20.11.2011
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Ticino Management - keywords: mercati, europa
Dietro il debito, la competitività
Un haircut dove è necessario, radicale ristrutturazione dei conti pubblici negli altri Paesi. Ma non si esce dalla crisi senza un rilancio della competitività europea nell’industria e nei servizi.
Per molti versi è stata la politica a generare la crisi economica e finanziaria che ci attanaglia. I politici alla ricerca di consenso elettorale, i politici con ottiche di breve termine più che di visioni globali, i politici poco inclini alla solidarietà internazionale quando sono in gioco interessi domestici vitali.
Ed oggi però è proprio la politica a dover fornire risposte e trovare soluzioni congrue, ancorché forse impopolari. Ma se i processi che hanno condotto a questo scenario sono stati relativamente lunghi, a questo punto gli interventi devono essere urgenti, anzi urgentissimi.
A dirlo è un eminente personaggio, vicino anche al mondo della politica, di quella francese e della Banca centrale europea, un organismo che, ormai, definire quasi politico è più che lecito, visto il suo ruolo centrale in Euroland. Si tratta di Jean-Paul Betbèze, capo economista, direttore degli studi economici e membro del Comitato esecutivo di Crédit Agricole, ma anche membro del Consiglio d’analisi economica del Primo ministro francese e membro del Cercle des economistes français.
L’analisi di Betbèze parte dagli Stati Uniti, ex-locomotiva economica del mondo ed ex-superpotenza.
Per Jean-Paul Betbèze oltre Atlantico si è creata una situazione abbastanza critica e per certi versi anomala. Non solo infatti la ripresa, che si presentava abbastanza sostenuta, ha subìto nell’ultimo trimestre una brusca frenata, nonostante l’enorme profusione di liquidità venuta dalla Federal reserve, con manovre quantitative in rapida successione, e non ha portato i benefici attesi in termini di occupazione, ma il quadro politico a Washington ha raggiunto una situazione di stallo.
I Repubblicani, che puntano in ogni modo alla non rielezione di Barak Obama, al motto di “one term President” hanno bloccato ogni iniziativa di riforma, ingessando la situazione e precludendo anche la via di eventuali misure fiscali di supporto.
Così è rimasto Ben Bernanke ad accollarsi sulle spalle tutte le responsabilità: ha ideato la manovra di twisting, uno swap fra titoli a breve ed a lungo termine per calmierare i tassi ipotecari e dare ossigeno all’asfittico settore immobiliare, continua a comprare bonds pubblici per sostenere il mercato, anche se la Federal reserve ha già triplicato il proprio bilancio, e probabilmente diminuirà ancora i tassi di riferimento. Non si cura più di tanto del debito elefantiaco perché, bene o male, i treasuries si piazzano, per ora, bene anche in Asia.

Obiettivi sono ottenere finalmente un deprezzamento del dollaro, creare, se possibile, un po’ di inflazione ‘controllata’ ed obbligare, in una guerra valutaria con poche possibilità di successo, Pechino a rivalutare il proprio yuan/renmimbi. Da parte sua la Casa bianca ed il Dipartimento del tesoro fanno la voce grossa con l’Europa, sollecitando riforme e dicendosi preoccupati del livello di solvibilità delle banche europee che operano negli Stati Uniti, non tanto, afferma Betbèze, perché pensino ad un effetto domino su di loro, quanto piuttosto in virtù del vecchio vizio yankee di chiedere agli altri la soluzione dei loro problemi domestici. Dall’Asia, Pechino in testa, è facile ricevere forse dichiarazioni d’intenti, ma pochi fatti.
E l’Europa? Anche qui Jean-Paul Betbèze tiene a distinguere le situazioni.
Per la Grecia un ‘haircut’, cioè una ristrutturazione morbida del debito, è inevitabile, così come profonde riforme, risanamenti, misure di risparmio. Ma non possono neppure essere troppo drastici, perché va comunque assicurata una certa crescita. La sua posizione è chiara: risanamento sì, interventi di urgenza sul debito, ma senza trascurare la crescita economica. Un dilemma irrisolvibile, almeno a breve? Forse, ma bisogna provarci, ad esempio con la via delle privatizzazioni e, soprattutto, aumentando la competitività delle imprese.
Il quadro, afferma Betbèze, è in effetti eterogeneo, più preoccupante, oltre che per la Grecia, per il Portogallo.
La Spagna ha problemi nel mercato immobiliare, la Francia deve fare anch’essa interventi e l’Italia, che tecnicamente è messa meglio delle altre, addirittura con un surplus delle partite correnti ed i risparmiatori che continuano a comprare Bot e Cct, ha soprattutto un problema di fiducia e di credibilità istituzionale.
Quel che è certo, dice Betbèze, è che una soluzione drastica va trovata in fretta, in un accordo Sarkozy-Merkel che soddisfi tutti i partners e la Bce, la quale per il momento è la sola a tenere il castello in piedi con gli acquisti massicci di titoli ‘critici’, proprio come la sua gemella di Washington.
E i tanto decantati Eurobonds comuni possono essere una soluzione? Sì, afferma Betbèze, a patto che l’emissione avvenga non sotto l’effetto dell’emergenza, ma a mercati più calmi e con qualche segno di miglioramento, altrimenti finirebbero per trascinare nel baratro anche i Paesi finanziariamente virtuosi, come la Germania.
Ovviamente, imboccata la via del risanamento dei conti pubblici, un’altra strada per favorire la ripresa sarebbe quella di stimolare fiscalmente e con opportuni sostegni il reddito delle famiglie e la loro propensione all’acquisto.
Tuttavia, afferma Betbèze, a parte la difficoltà di trovare le risorse per tali piani, supportare gli acquisti senza migliorare produttività e soprattutto competitività delle aziende sarebbe fatica vana, in quanto la ripresa risulterebbe effimera ed i problemi tornerebbero a ripresentarsi dopo qualche tempo.
Uno scenario senza scorciatoie facili per la soluzione, in cui l’accordo politico, difficile da conseguire, condiziona anche le scelte tecniche.
Se a Washington la lotta, senza esclusione di colpi, si sta ormai incentrando sulle ‘rielezioni’ presidenziali del prossimo anno, in Europa, per certi versi, il quadro è ancora più contorto: considerazioni in vista di elezioni dietro l’angolo si combinano con resistenze storiche ormai ataviche, che rendono difficile la costruzione di organismi comuni, come superministeri finanziari, bad bank unitarie, meccanismi di compensazione, al di là di quella moneta unica che, forse adottata troppo presto e troppo impulsivamente, non riesce a creare di per sé unicità di vedute e di interventi, ed anzi lascia l’amaro in bocca, a chi, nella buona tradizione mediterranea, ad ogni fase di difficoltà rispondeva con la facile scappatoia dell’inflazione (per ripagare di meno i propri debiti) o della svalutazione competitiva, ora non più praticabile.
Gianluca Faraone