10.04.2009
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Ticino Management - keywords: finanza, segreto bancario
Segreto bancario: ben oltre la Svizzera
È davvero il segreto bancario svizzero l’ostacolo che si frappone alle magistrature e in genere agli inquirenti di altri Paesi impegnati a perseguire crimini, truffe o reati fiscali? Secondo Piercamillo Davigo la questione non è così semplice.
Piercamillo Davigo, 58 anni, oggi consigliere della corte di Cassazione, è divenuto famoso per il suo ruolo nel cosiddetto ‘pool mani pulite’. Ma già prima e ancora di più da quando ha lasciato la magistratura inquirente è divenuto uno studioso del fenomeno corruzione e delle sue ripercussioni. Due anni fa ha pubblicato ‘La corruzione in Italia, percezione sociale e controllo penale’ (Laterza 2007).
Tra le tesi presenti nel libro una delle più interessanti è quella secondo la quale gli inquirenti hanno la funzione dei predatori nell’ambiente, migliorano la specie (dei corrotti) selezionando i migliori. Insomma, le problematiche che emergono nel dibattito politico arrivano tendenzialmente in ritardo.
Davigo, pacato e acuto, assai ben informato e dotato di una visione ampia, insieme strategica e tecnica dei problemi invita in questa breve intervista a una considerazione più ampia della questione che oggi si concentra sul segreto bancario svizzero.
Il segreto bancario svizzero è un muro contro il quale si scontrano le inchieste degli inquirenti italiani o di altri paesi esteri?
Sono le procedure di opposizone alle richieste di assistenza giudiziaria internazionale a frenare le indagini, imponendo attese lunghe all’espletamento di rogatorie internazionali. Il livello di cooperazione è stato sempre molto buono sotto il profilo dell’impegno delle Autorità Elvetiche.
Quindi è un problema generale?
Le difficoltà nascono dalla somma delle regole interne della Confederazione Elvetica, da quelle del Paese richiedente, nel nostro caso l’Italia, e da quelle internazionali. In ogni rapporto di assistenza giudiziaria internazionale si intersecano almeno tre ordinamenti. Quelli appunto del Paese che richiede assistenza, quelli del Paese che la deve offrire e le regole internazionali. Il problema esiste, tanto che nell’ambito dei Paesi aderenti all’Unione Europea per superare queste difficoltà è in progetto la previsione di un mandato europeo di ricerca della prova, che dovrebbe semplificare queste procedure.
A partire dalla prima metà degli anni Novanta, con l’avvio dei filoni di inchiesta più clamorosi e fino ai casi più recenti, ci sono già stati cambiamenti significativi nelle norme e negli aspetti procedurali che hanno facilitato o viceversa inasprito il clima e reso ancora più complesse le indagini?
Nel corso del tempo ci sono stati miglioramenti. Il fatto è che col tempo anche chi commette i delitti è divenuto più accorto e sceglie paradisi societari, bancari, fiscali e valutari che rendono difficilissimo seguire il denaro.

Quindi ben oltre la Svizzera?
Sì: ad esempio una entità italiana può acquistare una International Busines Company in un’isola off shore le cui regole non consentono di individuare i soci. Questa società può aprire un conto in un paese terzo con segreto bancario, imputare i redditi in un paradiso fiscale e cambiare le valute in un paradiso valutario. Ovviamente ciò è molto complesso e la mia sensazione è che a fornire il know how siano coloro che operavano in passato nella Confederazione Elvetica a favore di chi trasferiva in tale Stato il denaro. Una volta mi sono imbattuto in un caso in cui il denaro su una banca svizzera era stato trasferito ad una società delle isole Cook che aveva un conto ad Hong Kong (all’epoca possedimento britannico). Non siamo mai riusciti a venirne a capo. Non credo che gli imputati, milanesi, si fossero davvero recati nel Pacifico.
In che misura gli eventuali ostacoli alle inchieste - se sono esistiti o tuttora persistono - hanno piuttosto una matrice legislativa e per così dire ‘culturale’ locale, italiana?
Ci sono state difficoltà gravi anche per quel che riguarda la legislazione italiana, come la legge di ratifica dell’accordo italo-svizzero per l’assistenza giudiziaria, ma sono state superate dalla giurisprudenza.
Cosa si potrebbe fare per rendere davvero più difficile l’evasione o il crimine finanziario?
Una misura semplice potrebbe essere applicata dagli Stati imponendo alle ‘loro’ imprese di tenere, nel paese in cui operano, copia della documentazione relativa agli affari intrattenuti con entità che hanno sede in di paradisi societari, bancari, fiscali o valutari, prevedendo sanzioni molto gravi in caso di inosservanza. Altrimenti non vi è alcuna speranza di contrastare crimine organizzato, traffico di droga e corruzione.
Andrea Lawendel