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13.11.2009 in Ticino Management - keywords: editoriali

Svizzera e Italia

E´ tempo di consuntivi per i governi di tutto il mondo. Si cerca di far quadrare i conti appesantiti dai costi degli interventi effettuati nella fase più acuta della crisi e dal minor gettito delle entrate ordinarie. E, non volendo aumentare le tasse, i governi guardano al forziere svizzero.

In Italia il Governo propone alle banche, che cercano incentivi e compensi per accettare l’invito a riaprire il credito alle imprese, una bella fetta di risparmio gestito in Svizzera a titolo di compensazione. Siede al Ministero del Tesoro un professionista, Giulio Tremonti, buon conoscitore del risparmio gestito in Svizzera, il quale è dunque passato - o oltrepassato - ai fatti: ed ecco una terza edizione dello ‘scudo fiscale’ affiancato da telecamere al confine, visite alle banche rossocrociate in Italia, e così via. Con quel 5% di imposta straordinaria sui valori ‘scudati’, la presidenza del Consiglio dei Ministri vuole anche finanziare quelle spese straordinarie, ma urgenti, che, anche qui, il Governo ha promesso in campagna elettorale. La manovra ha toccato molto l’umore della piazza finanziaria ticinese, anche perché quando si opera a un livello professionale fra i più alti al mondo, perdere sostanza ‘per decreto’ fa irritare molto. Berna è stata ampiamente sollecitata a intervenire e ci sono state richieste di spiegazioni e qualche ipotesi di contromanovra.

Nella concitazione del momento il ruolo di un periodico è capire meglio e ricordare. Al primo obiettivo abbiamo contribuito con l’articolo a pagina 57, una vera ‘guida’ allo scudo ter. Per il secondo mi affido alla memoria di tutti: la nostra storia è la storia di un’amicizia fra due nazioni che, vista da vicino, è di grande qualità e reciprocamente ricca di vantaggi dal dopoguerra in poi. Ricordiamo la grande immigrazione italiana verso la Svizzera: più di 800 mila italiani in meno di dieci anni sono arrivati all’interno dei nostri confini e, in termini economici per l’Italia (Veneto, Friuli e tutto il Mezzogiorno), hanno versato fino a 5 miliardi d’allora di Franchi svizzeri all’anno, e questo dal 1955. La Svizzera ha goduto come una grande fortuna un contributo di tale qualità (Max Frisch: “Abbiano chiesto braccia, sono arrivati uomini di qualità”), nuovi cittadini che già nella prima generazione hanno partecipato allo sviluppo sociale ed economico della Svizzera fino a entrare negli ambienti militari come ufficiali. Le agitazioni antistranieri, fino al partito dell’allora Schwarzenbach, hanno lasciato il tempo che trovavano; ma anche su questo, un fenomeno anche più marcato lo vive l’Italia.

Ricordiamo quando altre leggi e decreti rendevano complicata la vita alle aziende italiane che importavano ed esportavano, quando era difficile anche solo fare versamenti all’estero per approvvigionarsi di materie prime. Il sistema bancario svizzero ha contribuito non poco a sostenere importatori ed esportatori imbavagliati dalle norme vigenti. Se torniamo con il pensiero ai tempi di iper inflazione e alle svalutazioni fatte anche per sostenere l’industria all’export, e ricordiamo quando con mille lire si ottenevano sette franchi (venti anni dopo 70 centesimi), forse possiamo capire come gli imprenditori che si sono rifugiati nel Franco hanno trovato i mezzi per affrontare le riconversioni tecnologiche che hanno permesso di riposizionarsi a leader, come è oggi l’Italia in tanti settori, strutture turistiche comprese. Con questi pochi esempi di ‘gemellaggio’ economico, pensiamo che anche l’italiano più critico possa capire lo stupore e anche la richiesta di spiegazioni che la Svizzera e il Canton Ticino pongono all’Italia. Serenamente, non crediamo che l’interscambio economico, dal turismo ai pregiatissimi vini da una parte, agli orologi e alle macchine tessili dall’altro, possa essere messo in discussione da una voglia matta di andare a cercare le soluzioni dalla parte sbagliata.

Valerio De Giorgi




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