06.12.2009
in
Ticino Management - keywords: economia, fisco
Al di là degli scudi
Scudo, doppia imposizione, piazza bancaria… Conversazione a tutto campo con Emanuele Stauffer, avvocato dello studio Peterlegal di Lugano.
Sullo ‘scudo fiscale’ e le controversie fiscali che stanno animando le relazioni diplomatiche e politiche internazionali fioccano quotidianamente pareri giuridici e pronunciamenti di esperti. Il tema, come si dice in gergo giornalistico, è caldissimo. E non potrebbe essere diversamente, non solo per gli effetti che il provvedimento assunto dal governo italiano potrebbe avere sulla piazza bancaria ticinese, ma anche per le ricadute economiche negative verso il territorio, i comuni e il Cantone stesso, che si ritroveranno con un calo degli introiti fiscali provenienti dal settore bancario. Stime approssimative parlano di un decremento del gettito fiscale di oltre il 30%, ma tutto dipenderà dagli esiti reali dell’uscita dei capitali stranieri.
Nel frattempo, ci si interroga alacremente sulle diverse sfaccettature di una crisi che potrebbe cambiare il volto del sistema bancario nel volgere di pochi anni o, quanto meno, indurlo a modifiche strategiche e tattiche di rilievo, accompagnate da misure legislative fiscali finora mai immaginate. Se n’è parlato a Berna nel recente incontro tra la delegazione del Governo ticinese e Hans Rudolf Merz, e se ne parla a Lugano, dove ovviamente l’argomento tiene banco ormai da mesi sulla stampa, in convegni, seminari aperti e chiusi, consigli di amministrazione…
Ticino Management ha intervistato su tutta questa complessa partita dagli esiti incerti Emanuele Stauffer, avvocato dello studio Peterlegal di Lugano. Già procuratore pubblico cantonale, ha lavorato nel perseguimento di reati finanziari nel settore dell’assistenza giudiziaria internazionale. Insomma, come si dice, conosce la materia. Conosce, soprattutto, uno dei risvolti più preoccupanti e inquietanti del contenzioso che oppone la Svizzera ad Usa e Unione Europea, ovvero l’attacco al segreto bancario. «Certamente la portata del segreto bancario nell’ambito dei nostri rapporti con Stati terzi cambierà», commenta il giurista, «se tuttavia intendiamo il segreto bancario come una nozione dedotta dal diritto svizzero, a sua volta conseguenza di un certo modo di concepire i rapporti fra Stato e cittadino, e dunque a protezione della sfera privata, ebbene esso non può dirsi minacciato».
Apparente contraddizione. Perché subito dopo Stauffer spiega: «Non va dimenticato che, in Svizzera, diversamente da molte altre giurisdizioni, la possibilità per l’autorità fiscale, in casi di semplice evasione fiscale, di accedere ai dati bancari, è impossibile. Ciò si riverbererà anche nell’ambito dei rapporti internazionali, dal momento che questo principio è stato ampiamente confermato nel corso degli ultimi mesi. Non credo però che, oggi, visti i cambiamenti in corso, arroccarsi al segreto sia cosa del tutto opportuna. Occorre invece pensare ad un ruolo della Svizzera quale parte integrante - magari centrale - di un mondo on shore globalizzato». Arroccamento inutile, dunque. Il segreto bancario rischia di finire in soffitta? Così non pareva, dopo che per anni la Confederazione sembrava essersi messa al riparo da ulteriori attacchi varando legislazioni antifrode e antiriciclaggio assai avanzate, migliori per molti aspetti di quelle di altri Paesi della stessa Unione Europea. Allora, cosa non ha funzionato? Si poteva fare meglio, in termini legislativi e di norme di trasparenza, per evitare l’accrescersi di una ‘ostilità’ internazionale nei confronti di Berna? «No, solo che, in Svizzera, il reato fiscale non può essere l’anticamera del riciclaggio. Non esistono pertanto ostacoli affinché gli intermediari finanziari possano trattare averi anche fiscalmente non dichiarati». Possibilità in parte preclusa in altre giurisdizioni.
«È chiaro», riprende Stauffer, «che questa peculiarità, combinata con l’importanza della piazza finanziaria svizzera, crea invidie e accresce l’impressione che la Svizzera si sia dotata delle condizioni quadro per essere favorita rispetto ad altre giurisdizioni. Inoltre, direi che la Svizzera in generale ha sempre peccato per un difetto di comunicazione. Non è mai riuscita a far capire che la sua legislazione antiriciclaggio è una delle più efficienti al mondo, anche perché puntigliosamente rispettata dagli intermediari finanziari. La Svizzera, in questi ultimi anni, ha sempre dovuto rispondere ad attacchi esterni e non è mai stata attiva nell’evidenziare quanto all’avanguardia sia il suo sistema di prevenzione del riciclaggio», continua l’avvocato dello studio Peterlegal di Lugano. La questione da fiscale è diventata politico-diplomatica.
A molti, la strada imboccata dal Consiglio Federale lo scorso 13 marzo 2009 sembra sia quella giusta. La Svizzera, quella politica e il mondo bancario, dopo gli attacchi subiti dall’Europa e dagli Stati Uniti all’inizio dell’anno, ha reagito bene. Ha intavolato rapidamente discussioni con Stati terzi riuscendo ad incamerare in tempi brevissimi numerose convenzioni di doppia imposizione, uscendo dalla lista grigia dell’Ocse. In questo senso ha manifestato concretamente la sua volontà di adeguarsi agli standard internazionali, in modo tale da essere protetta da qualsiasi critica futura: «Il mondo di oggi è cambiato. Non è più possibile sperare che si possa tirare avanti con espedienti di piccolo cabotaggio.
Occorre invece considerare la Svizzera come uno Stato integrato in un mondo in cui gli scambi internazionali sono sempre più frequenti e facilitati, e nel quale i confini nazionali appaiono sempre più labili. Le norme relative alla cooperazione internazionale devono considerare questa evoluzione e la Svizzera deve far sì che la sua legislazione si adegui a questa evoluzione. E ciò attivamente e non passivamente». Tutto non è nato per caso. La crisi internazionale, come in tutte le bombe, è stato l’innesco, la miccia che ha acceso l’ordigno. Anche il giurista ticinese pensa che l’effetto scatenante sia stato il caso Ubs. Ad esso hanno fatto seguito rivendicazioni provenienti dall’Europa, facilitate dal contesto economico mondiale negativo e dalla necessità di trovare risorse finanziarie.
Sicuramente la Svizzera ha subìto un concorso di circostanze poco favorevoli. Ma è altresì vero che alcune norme interne al sistema giuridico svizzero non hanno favorito un sereno confronto: per esempio, il fatto che l’evasione fiscale in Svizzera non sia un reato. Un problema che oggi però non si pone più: «Anche su questo punto la Svizzera si è mossa. La distinzione fra frode ed evasione fiscale è stata abbandonata nell’ambito dei suoi rapporti internazionali. Essa non ha però motivo di non essere confermata nell’ordinamento giuridico svizzero. Era però giusto che la Svizzera decidesse di non volersene avvalere per rifiutare l’assistenza quando richiesta in casi di illeciti fiscali di ogni genere». In un azzurro mattino romano, si era in primavera, il ministro delle finanze italiano Giulio Tremonti ha aperto la finestra del suo studio di via XX Settembre e ha deciso: le casse vuote del fisco italiano andavano riempite anche con il terzo ‘scudo fiscale’ della sua carriera. Lui, padrino del primo e del secondo scudo, stavolta voleva dare una ‘lezione’ ai ‘paradisi fiscali’. Mettere alle strette gli evasori italiani, costringere chi ha capitali all’estero non dichiarati al fisco a rientrare e, comunque, a pagare il ‘fio’ del reato commesso. Costi quel che costi: anche una quasi crisi diplomatica con un paese, la Svizzera, dove l’italiano è la terza lingua e dove c’è un Cantone nel quale ogni giorno lavorano più di 40 mila frontalieri.
Stauffer commenta pacatamente lo spinoso argomento: «Dal punto di vista giuridico, vi sono sicuramente censure possibili. Mi riferisco alle normative antiriciclaggio e Iva. Trattasi però di questioni soprattutto italiane, sulle quali non tocca a noi svizzeri prendere posizione. Non credo sia nostro compito sindacare circa l’opportunità per uno Stato di avvalersi di questo strumento di politica fiscale. Ciò che sicuramente sciocca è l’aliquota applicata a questa amnistia fiscale. Essa è irrisoria e manifestamente inferiore a quelle applicate da altri Stati in situazioni analoghe». Il 5%. Come dire: su un milione di euro, cinquantamila. Un sacrificio sostenibile, posto che così il contribuente italiano si mette al riparo da possibili ritorsioni fiscali future su quei capitali, il tutto nel più perfetto anonimato. Una percentuale minima, se si pensa che l’aliquota massima fiscale in Italia viaggia oltre il 40%! Paragone improprio, si dirà, ma rende l’idea.
Anche Doris Leuthard, ministro dell’economia, ha affermato: “È legittimo che l’Italia faccia una simile amnistia, ma non ci piace la maniera”. E Stauffer replica: «Ripeto: ogni Stato è libero di scegliere come agire in materia fiscale. Più pertinenti sarebbero critiche di natura giuridica, che però non sono di nostra competenza. E scandalose sono state le misure di intimidazione adottate nei confronti delle banche svizzere in Italia». Filtri asfissianti alle frontiere, telecamere, perfino agenti in borghese sul territorio elvetico. Eppoi un clima di stato d’assedio, con dichiarazioni quotidiane - non sempre veritiere - sulla stampa italiana contro presunte malefatte delle banche svizzere e molto altro… Bellinzona si è giustamente arrabbiata. E così Berna, che sottoposta alle pressioni del Canton Ticino ha interrotto la trattativa sulla doppia imposizione fiscale. Una giusta ritorsione? «È evidente che, oggi, l’Italia non ha nessun interesse a definire i termini di una nuova convenzione di doppia imposizione. Tant’è che, prima di questa decisione, stava facendo di tutto per rallentare l’iter negoziale.
Questa decisione non fa altro che agevolare la posizione italiana, legittimandola nei suoi attacchi contro la Svizzera», commenta l’ex magistrato. Infatti, l’Italia non ha riconosciuto il fatto che la Svizzera sia uscita dalla lista grigia dell’Ocse, inserendola tra gli Stati non collaborativi su una propria lista nera. Intanto, alcuni eurodeputati italiani hanno inoltrato una denuncia all’Unione Europea secondo la quale lo scudo non rispetterebbe le direttive dell’Ue stessa, in particolare condonando reati relativi all’evasione dell’Iva. Non è chiaro quali potrebbero essere le conseguenze per coloro che scudano, se questa denuncia dovesse trovare conferma. «Di sicuro», afferma Stauffer, «chi ha scudato potrebbe anche perdere tutti i privilegi di cui ha beneficiato, in particolare perdere l’anonimato e vedersi costretto a versare tutte le penali previste dalla legge».
Sarebbe una beffa! Tra le pieghe del regolamento sullo scudo c’è il cosiddetto rimpatrio giuridico, “possibile per tutto”, e dunque non solo per immobili o attività patrimoniali per i quali comunque sarebbe impossibile un rimpatrio fisico. Lo ha detto Marco Di Capua, direttore centrale amministrazione dell’Agenzia delle entrate italiana, a margine di un convegno sullo scudo fiscale. In teoria dunque anche dai paesi ritenuti non collaborativi, come per esempio la Svizzera, è possibile ‘scudare’ fondi sconosciuti al fisco italiano senza rimpatriarli fisicamente, fermo restando che le tasse comunque debbono essere pagate in Italia. «Occorre distinguere», spiega Stauffer, « fra rimpatrio e regolarizzazione. La regolarizzazione è possibile soltanto con Stati ritenuti cooperativi nei confronti dell’Italia. Il rimpatrio, invece, è possibile anche nell’ambito dei rapporti instaurati con la Svizzera. Esso può essere effettivo o giuridico. Per valori non finanziari come yacht, gioielli e opere d’arte è possibile il rimpatrio fisico. Dove ciò non fosse desiderato, e anche per gli immobili, si può procedere alla costituzione di una società con la titolarità dei beni, lasciando gli stessi all’estero e rimpatriando le quote della società (rimpatrio giuridico). Ciò non sempre è possibile, in quanto la Lafe (Legge federale sull’acquisto di fondi da parte di persone all’estero) può rappresentare un ostacolo insormontabile proprio per quanto si riferisce alla realizzabilità (approvazione) del conferimento dell’immobile in una società».
Tra i motivi di ‘astio’ da parte del Ministro italiano, Giulio Tremonti, c’è l’accusa alla Svizzera di evadere sistematicamente l’euroritenuta (imposta sui conti esteri dai Paesi europei che non partecipano al sistema Ue di scambio di informazioni) “…perché il gettito non corrisponde alle grandezze macroeconomiche e al comune buon senso”, ha detto. Secondo il giurista ticinese, però, «parlare di violazione dell’accordo sulla fiscalità del risparmio è sbagliato. Il sistema bancario svizzero ha usufruito delle lacune in esso racchiuse, per esempio alla non applicazione dell’euroritenuta alle persone giuridiche. Lacune peraltro non volute dai negoziatori svizzeri». L’associazione svizzera delle banche straniere ha avanzato una proposta: “Non vogliamo più la neutralità in materia fiscale. Vogliamo invece applicare le leggi straniere sui capitali gestiti dalle banche in Svizzera versando l’imposta dovuta, ma nel rispetto della protezione della sfera privata. Noi non comunichiamo quindi il nome dei detentori dei conti, ma versiamo ciò che spetta per diritto allo Stato con il quale è stato firmato un accordo di doppia imposizione”. Tale dichiarazione ha aperto un vasto dibattito. Ha senso questa scelta? «Sì e no», risponde Stauffer, «innanzitutto è una proposta tardiva. Un’opportunità si era presentata nel 2004, con l’applicazione degli accordi sulla fiscalità del risparmio ma, in quel momento, si era preferito sfruttare le lacune del trattato piuttosto che agire pensando a quel che oggi sta puntualmente accadendo.
È quindi abbastanza singolare che oggi la si voglia riproporre. In secondo luogo, trovo che la proposta sia in contraddizione con le scelte politiche comunicate il 13 marzo 2009. In questo momento in effetti la Svizzera ha optato per uno scambio di informazioni rispettoso degli standard Ocse. Per una questione di coerenza, questa scelta dovrebbe chiudere la strada a qualunque altra alternativa, quale potrebbe essere un’imposta alla fonte appunto. Inoltre, una proposta del genere fa senso solo qualora venga applicata a livello europeo e non da un singolo Stato». Il Consiglio di Stato ticinese ha chiesto a Berna di esaminare la compatibilità delle misure previste dallo scudo fiscale italiano, in particolare per quanto attiene all’obbligo del rimpatrio dei capitali depositati in Svizzera, con le disposizioni del diritto internazionale relative alla libera circolazione dei capitali. Una misura che forse potrebbe essere efficace: «Ma vorrei che fosse l’Ue stessa a pronunciarsi spontaneamente sulla questione.
La Svizzera ha reagito male e tardivamente agli attacchi che le sono stati rivolti dall’Italia. Non è stata capace di interrompere la campagna di disinformazione in atto, nè di profilarsi nettamente quale centro di eccellenza e serietà, qual è in realtà». Nel frattempo, come nei precedenti scudi, torna d’attualità l’ipotesi di ricorrere ad un’amnistia federale generale? Stauffer la caldeggia: «Sarebbe utile, indipendentemente da quanto sta accadendo in Italia. L’ultima amnistia svizzera risale al 1969. Credo che 40 anni siano un lasso di tempo più che accettabile per dibattere serenamente e - soprattutto - senza pregiudizi ideologici di un tema siffatto». Il 2009 sarà ricordato come un ‘annus horribilis’ per la piazza bancaria svizzera. In una immaginaria agenda, quali sono i provvedimenti auspicabili per riportare la situazione in un regime di normalità interna e internazionale? «Senz’altro la conclusione dei negoziati con gli altri Stati in materia di doppia imposizione, in modo che si crei un quadro giuridico chiaro e stabile in materia di scambio di informazioni. Una situazione congiunturale favorevole sarebbe inoltre la ben venuta.
Ma ciò che ci vuole è una riflessione seria sul futuro. Molte cose sono emerse in questi ultimi due anni. Da un lato la solitudine della Svizzera sul piano internazionale e l’impossibilità per essa di difendere le peculiarità che scaturiscono dalla sua normativa sul segreto bancario. D’altro lato, è ormai certo che la storia della gestione patrimoniale off shore stia giungendo al capolinea, almeno così come l’abbiamo intesa fino ad oggi. Ciò deve indurre il mondo bancario svizzero a ripensare il modo di operare, a lungo termine però. Occorre in effetti adottare e definire un modello di business suscettibile di reggere ad ogni futuro attacco», conclude Emanuele Stauffer.
Giorgio Carrion