15.05.2009
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Ticino Management - keywords: finanza, banche
Il private banking è sostenibile
Con 120 consulenti in più e oltre 14 miliardi di new money entrati nel 2008, Banca Sarasin rilancia per raccogliere i frutti di una scelta insieme coraggiosa, nobile e remunerativa: fare della sostenibilità il criterio base nella definizione dei portafogli azionari e obbligazionari. Una strategia premiata dal contesto internazionale, che rivaluta il ruolo internazionale della piazza di private banking elvetica.
Crollo delle performance, accuse al segreto bancario… negli ultimi mesi il private banking svizzero ha perso redditività e anche in parte la fiducia che riponeva in se stesso. Alcune realtà però scelgono di giocare d’attacco. Banca Sarasin per esempio, pur avendo accusato una contrazione degli utili nel 2008, non licenzia ma anzi assume, aumentando del 30% il numero di relationship manager; non restringe ma anzi allarga il suo perimetro di azione, fondando una nuova banca, la Zweiplus, e aprendo nuove presenze all’estero.
Banca Sarasin insomma non lascia, ma raddoppia. E lo può fare con serenità perché tutto sembra premiare l’approccio che ha scelto ormai venti anni fa: creare valore aggiunto per il cliente attraverso una gestione dei portafogli all’insegna della sostenibilità.
Nel 2008 l’istituto basilese, fondato nel 1841 come casa di spedizioni e bancaria, rimasto per oltre un secolo banca privata, e recentemente legata al gruppo olandese Rabobank, è cresciuto. Nel I semestre 2008 ha acquisito new money per oltre 7 miliardi di franchi. Nel I ma soprattutto nel II semestre, Banca Sarasin ha assunto 122 relationship manager passando da 294 a 416. Circa 70 dei nuovi assunti lavorano in Svizzera, 26 in Asia e Medio Oriente, 27 in Europa. A loro si deve l’afflusso di altri 7,2 miliardi di franchi di new money registrato nella seconda metà dello scorso anno. Non poco, se si calcola che a fine anno le asset under management di Banca Sarasin erano di circa 70 miliardi e che i primi mesi del 2009 hanno visto nuovi afflussi di denaro.
Un approccio sereno e fiducioso che la piazza ticinese ben conosce. Presente a Lugano dal 1999, Banca Sarasin ha acquisito nel 2006 la maggioranza del capitale di Colombo Gestioni patrimoniali divenendo filiale a tutti gli effetti nel corso del 2008.
In sintesi si può dire che la banca basilese, che ha più di 1500 dipendenti nel mondo, 1000 in Svizzera e 500 nelle sedi di Londra, Francoforte, Singapore, Hong Kong e Dubai, crede tanto nella sua formula da volerla proporre al maggior numero possibile di clienti in Svizzera e Asia, dove è presente da prima del 2002, nel Medio Oriente, dove è presente dal 2005, in Gran Bretagna e Germania, dove ha presenze visibili e consolidate e - questi i programmi per il 2009 - in Austria e Polonia. L’obiettivo per il 2009 è elevare la massa amministrata del 10% grazie all’acquisizione di nuovi clienti privati e istituzionali: in questo campo operano 45 consulenti della Sarasin, di cui quattro in Ticino.
Sostenibilità al 100%
Sarasin intende proporre a una quota crescente della clientela svizzera e internazionale, off-shore e on-shore, privata e istituzionale, una formula innovativa nella quale detiene un know how ormai ventennale e che la vede leader di mercato in Europa continentale (la quota di mercato in Svizzera è del 21%): la banca basilese infatti offre a clienti e istituzioni una ampia gamma di prodotti di investimento all’insegna della sostenibilità.
Sarasin ha la gamma più completa di portafogli specializzati in settori e nicchie specifici. Basta pensare ai fondi Sarasin OekoFlex, Sarasin New Power, Sarasin OekoSar, al Sarasin Sustainable Water Fund e ai due fondi Sustainable Equity europeo e mondiale. «Ma questa è solo una parte, una piccola parte della storia. La nostra banca è l’unica in Europa ad aver orientato tutti i suoi portafogli secondo la logica della sostenibilità», spiega Andreas Knörzer, managing director and head of Sarasin sustainable investment, «fino al 2008 questo era uno degli approcci possibili. Da quest’anno la banca gestisce tutti i portafogli, dal mandato di gestione del cliente privato al managed account o al fondo per il cliente istituzionale, sia nel campo delle equity sia in quello dei bond governativi e corporate secondo questa logica a meno che, ovviamente, il cliente non chieda espressamente uno stile di gestione diverso».
Ambientale + etico = sostenibile
Ma cosa significa esattamente ‘sostenibile’? «Nell’area di lingua italiana», spiega Luca Venturini, managing director responsabile della sede di Lugano di Banca Sarasin, «molti confondono sostenibilità con ecologia. In realtà sotto questa parola ricadono diversi concetti, ciascuno dei quali ha una sua storia: l’attenzione all’ambiente, all’eticità e all’aspetto sociale dell’agire di un’organizzazione».

Tra le molte definizioni del termine quella data dall’Onu è particolarmente semplice. Sostenibile è un’attività “che risponde alle esigenze del presente senza compromettere la possibilità che le generazioni future possano fare altrettanto”.
Come accennato da Venturini, ‘sostenibilità’ significa attenzione all’impatto ecologico di una azienda, significa non prendere in considerazione imprese che operano in certi Paesi o in certe industrie e prendere in esame il comportamento di una impresa nei confronti non solo degli azionisti, ma di tutti gli stakeholder: dipendenti, fornitori, rivenditori, clienti e autorità.
«Il classico analista decide se e quanto investire o meno in una azienda guardando al bilancio economico e finanziario. Lo facciamo anche noi, ma dopo aver guardato con identica attenzione al bilancio ecologico e al bilancio sociale dell’impresa stessa», riassume Knörzer, che venti anni fa propose questo approccio. La banca accettò con interesse inanellando una serie di ‘prime’ europee nel campo dei fondi di investimento e ottenendo innumerevoli premi e riscontri da parte dei clienti. Soprattutto questa scelta incontrò l’appoggio pieno di Rabobank, espressione della società e punto di riferimento del movimento cooperativo agricolo olandese entrata in Banca Sarasin, prima come socio di riferimento e da inizio 2007 come azionista di maggioranza (48% del capitale e due terzi dei diritti di voto).
Come Knörzer stesso spiega nell’intervista che segue, l’analisi del risultato economico e l’analisi del risultato ecologico e sociale di una impresa (ma anche di uno Stato o di una organizzazione sovranazionale) sono due approcci diversi ma convergenti. Sul breve termine una impresa può dare soddisfazioni agli azionisti ignorando o aggirando le regole, sprecando risorse, scegliendo di operare in settori dal profilo etico dubbio: «Ma sul medio e lungo termine è ben difficile che un modello di business non sostenibile crei valore aggiunto per l’azionista o il creditore obbligazionario», commenta Gabriele Grewe, executive director and head of portfolio management sustainable investment di Banca Sarasin, «uno dei vantaggi principali che vediamo quando analizziamo e giudichiamo le aziende sotto il profilo della sostenibilità è che questo approccio sottolinea la natura e la applicabilità delle loro pratiche aziendali di lungo termine. Sostenibilità significa usare meno risorse e usarle meglio: si tratti di energia, acqua, materie prime. Un’azienda che segue certi standard di sostenibilità difficilmente incorrerà in scandali di natura ecologica, per esempio, o si troverà in conflitto con i suoi dipendenti o con le autorità o rischierà di rovinare la sua immagine».
Premiati dal contesto
Fino a due anni fa, ammettiamolo, credere a queste parole era un atto di fede. Oggi è ben difficile affermare il contrario. «Tutto quanto sta accadendo di buono e di non buono ha a che fare con la sostenibilità», commenta Knörzer. Alla base della crisi attuale ci sono state bolle speculative formatesi su una scarsa trasparenza nei rapporti con i clienti (il commercio di security dal profilo di rischio non chiaro), sulla concessione di crediti ipotecari e non a famiglie che non potevano sostenerli (venendo meno all’etica di un prestatore nei confronti del creditore), sulla tendenza ad aggirare norme condivise.
Vogliamo parlare poi della corporate governance (un tema più ampio e più serio della sterile polemica sui bonus)? Come disse Warren Buffet, “quando la marea si ritira, si vede chi stava facendo il bagno senza costume”, scrive Banca Sarasin nel suo Sustainability report annuale, la crisi ha mostrato il rapporto fra una governance poco trasparente e le performance del titolo.
Dopo anni in cui la delocalizzazione veniva salutata sempre e comunque come una scelta corretta, oggi l’esigenza di salvaguardare posti di lavoro ha messo un accento più forte sulla questione dei diritti e delle condizioni di lavoro nelle industrie e nei paesi utilizzati come piazza produttiva… gli esempi potrebbero continuare.
Keynes diventa verde. In positivo il 2009 apre un periodo di grandi investimenti nei settori che i portafogli sostenibili prediligono o tendono a sovrapesare. Come Ticino Management ha scritto nella cover story del numero di aprile, i colossali pacchetti di incentivazione e stimolo all’economia previsti dai governi presentano nuove opportunità per gli investimenti sostenibili, incanalando enormi risorse in modo particolare in settori come energia, acqua e trasporti ferroviari.
Alla Casa Bianca c’è un presidente che pare deciso a imporre alle aziende americane una carbon tax molto aggressiva, costringendole a riorientare processi produttivi e portafogli prodotto; perfino la Cina, il paese che ha dato il maggior contributo alle mutazioni climatiche nell’ultimo decennio, pare decisa a riorientare il suo modello di sviluppo verso un miglior utilizzo delle risorse ambientali. I governi dei paesi industrializzati e di quelli in via di sviluppo sono inoltre sempre più coscienti del ruolo che un efficiente gestione dell’acqua può avere soprattutto per la loro agricoltura e per i cittadini.
L’unico elemento che pare giocare contro è il calo del prezzo del petrolio. Le energie da fonti rinnovabili sono intrinsecamente più costose di quelle da idrocarburi (o così almeno appaiono) e il mercato azionario, con una certa miopia visto che gli investimenti in energia alternativa vanno giudicati in una logica ventennale, ha fatto scendere le quotazioni delle imprese più impegnate in questo settore. Sarasin vede questa come una buying opportunity, sottolineando che se il petrolio oggi costa 50 dollari al barile, la International energy agency stima un prezzo medio da qui al 2012 di 100 dollari e di 122 nel quinquennio seguente.
Come costruire un portafoglio sostenibile
Costruire un portafoglio tematico non è difficile. Dopotutto l’energia alternativa o l’acqua possono essere considerate settori come altre. «Ma noi abbiamo un obiettivo diverso», spiega Venturini, impegnato a far conoscere la specificità di Sarasin alla clientela di lingua italiana, «utilizzare la sostenibilità come criterio per la definizione di portafogli ‘normali’ ma intrinsecamente più solidi da proporre a investitori ‘normali’, ma che chiedono al private banker un servizio superiore a quello offerto mediamente dal mercato». L’aspetto etico è importante ed è probabile che molti nuovi clienti abbiano scelto Sarasin attirati dalla possibilità di testimoniare il loro modo di vedere il mondo e il futuro anche attraverso i loro investimenti. Ma sbaglia chi pensa che questo sia l’unico plus dell’investimento sostenibile. «Noi proponiamo ai clienti e agli intermediari», nota Venturini, «un approccio alla selezione e gestione di portafogli con un contenuto maggiore in termini di valore aggiunto intrinseco».
Per capire in cosa consiste il valore aggiunto basta delineare il complesso processo che porta alla definizione di questi portafogli. Sarasin parte dall’intero universo dei titoli investibili, non solo dai settori ‘verdi’, e cerca di costruire portafogli che siano insieme sostenibili e in qualche misura rappresentativi. Come raggiungere questo obiettivo senza scendere a compromessi? L’approccio ‘brevettato’ di Banca Sarasin definito ‘Best in class/best of class’ ordina ogni settore economico sulla base della sua sostenibilità ‘intrinseca’. Sotto il profilo ecologico i servizi sono per loro natura più sostenibili dell’industria, alcune industry hanno maggiore probabilità di consumare risorse rispetto ad altri. «Ci sono però dei settori che noi escludiamo in partenza», spiega Klaus Kämpf, uno dei sustainability analyst di Banca Sarasin, «non prendiamo in considerazione i titoli di imprese che traggono oltre il 5% del loro fatturato dall’industria degli armamenti, dal gioco e dall’energia nucleare».

Il secondo passo consiste nell’analizzare la sostenibilità delle imprese che operano in ciascuno di questi settori e assegnare loro un punteggio. «Tanto maggiore è la sostenibilità intrinseca dell’industry in cui operano, tanto maggiore sarà il numero di aziende che superano il nostro filtro», continua Kämpf, «ma noi vogliamo premiare anche le imprese che, pur operando in settori a rischio, hanno fatto del loro meglio per ridurre l’impatto ecologico e sociale della loro attività». Per esempio Toyota, producendo auto, avrà un rating di sostenibilità peggiore di una normale software house, «ma la inseriremo nel portafoglio per riconoscere non solo la correttezza dei suoi rapporti con i dipendenti, ma anche la sua produzione di auto a motore ibrido», spiega l’analista di Banca Sarasin, «noi cerchiamo di esaminare come le singole società interagiscono con lo specifico contesto per identificare quelle che all’interno di un settore sono riuscite a tenere sotto controllo i loro rischi ambientali e sociali».
L’analisi viene condotta con l’aiuto di Sarasin Sustainability Matrix, che prevede due questionari specifici per ogni industry, uno dedicato all’aspetto sociale e uno all’aspetto ambientale, e prende in considerazione l’intero ciclo di vita del prodotto, dall’estrazione delle materie prime passando al processo di produzione, all’uso e allo smaltimento. Il team di Sarasin sustainable investment comprende più di 40 esperti provenienti da diverse discipline che si basano su ricerche, basi dati, informazioni provenienti dalle più credibili organizzazioni internazionali e che effettuano numerose interviste e perfino visite alle imprese analizzate.
Le indagini sul comportamento sociale sono più difficili da condurre perché prendono in esame il comportamento dell’azienda rispetto a tutti gli stakeholder: non solo gli azionisti, ma anche i dipendenti, i fornitori e ovviamente i clienti, i governi locali e nazionali e il pubblico in generale.
«È un lavoro difficile ma anche entusiasmante: come dei detective dobbiamo andare dietro le quinte anche nel caso di aziende che magari investono molto per acquisire una immagine di good corporate citizenship o nella loro immagine verde», nota Kämpf.
«Ogni azienda viene valutata sotto 50 o 70 profili diversi. Per ogni profilo un voto riassume il giudizio che diamo sull’operato dell’azienda e il nostro software, seguendo parametri specifici per ogni industry, riassume il tutto con un rating», continua Kämpf, che con questa attività ha scoperto quello che tutti gli insegnanti del mondo sanno bene: quanto sia difficile assegnare dei voti. Un lavoro simile viene svolto, seguendo criteri diversi, anche sulla sostenibilità di Stati e di organizzazioni nazionali e sovranazionali. Trattandosi di un settore dove Sarasin è all’avanguardia mondiale nelle tecniche di analisi gli interlocutori sono meno generosi nel fornire particolari sui processi decisionali adottati.
Bilanci e quotazioni
Inserendo i punteggi nella matrice il team di analisti costruisce un ‘universo investibile sostenibile’ che viene consegnato al team di analisi e gestione. A quel punto inizia il lavoro ‘classico’ di un team di analisi e gestione. «Noi investiamo prendendo in considerazione solo le aziende, i governi e le organizzazioni che superano il vaglio dei colleghi sotto il profilo ambientale e sociale», nota Gabriele Grewe, «in pratica noi siamo ‘normali’ analisti e gestori che devono costruire una serie di portafogli lavorando su un universo che rappresenta un sottoinsieme dell’universo investibile».
Non è una situazione poi così strana, molti gestori devono creare portafogli composti solo da bond che superano un certo rating o da aziende che operano in certi settori. Ciascuno dei sette gestori e analisti deve comporre una serie di portafogli: fondi d’investimento aperti al pubblico o riservati a istituzionali, managed account, mandati di gestione, perfino fondi che sono rivenduti da terzi con il loro marchio.
«Facciamo un’analisi dell’azienda sotto il profilo dei fondamentali e dei relativi multipli, definiamo l’allocazione del portafoglio e seguiamo le quotazioni per decidere quando entrare e quando uscire», continua la Grewe, «ovviamente la nostra non può che essere una gestione attiva, non possiamo metterci al riparo di un benchmark e questo rende molto stimolante il nostro lavoro».
Le ‘limitazioni’ poste dal vaglio della sostenibilità sono importanti: «Mancano diversi grandi emittenti di obbligazioni e aziende, ma molti sono rappresentanti nell’universo investibile: abbiamo Allianz, Axa, Ibm,…», spiega la Grewe, «molti colleghi mi chiedono: “ma come fai a fare una vera diversificazione con un universo investibile così limitato?”. Posso farlo benissimo: sbaglia chi pensa che un portafoglio sostenibile sia composto solo da piccole aziende di nicchia o guidate da baby boomers idealisti: abbiamo aziende ed emittenti di diversi settori e di diversa dimensione, comprese molte blue chip. La cosa interessante è che il lavoro fatto dai colleghi guardando a criteri che apparentemente non hanno nulla a che fare con il risultato economico finisce con l’essere coerente con l’analisi soprattutto fondamentale e di lungo termine. È raro che un’azienda sostenibile sia un’azienda incapace di dare soddisfazioni in termini di performance. Viceversa questa crisi sta mostrando che le aziende non sostenibili spesso nascondono dei rischi importanti per l’investitore».
Tutto questo è ancora più vero per quel che riguarda le obbligazioni: negli ultimi 12 mesi i portafogli obbligazionari sostenibili realizzati da Sarasin hanno sovraperformato di oltre 500 punti base la media del mercato.
Merito delle scelte di gestione operate dal team, ma soprattutto - e di questo in Sarasin sono particolarmente orgogliosi - del valore intrinseco di una selezione effettuata secondo i criteri della sostenibilità. «Senza pietà, la crisi ha esposto i rischi associati con processi di business, stili o culture aziendali non sostenibili», spiega la Grewe, «in quasi tutti i settori i premi di rischio legati a queste aziende sono cresciuti di più rispetto a quelli delle aziende che Sarasin ha selezionato nel corso degli anni. La sostenibilità si è confermata non solo un criterio eticamente valido, ma anche un filtro capace di ridurre la rischiosità di un portafoglio».