10.03.2009
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Ticino Management - keywords: finanza, banche
Anche i ricchi hanno i loro ammortizzatori sociali
Chi legge la stampa italiana trova sempre più spesso la dizione ‘ammortizzatori sociali’. Con questa efficace locuzione si definiscono cassa integrazione, sussidi di disoccupazione, incentivi all’assunzione e al part time, e altre misure di sostegno al reddito per le classi a reddito più basso. Vale la pena di chiedersi - e come vedremo la riflessione non è inattuale - se esistano anche degli ammortizzatori sociali per le classi ad alto reddito.
Inutile fingere di scandalizzarsi: le classi ad alto reddito in una società capitalista svolgono un doppio ruolo, come consumatori e soprattutto come operatori economici e quindi datori di lavoro. In un contesto come quello attuale una società senza ricchi non cresce e rende i poveri sempre più poveri, come perfino i cinesi hanno dovuto ammettere.
E la classe imprenditoriale, soggetta alle sue ciclicità, ha ottenuto i suoi ammortizzatori sociali. Sono diversi da Paese a Paese. Negli Stati Uniti e in Svizzera prendono la forma di una tassazione moderata ma certa e di esenzioni fiscali. In altri Paesi l’ammortizzatore sociale degli imprenditori consiste nella possibilità di pagare meno i lavoratori quando le condizioni economiche lo suggeriscono. Anche il trattamento poco severo nei confronti dei fallimenti previsto dalle legislazioni anglosassoni può essere considerato un ammortizzatore sociale.
E in Italia? In Italia l’aliquota per i redditi alti è penalizzante: un imprenditore non può scaricare quasi nulla e gli stipendi acquisiti non si possono ridurre. In Italia l’ammortizzatore sociale per l’alta borghesia e la classe imprenditoriale è la possibilità di eludere ed evadere le tasse.
Non facciamo finta di scandalizzarci. Sono cose che in Ticino sappiamo benissimo. È ingiusto? Certamente sì. Ma fino a pochi anni fa l’ammortizzatore sociale destinato ai disoccupati era ancora più ingiusto: consisteva nell’assunzione indiscriminata di persone nelle strutture pubbliche (Asl, Enel, Poste, Guardie forestali) indipendentemente dalla loro capacità e dalla effettiva necessità. Una sorta di lotteria dove chi vinceva otteneva un ‘posto’ ben pagato e chi ‘perdeva’ (altri poveri e disoccupati) pagava loro lo stipendio sotto forma di tasse, debito pubblico e inflazione.
L’evasione e l’elusione fiscale sono un istituto esattamente come la cassa integrazione, con i suoi paladini e i meccanismi che ne impediscono la scomparsa. La mobilitazione di alcuni partiti e di interi consigli regionali contro gli ‘studi di settore’ (che presuppongono dei minimi di redditività e implicitamente invitano gli imprenditori a dichiarare almeno questo minimo con una modalità simile a quella svizzera) lo dimostra. La vicina Repubblica è l’unico Paese ad aver preso un provvedimento, ai tempi di Carla del Ponte, per ‘non ricevere’ o per rendere più difficoltosa la ricezione e l’utilizzo di informazioni sui titolari di conti e depositi in Svizzera.
È l’unico paese ad aver trasformato il falso in bilancio in reato a querela di parte e ad aver ridotto le pene e la durata massima dei processi in modo da garantire una sostanziale impunibilità ai loro presunti autori. Non sono ingenuità o colpi di mano voluti per tutelare l’interesse di singoli, come la sinistra erroneamente li interpreta. Si tratta di istituti informali ma efficaci a difesa dell’imprenditoria e dell’alta borghesia, nel riconoscimento di un loro ruolo decisivo nell’economia italiana.
Possiamo interpretarli come una sorta di regulatory dumping o come una incentivazione fiscale. Siamo quindi molto lontani dagli Stati Uniti, dove l’evasione o l’elusione fiscale sono un fenomeno patologico e minoritario e vi è quindi la volontà politica di perseguirli, alla quale si aggiunge la possibilità concreta di farlo semplicemente minacciando questo o quell’operatore di negargli l’autorizzazione a operare negli Usa o con partner americani.
La conseguenza di tutto ciò è facile da tirare. Per quanto ci si possa attendere a margine delle accuse ad Ubs una nuova ondata di retorica contro il segreto bancario, una piazza che serve una clientela italiana ha da temere magari la concorrenza di altre piazze, ma non una convinta ed efficace azione da parte di Roma.
di Valerio De Giorgi