15.05.2009
in
Ticino Management - keywords: finanza, banche
Fare la differenza
Il private banking elvetico deve proporre alla clientela mondiale filosofie di investimento efficaci e innovative, superando l’inerzia e cogliendo le esigenze emergenti, afferma Andreas Knörzer, il banchiere che ha portato il concetto di sostenibilità nella gestione di portafogli in Svizzera.
È merito di Andreas Knörzer se Sarasin è all’avanguardia in Europa nella selezione e gestione di portafogli basati su un criterio ‘olistico’ che prende in considerazione sia il bilancio economico sia quello sociale e ambientale di un’azienda. Quella che era partita come una nicchia, una sorta di ‘contorno’, è diventata, grazie al convinto apporto dei vertici della banca e dell’azionista di maggioranza, il ‘piatto del giorno’ nell’offerta della banca basilese.
Serio e riservato, Knörzer - managing director and head of Sarasin sustainable investment, si legge sul suo biglietto da visita - ha l’aspetto più di un giovane professore universitario che di un manager di banca. Gli eventi degli ultimi mesi danno ragione su tutta la linea al suo approccio: un portafoglio composto da titoli che superano certi standard ambientali e sociali comporta rischi minori e offre sul medio termine soddisfazioni maggiori all’investitore, non solo sotto il profilo morale, ma anche sotto quello finanziario.
Quanto avviene negli ultimi mesi conferma pienamente la scelta di chi non si limita ad analizzare il conto economico, ma sceglie i titoli nei quali investire anche tenendo conto di quell‘insieme di criteri che va sotto il nome di sostenibilità. Quella che poteva essere solo una opzione etica diviene ora una indovinata scelta di investimento. A questo punto la domanda non è “per quali ragioni bisogna investire in modo sostenibile”, ma “come mai ancora oggi la maggior parte degli investimenti, con la sola esclusione di quelli di Banca Sarasin, avviene senza dare gran peso all’aspetto sociale e ambientale”?
In parte questo si deve alla naturale inerzia delle persone. Non si è abituati a considerare la sostenibilità come un utile criterio di investimento. Non sono abituati gli investitori e nemmeno gli intermediari. In parte si deve forse alla difficoltà che alcune persone trovano nell’unire due concetti diversi: l’interesse personale dell’investitore e l’interesse pubblico della sostenibilità.
Forse c’è un pregiudizio secondo il quale se un’azione ci dà un utile non è svolta a fin di bene, e viceversa se coglie un interesse comune non può rendere. Insomma, un retaggio antico...
Forse: ci sono questi pregiudizi assurdi. Per fortuna col tempo cambiano. Oggi non ci stupiamo più che una donna bella possa essere validissima sul lavoro. Forse bisogna distinguere il concetto di sostenibilità da quello di filantropia. Non è questione di ‘fare del bene’, ma semplicemente di adottare un criterio più ampio nelle proprie decisioni anche di investimento.
L’investitore che coglie la necessità di un approccio più ampio, che vuole dare un’impronta anche più personale ai propri investimenti, preferendo una logica sostenibile, è intrinsecamente diverso dagli altri?
È davvero difficile tracciare un identikit dell’investitore interessato a prodotti sostenibili. Abbiamo fatto delle ricerche, ovviamente, e abbiamo visto che fra i clienti interessati a questa proposta è più alta la quota di giovani e di donne. Quando avevamo una clientela ‘sostenibile’ e una generale abbiamo visto che la prima aveva una scolarità media più alta, ma anche questa non è una regola. So di clienti anziani e magari non troppo scolarizzati che hanno accolto con grande interesse questa proposta.
Negli ultimi anni Sarasin ha aumentato in modo importante la sua quota di mercato in Asia e Medio Oriente. Verrebbe da pensare che quello di sostenibilità sia un concetto più popolare nei paesi di antica ricchezza rispetto a quelli in via di sviluppo...
È vero fino a un certo punto. La necessità di gestire con attenzione l’acqua, per esempio, è presente da sempre nella cultura araba o giapponese. È vero che quello di sostenibilità è un concetto nato nei paesi anglosassoni e nord europei. Un cinese non capirà mai cosa vi sia di poco etico nelle scommesse, ad esempio, e nel gioco in generale. D’altra parte sono i paesi extraeuropei, penso ancora una volta al mondo arabo, ad aver insistito più di altri sulla coerenza fra gli investimenti e le scelte etiche di una persona. La griglia che usiamo è in molte parti sovrapposta a quella degli investimenti effettuati secondo la regola della Shariah. In questi mesi stiamo puntando al mercato indiano che ha una grande tradizione nella conservazione delle risorse.
L’ambiente è tornato di moda. Molte aziende in questi anni hanno incaricato i loro comunicatori di dare ‘una mano di verde’ all’immagine aziendale con iniziative di vario tipo. Questo non rischia di diluire il valore aggiunto percepito del vostro lavoro?
Al contrario. Il ‘greenwashing’ rende ancora più importante il lavoro dei nostri analisti. Un investitore anche istituzionale non riesce facilmente a distinguere le aziende sostenibili dalle altre. Noi sì. Capita che qualche investitore si stupisca di non trovare nei nostri portafogli aziende che sono riuscite a comunicargli una immagine di sostenibilità. Ma noi, avendo 20 anni di esperienza nel settore, 20 analisti che se ne occupano a tempo pieno e una procedura ben collaudata e in larga misura proprietary, possiamo guardare oltre le immagini aziendali meglio costruite.
Ma è davvero possibile giudicare l‘impatto ambientale di una azienda? Arrivano messaggi contrastanti. Pensiamo al nucleare, ad esempio, o per fare un altro esempio più semplice alle auto prodotte con largo uso di alluminio. Sono più leggere e consumano meno, ma produrre l’alluminio richiede enormi quantità di energia…
Le questioni sono complesse, è vero, molte sono le variabili prese in considerazione e occorrono conoscenze e metodi scientifici molto precisi per analizzarle. Ma una risposta certa esiste sempre. Le contraddizioni possono sembrare tali quando si prende in considerazione solo una singola attività. Ma se noi prendiamo in esame l’intero ciclo di vita di un prodotto o di un business, e intendo dire proprio tutto il ciclo, dall’estrazione delle materie prime fino allo smaltimento passando per fornitori, produzione, logistica, commercializzazione e utilizzo, è possibile misurare l’impatto ecologico e sociale creato da un’azienda. Per stare al suo esempio, è vero che la produzione di alluminio richiede enormi quantità di energia, ma se prendiamo il ciclo di vita di una automobile vediamo che l’80% della sua impronta ecologica è prodotta dal suo utilizzo. Quindi una macchina in alluminio se è più leggera consuma meno. Non è un’opinione, è un dato che può essere dimostrato.
La strada che Sarasin ha aperto può rappresentare una opzione per la piazza finanziaria svizzera?
Noi siamo stati i primi in Svizzera e in Europa continentale a proporre soluzioni di investimento orientate alla logica della sostenibilità. Sinceramente, non mi aspetto che molte altre banche svizzere o europee decidano come abbiamo fatto noi di utilizzare la sostenibilità come criterio di selezione primario nella definizione di tutti gli investimenti proposti alla clientela: fondi, gestioni e mandati, azionari e obbligazionari. Credo però che sia sbagliato vedere la sostenibilità come una nicchia, un ‘prodottino’ che bisogna mettere in catalogo per completare la gamma. La sostenibilità aiuta a costruire portafogli sovrapponibili a quelli generali, ma migliori. Non è una nicchia, è una logica di investimento. Parlando della piazza finanziaria svizzera: proprio in questi mesi molti dei capisaldi sui quali il private banking svizzero si è basato sono scossi e andranno rivisti. In quale direzione? Una cosa che si può dire è che il private banking svizzero ha un futuro nella misura in cui riuscirà a mantenere una immagine di top quality, e io credo che in questa direzione la sostenibilità sia una carta che il private banking svizzero può giocare.
Il segreto bancario non basta più. Occorre sfoderare qualità…
Occorre essere top quality ed essere percepiti come tali da una clientela che ha molti interessi e molte esigenze, non solo la privacy. Io penso che davanti a molti nuovi clienti o magari davanti al passaggio generazionale fra un cliente di vecchia data e i figli poter dire “io ho qualcosa di davvero nuovo da offrirti, un approccio che risponde probabilmente meglio alle tue esigenze finanziarie e non” possa davvero fare la differenza.
E questo vale anche per gli istituzionali?
A maggior ragione. Quello degli istituzionali è un mercato che si sta aprendo. Vedo interesse da parte delle compagnie di assicurazione, non vedo ancora interesse da parte dei trustee che siedono nei consigli di amministrazione e nei comitati di investimento di fondazioni o casse pensioni come rappresentanti degli stakeholder. Dimostrato, come abbiamo dimostrato, che una logica di investimento sostenibile è vincente sul piano delle performance, come potranno giustificare di fronte alle persone che rappresentano (e qui riprendo la sua domanda iniziale) il fatto di non avere prodotti sostenibili nel loro portafoglio di investimenti?
Alberto Pattono