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10.03.2009 in Ticino Management - keywords: finanza, banche

Girate i cannoni, per piacere!

Da tempo nessun segreto bancario può essere opposto per coprire reati penali riconosciuti come tali in Svizzera quali la frode fiscale. I governi esteri che gridano allo scandalo farebbero meglio a rivolgere la loro attenzione ad altre piazze che collaborano molto meno efficacemente alla repressione di crimini anche più gravi. Diverso il discorso per la semplice evasione e per le richieste di collaborazione ‘in bianco’, un monstrum giuridico contro il quale deve levarsi l’opposizione di ogni persona che abbia a cuore la cultura del diritto.

Scusate, ma dove è la novità?”. In grande sintesi così si può riassumere la reazione del presidente dell’Associazione bancaria ticinese e di quello dell’Associazione banche estere in Svizzera.

 

Claudio Generali e Alfredo Gysi sono tutto tranne degli ingenui e sono ovviamente coscienti dei risvolti gravi della situazione, ma non ritengono che l’invio da parte di Ubs alle autorità americane dei dossier relativi a 250 o 300 soggetti fiscali americani suoi clienti accusati di frode fiscale rappresenti una breccia nel segreto bancario svizzero. «Si tratta di casi dove i clienti e l’Ubs hanno avuto un ruolo attivo in attività che, per l’accordo contro la doppia imposizione tra Svizzera e Usa, si configurano come frode fiscale e per le quali è prevista l’assistenza amministrativa da parte svizzera», spiega Alfredo Gysi, reati ben documentati dalle autorità fiscali e giudiziarie penali americane. «Da tempo chi si macchia di frode fiscale sa bene che non può contare sulla protezione del segreto bancario svizzero», afferma Gysi, Ceo di Bsi, uno dei più importanti gruppi bancari in Svizzera nella gestione patrimoniale. «Si può discutere sulla legittimità giuridica dell’intervento della nostra autorità di vigilanza, la Finma, ma non parlare di una falla aperta  nel segreto bancario», prosegue Gysi.

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Un’occasione per informare. Va detto che la clientela statunitense, soprattutto per la piazza ticinese, è meno importante di quella dell’Unione europea. «Da parte dei Paesi dell’Unione europea e non solo da loro», afferma Claudio Generali, «possiamo attenderci bordate di retorica contro il segreto bancario». Molti paesi, per finanziare gli aiuti dati a poche banche e industrie, dovranno presto aumentare in modo rilevante la pressione fiscale, una mossa poco popolare. Per distrarre l’opinione pubblica molti governi lanceranno accuse alla Svizzera o ad altri paesi, pur sapendo benissimo che i problemi sono altri. «Questo tipo di retorica costa poco e paga politicamente», nota Generali, non certo privo di esperienza politica, precisando: «io spero che questa divenga un’opportunità e non una minaccia per noi». 

Al momento, le autorità europee anche a livelli alti e solitamente seri paiono speculare sull’ignoranza dei loro elettori. Quando l’Ue afferma con voce stentorea che “si attende dalla Svizzera lo stesso grado di collaborazione mostrato da Ubs con gli americani”, sa benissimo che questo già avviene. Anzi, l’Unione europea ha anche di più.

Quanti cittadini dell’Unione europea sanno che le banche svizzere operano come agenti delle autorità fiscali Ue prelevando una aliquota sui redditi degli investimenti obbligazionari dei soggetti fiscali europei loro clienti in Svizzera? Quanti cittadini sanno che la Confederazione collabora attivamente con le autorità degli altri paesi nei casi di frode fiscale? «I cittadini dell’Unione Europea sanno perfettamente che il segreto bancario svizzero non protegge in casi di reati previsti dal nostro ordinamento, come ad esempio attività terroristiche, riciclaggio e anche la frode fiscale», sottolinea Gysi. 

E quanti cittadini sanno che forme di riservatezza e di segreto anche più attraenti sono previste da Paesi e territori sia all’interno che all’esterno dell’Unione europea? Si potrebbe andare oltre: la Svizzera prevede norme molto precise sui ‘Personaggi esposti politicamente’. «Più volte la Confederazione e le banche si sono fatte parte attiva nel restituire agli stati le somme, anche ingenti, prelevate ingiustificatamente da loro governanti. Altri Paesi anche europei non sono stati così solleciti», ricorda Claudio Generali. 

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«Il messaggio che dobbiamo saper dare all’opinione pubblica e ai governi europei e non, è semplice. “Noi collaboriamo quando è giusto, altri no. Girate i cannoni, please!”: andate a sindacare piuttosto quel che avviene a Singapore, a Hong Kong in varie isole», afferma Generali. È curioso che ormai a 15 anni dall’inizio della trattativa sulla ritenuta europea solo la Svizzera abbia previsto questo meccanismo.  

No agli abusi. Proprio perché collabora attivamente nell’entraide judiciaire relativo a frodi fiscali e reati più gravi, la Svizzera ha dato solide basi al suo segreto bancario. «E proprio per questo ci possiamo opporre a degli abusi che vengono minacciati», nota Generali, «il sistema poggia su una distinzione chiara fra la frode fiscale che avviene tramite la falsificazione di documenti e l’evasione, che consiste nell’astenersi dal rendere nota un’informazione al fisco. Si dirà che è una distinzione sottile, ma è accettata e funziona, e si posa su un concetto semplicissimo: lo scambio di informazioni fra le autorità giudiziarie di due paesi scatta solo se il reato in oggetto è di natura penale ed è riconosciuto come tale in ambedue i paesi», spiega Generali.  

Ci sono poi distinzioni per nulla sottili. «L’onere della prova è dell’accusa. Nessun prosecutore può chiedere informazioni ‘in bianco’ senza specificare né il nome della persona inquisita né le circostanze in cui sarebbe avvenuto il reato», continua il presidente dell’Associazione bancaria ticinese, accennando alle cosiddette John Doe summons.  

Nessuno si attende richieste di questo tipo da parte delle autorità europee: «La collaborazione con i paesi dell’Unione Europea funziona perfettamente e l’attenzione delle autorità svizzere nel rifiutare richieste non sufficientemente documentate», afferma Gysi, «ha permesso di evitare abusi, ma anche di essere efficaci nella cooperazione con l’Europa».

«Si pone invece il problema, molto attuale, dell’opportunità per le banche svizzere di continuare a svolgere attività negli Usa. Spero che da queste vicende si traggano, e in fretta, le debite conclusioni», sottolinea Gysi.

Per molti aspetti, in campo finanziario gli Usa sono ‘più eguali’, la loro valuta attira investimenti indipendentemente dal rendimento offerto, i loro titoli indipendentemente dal merito di credito. Pensiamo al programma Qualified intermediary. Banche di tutto il mondo hanno affrontato il costo di inviare e far firmare ai loro clienti una dichiarazione nella quale affermano di essere o non essere soggetti fiscali americani. Altri paesi avrebbero potuto chiedere la stessa cosa? Probabilmente no. «La leva sulla quale gli Usa possono contare è il timore che le banche hanno di perdere la licenza bancaria in America, una decisione che le autorità americane possono prendere, come si dice, “a loro insindacabile giudizio”. In questo senso è chiaro che tanto più una banca ha investito sul mercato americano con personale, strutture e avviamenti, tanto più questo rischio è rilevante», nota Generali. Si apre quindi un conflitto fra una logica ‘extra giuridica’ (se non fai come ti dico io ti tolgo la licenza) e una giuridica, basata su principi saldi e su distinzioni che hanno fondato prassi serie e operanti come quella fra frode e semplice evasione: «Non è una questione amministrativa, è una questione di cultura del diritto. Non possiamo accettare che altri paesi vogliano imporre da noi una logica abnorme», sottolinea Generali. 

Singolarmente le banche sono, diciamolo pure, vulnerabili a decisioni gravi che in America possono essere prese solo a livello amministrativo. «Proprio per questo hanno bisogno di un appoggio corale da parte dell’opinione pubblica svizzera e non solo svizzera. Non solo da parte delle istituzioni», conclude il presidente dell’Associazione bancaria ticinese.




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