia Paul Krugman, secondo il quale il mercato sta anticipando una ripresa congiunturale repentina, come quelle che seguono le normali recessioni cicliche. Questa crisi però difficilmente sarà seguita da un’impennata della crescita, come del resto prevede la stessa Federal Reserve. Se così fosse il mercato azionario sarebbe andato troppo oltre.
«Analizzando la situazione dal punto di vista tecnico risulta che questo rialzo, per quanto robusto, è ancora confinato al ruolo di onda correttiva all’interno di un bear market. Il fatto è che i precedenti crolli erano stati profondi e altrettanto violenta è la reazione. Un periodo di pausa durante l’estate, necessario a smaltire l’ubriacatura di primavera, è il minimo che ci si possa aspettare», conclude Vivanti, che è stato convenor del primo congresso mondiale degli analisti tecnici tenuto in Svizzera.