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10.04.2009 in Ticino Management - keywords: finanza, segreto bancario

Segreto bancario: un segreto molto mediatico

In relazione al tema del segreto bancario, tanto discusso in queste ultime settimane, la Svizzera - secondo il direttore del Cinfis di Lugano, che si sofferma in particolare sull’analisi della realtà italiana - è al centro di un attacco mediatico che tiene in scarsa considerazione gli aspetti tecnici.

Nel - non molto - tempo libero, Giancarlo Cervino legge libri di storia. Questo gli consente paragoni agili e affascinanti. Per esempio, il fondatore e direttore del Centre for International Fiscal Studies (Cinfis) di Lugano paragona la situazione in cui si trova oggi la Svizzera a quella dei Paesi minori, che al minimo dissidio con Francia o Inghilterra si vedevano apparire in rada una nave militare con i cannoni puntati sul palazzo del governo.  

«Al posto delle navi e dei cannoni oggi ci sono i media», afferma Cervino, che ha lavorato a lungo in una società affiliata dell’Arthur Andersen di Lussemburgo (Stato del quale è cittadino) come esperto di ingegneria fiscale, prima di trasferirsi nel 2002 a Lugano ed aprire il Cinfis, «le petizioni di principio e le frasi roboanti hanno preso il posto dell’analisi e del ragionamento, con un clima da guerra fredda. Si parla come se non esistessero già trattati internazionali, regole consolidate del diritto e della prassi».

Soprattutto non troviamo nel dibattito su segreto bancario ed evasione fiscale nessun intervento ‘tecnico’. Evasione e segreto bancario sono semplicemente accostati nella speranza che l’opinione pubblica faccia un collegamento che altrimenti è insostenibile, esattamente come nel 2001, quando un attentato compiuto da una squadra di 18 sauditi e tre egiziani appartenenti a una organizzazione fondamentalista con sede in Afghanistan venne addebitato all’Irak, unico paese laico dell’area, semplicemente associando in modo insistente ‘11 settembre’ e ‘Irak’.

È quindi molto inattuale dire non solo che - per quanto riguarda l’Italia - «la presenza del segreto bancario non impedisce la lotta all’evasione fiscale, soprattutto dei privati», sottolinea Cervino. Nell’iter che porta all’accertamento dell’evasione e all’eventuale contenzioso tributario il fatto che il presunto evasore abbia una disponibilità di capitali in un Paese estero non rappresenta una prova a carico, ma una ‘presunzione semplice’. Tocca all’inquirente dimostrare che questa somma è il frutto dell’evasione. Insomma, se la Guardia di Finanza in una perquisizione in casa di un cittadino italiano trovasse la documentazione di un conto in Svizzera l’iter di accertamento non cambierebbe molto. E questo per la semplice ragione che in una piazza offshore i privati investono i loro patrimoni. In Italia i patrimoni non sono tassati. L’Agenzia delle Entrate quindi  non può perseguire l’evasione patrimoniale, persegue l’evasione che avviene sui redditi. E se parliamo di privati l’evasione non avviene tramite la piazza offshore, ma totalmente nel paese dove risiede l’evasore.

In quale situazione si trova in Italia il cittadino evasore?

Esagerando si potrebbe dire che in Italia pagare le tasse è una scelta etica. Mi spiego. Prima di tutto l’Agenzia delle Entrate ha personale insufficiente e non è in grado quindi di portare avanti delle vere inchieste sui singoli cittadini e sulle aziende. Si fa molto affidamento sui data base e sull’incrocio di dati provenienti da fonti differenti, penso ai vari redditometri. 

Ma questo incentiva una evasione ancora più ampia...

Certo, gli evasori ‘incalliti’ sanno bene che il miglior modo per non farsi scoprire è evadere ancora di più. 

E gli studi di settore? La loro revisione e adeguamento aveva suscitato proteste…

Gli studi di settore italiani non sono un tentativo di creare una tassazione ‘alla svizzera’. Si traducono in indicazioni che i commercialisti italiani a volte interpretano come linee guida per l’assestamento dei redditi di alcuni clienti che, rientrando nei parametri stabiliti da questi studi, rischieranno in maniera inferiore di incappare in un accertamento. Per una azienda che guadagna di più, tali indicatori potrebbero essere letti quindi come un invito all’evasione o una beffa. Una tassazione ‘alla svizzera’ richiederebbe, come troviamo nella Confederazione elvetica e in altri paesi europei, la figura dell’agente delle tasse. Una figura di analista che segue un pacchetto di contribuenti conoscendo le caratteristiche del loro business. Con l’incrocio di data base e con gli studi di settore si simula questa posizione che non esiste. Non ci sono in Italia ‘inquirenti fiscali’ come invece in Svizzera, e questo rende molto specifiche e parcellizzate anche le verifiche. Faccio un esempio: se un privato o una azienda incappa in un accertamento sull’Irpef o Irpeg del 2005, eventuali anomalie emerse che fanno pensare a una evasione anche nel 2006 non vengono approfondite, perché gli accertamenti sono organizzati ‘a campagne’ un po’ come le iniziative di marketing delle aziende, l’indizio di una evasione esterna al perimetro della ‘campagna’ non viene utilizzato. Mancando gli analisti non ci sono in Italia inchieste vere e proprie. E mancando le inchieste non si può certo dire che il segreto bancario offshore rappresenti un ostacolo.

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E se una evasione viene accertata, il contribuente cosa rischia? 

Al fine di evitare di incorrere nelle lungaggini burocratiche e negli elevati costi del contenzioso tributario, il Fisco italiano ha introdotto una serie di strumenti alternativi (per esempio l’accertamento con adesione) di cui il contribuente, ritenuto evasore, può beneficiare per evitare una lite giudiziaria. Nell’intento di ‘transare’ prima di arrivare al contenzioso sono stati creati istituti che permettono di ridurre fino al 75% la sanzione prevista. L’accertamento con adesione, ad esempio, consente al contribuente evasore di definire la controversia versando una somma pari all’importo del tributo ed a un quarto della sanzione, oltre agli interessi nella misura di volta in volta prevista. In pratica evadere un’imposta di 100 mila euro con una sanzione del 100% costa nel migliore dei casi 125 mila euro, oltre agli interessi applicati. È come se la multa per chi è trovato senza biglietto in autobus a Milano fosse di 0,2 euro, più il costo del biglietto, invece che di 20 euro. Chi salirebbe in autobus con il biglietto se non per motivi etici? 

Mi sembra un segnale chiaro. Questo per la repressione, e quanto alla prevenzione?
L’Italia fa ancora troppo poco per prevenire l’evasione fiscale. 

Ma potrebbe fare qualcosa?
Sicuramente sì, basterebbe creare un contrasto di interessi fra chi chiede un pagamento in nero e chi lo accetta. Facciamo un esempio concreto: in Italia molti lavori di ristrutturazione effettuati in casa possono essere detratti. Il committente è quindi incentivato a chiedere la fattura perché ‘la scarica’. In realtà il sistema funziona fino a un certo punto, ma ha fatto emergere un’area di grande evasione. Questo sistema andrebbe esteso. Pensiamo agli immobili locati da privati a privati, ad esempio. Oggi i proventi di un affitto ‘in chiaro’ sono tassati all’85% come reddito, il che significa per il padrone di casa pagare il 40% di tasse sull’affitto incassato. Se l’inquilino potesse detrarre l’affitto pagato, avrebbe una ragione per non accettare contratti in nero. In Svizzera, come in gran parte dei paesi nordici, quasi nessuno paga l’affitto in nero e non solo per un fatto culturale, ma soprattutto per i benefici, diretti e indiretti, di cui i cittadini possono godere (sicurezza sociale, servizi ed infrastrutture di alto livello, ecc.).

Ma sarebbe possibile stanare l’evasione fiscale italiana?
L’evasione fiscale è antica quanto il mondo e la si trova in tutti i Paesi. In Italia però assume proporzioni enormi: si parla di un quarto del prodotto interno lordo. A ben vedere l’evasione fiscale sembrerebbe essere in diminuzione, come del resto l’evasione contributiva, in una parte del Paese, diciamo per comodità ‘il nord’, mentre in altre parti d’Italia assistiamo a dei veri ‘distretti dell’evasione’. L’evasione fiscale è tanto più diffusa quanto più è presente in una realtà. Facciamo l’esempio dell’affitto. Un inquilino che figura non avere redditi e che ha invece entrate in nero non avrà comunque convenienza a detrarre l’affitto dell’appartamento dalla sua dichiarazione dei redditi. Il suo padrone di casa quindi, che magari possiede tutto il palazzo, prenderà soldi in nero. Se domani deve rifare la caldaia o la facciata, difficilmente potrà giustificare di aver speso 200 mila euro per lavori in un palazzo che risulta sfitto. Che farà allora? Rinuncerà alla detraibilità delle spese e darà i lavori a una ditta che accetterà di essere pagata in nero. Questa ditta dovrà comunque assumere in nero i suoi collaboratori. Del resto non bisogna essere tecnici per capirlo.
In alcune zone d’Italia il 25% delle persone risulta disoccupata. La storia insegna che quando la disoccupazione arriva a questi livelli, anche meno, la conseguenza è almeno un tentativo di rivoluzione. Di rivoluzioni in Italia non ce ne sono: ciò significa che il lavoro c’è, ma è in nero. 

C’è una cosa che non capisco. La Svizzera garantisce da tempo la massima collaborazione nelle inchieste relative a evasioni fiscali che hanno comportato la falsificazione di dati. Ora gran parte delle evasioni richiede la falsificazione di dati e quindi non è coperta dal segreto bancario svizzero. A quel punto mi chiedo: cosa cambierebbe  o cosa cambierà quando la Svizzera consentirà la cooperazione per tutte le inchieste giudiziarie?
La sua domanda è giusta ed è significativo che non venga posta più spesso dai media. Come ai tempi della guerra fredda si leggono tanti proclami e si fanno poche domande. Secondo me l’episodio che ha dato origine alla questione contiene in nuce tutte le risposte. Alludo alla doppia richiesta di cooperazione posta dall’Irs americano alla Svizzera. La prima richiesta era relativa a delle inchieste che il fisco americano aveva fatto. Queste inchieste avevano rilevato 250 o 300 casi di cittadini americani dei quali il Fisco possedeva nome cognome e prove documentali relative alla loro evasione. A quel punto è scattata una richiesta di collaborazione che - al di là dei modi - era giustificata. Ma la seconda richiesta, quella dei 25 mila, era di tipo ben diverso. L’Irs non conosceva i nomi di nessuno di questi 25 mila presunti contribuenti americani evasori. Non sapeva nemmeno se erano 25 mila o di più o di meno. Ha imposto a Ubs di fornire i nominativi di tutti i contribuenti americani con un conto offshore. 
 

Sono i famosi John Doe summons, di cui Ticino Management ha parlato nello scorso numero…
Sì, noi le chiamiamo ‘spedizioni di pesca’. Quello che voglio dire è che il Fisco dei vari paesi europei non sta chiedendo alla Svizzera di collaborare alle sue inchieste per stanare evasori, cosa che la Svizzera ha sempre fatto. Intende chiedere alla Svizzera di fare le indagini al posto suo, facendosi carico di investigare sui clienti delle sue banche e fornire nominativi e prove documentali a loro carico.
Detto in altre parole: si chiede oggi alla Svizzera di lavorare in surroga delle autorità fiscali estere le quali non possono, e magari in qualche caso non vogliono farlo.
Ben presto gli Stati che non lo hanno ancora fatto invertiranno l’onere della prova, costringendo i detentori di patrimoni offshore di documentare che questi non sono frutto dell’evasione. Tutto questo chiaramente è inaccettabile, va contro ogni elementare norma del diritto e della convivenza internazionale.
E i ‘grandi paesi’ lo sanno benissimo, per questo ricorrono alle ‘cannoniere mediatiche’ e non alle sedi tecniche o tecnico-politiche come l’Ocse o il Fondo monetario internazionale le quali - per quanto dominate dagli interessi dei grandi Paesi - mantengono comunque un minimo di serietà e conoscenza della realtà. 


Alberto Pattono

 



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