20.11.2011
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Ticino Management - keywords: editoriali
Col tedesco fai carriera
Per gli storici che vorranno capire la storia degli ultimi decenni la vita non è semplice. La cronaca
giornalistica, le fotografie, le immagini televisive tolgono praticamente tutto lo spazio all’immaginazione
e non lasciano più niente all’estro interpretativo. Non si può far altro che tessere la redazione
dei fatti e contestualizzarli.
Chi dovrà raccontare un giorno la storia di questi interminabili giorni caldi dell’euro, non potrà che notare come mezza Europa non faccia più i compiti assegnati dalla Bce (e dalla Germania). Visto che, più o meno, tutta la leadership europea del mondo si chiama per nome e anche in francese ci si dà ormai del tu, l’Angela con Nicolas, Silvio e gli altri (con George ‘il Greco’, nato e laureato negli Usa, basta il generico ‘you’) non resta che avere la trascrizione delle telefonate per scrivere qualche ‘pièces-de-théâtre’. Agli storici rimarrà ben poco e agli economisti ancora meno visto che le lezioni di economia della finanza lasciano ormai il tempo che trovano.
Certo, rispetto all’ottimismo infinito dei primi anni di globalizzazione e pensiero unico liberista si nota che qualcosa è cambiato. La Cina è arrabbiata con l’America che vuole svalutare il dollaro all’infinito danneggiando i bond che la stessa deve comperare per pareggiare la bilancia dei pagamenti. La Cina ha cercato di diversificare acquistando asset in euro e ora non ha più la certezza che sia ‘roba buona’. L’America, per contro, trova insopportabili i cinesi che adeguano il renminbi alla svalutazione del dollaro, annullando tutti gli sforzi della loro politica economica al punto che minaccia di mettere dazi a tutto l’import che viene dalla Cina. Peggio ancora in Europa perché, zitti zitti, alcuni imprenditori e stati sognano di riprendere competitività e svalutare i debiti con lo strumento della svalutazione competitiva che fece la fortuna, fino alla fine degli anni ’90, di Italia, Francia, Spagna e Portogallo.
La Cina, che deve comprare il debito d’America e d’Europa, è ormai un ‘signor cliente’ delle grandi tecnologie, del lusso, della moda, delle automobili, dei prodotti farmaceutici e anche del turismo, per citare l’elenco interminabile di prodotti e servizi che il mondo occidentale ormai si è indispensabilmente ipotecato. C’è chi dice che i rapporti più stretti sono quelli fra creditori e debitori. Vista così l’immagine descritta ci rassicura in pieno e proprio non vedo chi ha voglia di far colpi di testa anche se, nel caso dell’Europa, la dialettica può superare, talvolta, anche le logiche di ogni coerenza, sia politica che economica. Nel contesto mondiale, invece, c’è da sperare che la Federal Reserve non sbagli i calcoli e non stampi moneta più del necessario, perché se per loro l’inflazione è considerata come un elemento di ritorno a un buon momento economico, in Europa, con la politica dei salari del dopo euro, anche le nazioni più virtuose rischierebbero di vedere i lavoratori e i disoccupati nelle piazze.
Intanto la Germania va di moda, ha il numero più basso di disoccupati da vent’anni a questa parte, non c’è giovane in Europa che non sogni un posto di lavoro tra Amburgo e Monaco. Il portale Eures, agenzia di collocamento tedesca, registra attualmente 158mila giovani spagnoli, 91mila italiani, 56mila rumeni, 45mila portoghesi, 42mila polacchi, che non vedono l’ora di trovare un posto di lavoro nelle aziende benedette dall’era Merkel. Imparare il tedesco è di gran moda: al Goethe- Institut c’è un aumento di iscrizioni del 70%. Si imparano volentieri i ‘verbi forti’ e le complesse declinazioni dei verbi, convinti dallo slogan dell’istituto: “Con l’inglese ci arrivi, con il tedesco fai carriera”.
Valerio De Giorgi