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10.03.2009
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Ticino Management - keywords: editoriali
Il segreto bancario e la Svizzera: what else?
La Svizzera è un territorio povero con un diffuso benessere, frutto di oltre 150 anni senza guerre, di una cultura del lavoro e del senso civico.
Più di 80 anni fa si decideva di introdurre il segreto bancario per la clientela privata, un coraggioso atto per dare più libertà ad un popolo che aveva scelto la democrazia da oltre 700 anni. Mentre il Paese creava un’economia competitiva anche a livello internazionale in settori come il farmacologico, l’alimentare, la meccatronica, gli apparecchi di precisione, il turismo, l’energia e tante nicchie di mercato all’ombra dei grandi gruppi stranieri, nasceva un settore di servizi molto legato all’efficienza e alla discrezione delle banche e un indotto assai specializzato e qualificato. Si stima che il prodotto interno lordo creato direttamente e indirettamente dal settore finanziario tocchi quasi il 18% del Pil.
Quando parliamo di segreto bancario parliamo di una risorsa per la Svizzera creata per la libertà dei propri cittadini, mentre proprio l’Europa circostante finita una guerra ne cominciava un’altra. Questa tipicità della Svizzera, cioè di una piazza finanziaria a misura d’uomo nel rispetto della sfera privata, ci caratterizza nel mondo ormai più dei cioccolatini, dei formaggi e delle piste da sci. Per chi risiede in Svizzera il rapporto con le autorità fiscali è svolto con naturalezza e coscienza dei doveri e dei diritti, come ogni altro rapporto con le amministrazioni e autorità pubbliche.
Perché ogni Stato non dovrebbe rispettare questa cultura e la sovranità della Svizzera, sovranità che spontaneamente va a determinare trattati bilaterali conformi a tutte le regole di buona intesa? Perché vengono posti in atto ricatti per costringere alla fornitura di dati, un atto che nessun tribunale svizzero in mancanza di elementi criminali probatori legittimerebbe?
Il ‘segreto bancario’ da più di 80 anni è insito nella cultura civile ed economica di ogni cittadino svizzero, oltre a essere un pilastro incontestabile del benessere nazionale. Abbandonandolo, oltre agli aspetti economici devastanti, forse diremmo addio all’ultima tipicità svizzera e toglieremmo qualcosa a quella parte (via via più ridotta) di mondo libero e veramente democratico che ancora esiste.
L’Unione europea, se vuole combattere l’evasione, vada alla radice. Colpisca quel 10-20% di Pil realizzato con lavoro non dichiarato, sapendo però che per decine di migliaia di imprese questo ‘nero’ fa la differenza tra lavorare e chiudere. Spesso il ‘nero’ serve a far quadrare il cerchio fra costo del lavoro alto e stipendi ormai da terzo mondo. A salvare un minimo di potere di acquisto per chi lavora. Ed è proprio la contrazione del potere di acquisto ad aver ridotto i consumi o costretto le famiglie a indebitarsi. Sono queste contraddizioni che non sono state provocate, caso mai acuite, dalla crisi finanziaria.
E se vogliamo per forza concentrarci sull’ultimo anello dell’evasione, le piazze di off-shore, perché non parliamo anche delle altre? Non intendo solo gli isolotti tropicali. Prima di essere ‘pizzicato’ Valentino Rossi ha preso la residenza a Londra, e non nel Mendrisiotto. Diversi Stati hanno ricevuto dalla Svizzera le ricchezze rubate da governanti e dittatori. E attendono ancora quella parte di bottino custodito in piazze ‘di sangue blu’. Nella polemica che si sta iniziando, si vuole discutere della liceità del segreto bancario o lo si vuole solamente togliere... alla Svizzera?
Valerio De Giorgi
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