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31.03.2011 in Ticino Management Donna - keywords: societa

Nouvelle riches

Nelle classifiche della nuova ricchezza uscita dalla crisi economica mondiale ci sono molte novità, a livello di distribuzione geografica e anche di genere

La crisi economica ancora in corso, ma, forse, in fase calante, ha lasciato sul terreno molte vittime, anche tra i grandi ricchi, ma nello stesso tempo, come dopo ogni sconvolgimento che si rispetti, in questo club dorato si registrano molte new entry e soprattutto un certo rimescolamento di carte, che, se ha spostato l’asse geografico di molti patrimoni, ha anche un - inaspettato - riscontro di genere. Gli ultimi anni avrebbero infatti visto crescere la ricchezza femminile, anche se non in misura omogenea in tutto il mondo (anche perché è la ricchezza in generale che non cresce nel mondo in modo omogeneo).

Quindi negli ultimi tempi fioccano studi e lavori statistici e sociologici dedicati alla ricchezza, che mostrano numerose interessanti novità sia in ambito internazionale che nazionale, segnatamente per le donne. Per partire dal livello macro, un recente studio del Boston Consulting Group (Bcg) stima in ventimila miliardi di dollari la ricchezza controllata oggi dalle donne nel mondo, vale a dire il 27% della ricchezza mondiale. Che il valore fosse in crescita era stato sottolineato da diversi protagonisti del private banking. Certo, nella classifica dei miliardari ancora nessuna donna è entrata nell’olimpo dei primi dieci, ma il tasso di crescita dei patrimoni in rosa dal 2004 al 2009 è stato del 7%, circa il doppio dell’incremento a livello globale.

La mappa delle ‘ricchezze femminili’ è stata disegnata dagli analisti di Bcg grazie ad uno studio su un campione di 500 donne con capitali investiti oltre i 250 mila euro. 

L’area geografica in cui le donne contano di più da punto di vista economico è senz’altro il Nord America, dove raggiungono il 33% della ricchezza totale per un ammontare di 9 mila miliardi di euro. Alto il tasso anche in Australia-Nuova Zelanda con il 31% (ma il valore assoluto è di soli 500 miliardi di dollari), mentre in Asia le donne controllano il 29% della ricchezza, pari a 2,8 mila miliardi. In coda a livello globale l’America Latina (18% con 400 miliardi), il Giappone (14% con 1,5 mila miliardi) e naturalmente l’Africa (11% con 40 miliardi).

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In Europa la situazione è assai differenziata: se nei paesi occidentali la percentuale di ricchezza rosa è del 26%, pari a 5,3 mila miliardi, la porzione scende al 19% dell’Est Europa, con appena 40 miliardi (in Russia si raggiunge il 21% con 100 miliardi). Grande eccezione la Gran Bretagna, dove, secondo una recente ricerca della società di consulenza Mdrc, il numero delle donne inglesi ricche, ovvero con più di 500 mila sterline, cioè quasi 600 mila euro da investire, supera oggi quello degli uomini. Certo occorre sottolineare che la ricchezza complessiva delle donne al mondo è solo 400 volte il patrimonio stimato dell’uomo più facoltoso del globo, Carlos Slim (53,3 miliardi secondo la classifica Forbes). Resta però il fatto che per il 42% del campione la ricchezza non è il risultato di un accordo di divorzio generoso o di un’eredità improvvisa, quanto piuttosto il frutto della remunerazione e dei bonus della propria professione. Davvero una sorpresa per quanti, invece, attribuivano a fattori di ‘eredità’ la crescita delle ricchezze femminili. D’altra parte dal 1980 al 2008 il numero di donne nella forza lavoro a livello internazionale si è raddoppiato fino a raggiungere quota 1,2 miliardi. A questo si aggiunga che sempre più spesso risultano in aumento le donne che, all’interno delle famiglie, sono quelle con il salario più alto. Peraltro il trend sembra destinato ad essere confermato nei prossimi anni: lo studio di Bcg stima, infatti, che dal 2009 al 2014 la ricchezza controllata dalle donne crescerà ad un tasso dell’8% all’anno. E che nei prossimi anni le donne siano destinate a guadagnare più dei loro mariti lo conferma anche il Pew Research Center di Filadelfia, rilevando che già oggi in America oltre una moglie su cinque guadagna più del marito e che questa tendenza emersa negli ultimi decenni è destinata a rafforzarsi. Per la prima volta nella storia, gli uomini americani tra i 30 e i 40 anni hanno più probabilità di sposare donne più istruite e in molti casi meglio pagate di loro, che non donne meno istruite e anche meno pagate. 

Ma guardiamo meglio le caratteristiche di questa nuova ricchezza femminile. Innanzitutto tutto, abbiamo già visto che le donne ricche sono meno ricche degli uomini: i loro patrimoni sono decisamente inferiori. Infatti la prima signora, la più ricca del mondo, è la numero 17 nella classifica totale (la seconda nel suo paese, la Francia). Si tratta di Liliane Bettencourt, fondatrice della multinazionale della cosmesi L’Orèal. La ricca 85enne francese possiede un patrimonio di 22,9 miliardi di dollari. La segue la statunitense Christy Walton, che con la sua famiglia ha ereditato l’impero della grande distribuzione Wal Mart. Il suo patrimonio ammonta a 22,5 miliardi di dollari, mentre a 17,6 miliardi si attesta quello di Alice Louise Walton, l’unica figlia femmina di Sam Walton, che, contrariamente agli altri fratelli, non si occupa degli affari di famiglia ma è comunque proprietaria di una quota dell’azienda. Se anche nelle posizioni successive le signore milionarie sono piuttosto anziane, ci sono anche esempi di donne giovani, oltre che ovviamente ricche. Per esempio, Zhang Xin, 45 anni, la donna più ricca della Cina, che ha creato un impero con il marito, Pan Shiyi, una specie di Donald Trump dell’Asia, la libanese Hind Hariri, che a soli 27 anni ha in mano un impero di aziende immobiliari, banche e media e l’americana Abigail Johnson, 46 anni, fondatrice, insieme al padre, della Fidelity Investments, la più grande azienda finanziaria degli Stati Uniti.

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Quello che hanno però in comune queste signore che occupano i primi posti della classifica delle più ricche del pianeta è che i loro patrimoni sono sempre stati ereditati (da un padre, da un marito o compagno). La rivista Forbes ha però pubblicato anche la classifica delle donne che hanno fatto fortuna, escludendo i lasciti patrimoniali. Sono solo 14 le donne self-made nella lista di 1’011 persone che hanno un patrimonio superiore al miliardo di dollari. Tra queste quattordici, alcune di loro hanno anche umili origini e molte provengono a paesi dove la ricchezza è in fase di sviluppo, come Cina e Russia. È il caso di Wu Yajun, in cima all’elenco, che con un patrimonio netto di 3,9 miliardi di dollari, che secondo Forbes sarebbe la donna più ricca del pianeta, senza aiuti; o di Elena Baturina di Mosca (terza classificata), un magnate nel settore della plastica. In questa classifica si trovano comunque donne dai profili molto disparati, tra cui la spagnola Rosalia Mera, proprietaria dei negozi Zara; Oprah Winfrey, la regina dei talk show americani; Giuliana Benetton, co-fondatrice dell’omonimo gruppo, e pure Joanne K. Rowling, autrice della fortunata serie di Harry Potter.

Un gruppo molti interessante e promettente, ma sorge spontanea una domanda: perché sono così poche?

Innanzitutto, le donne che avviano una loro attività nel mondo continuano a ricoprire un ruolo marginale; in controtendenza invece gli Stati Uniti, dove, complice la crisi economica che ha spazzato molti posti di lavoro femminili, le neo-imprenditrici sono oggi il doppio degli uomini. In generale però, secondo le analisi, sono solo il 20% le aziende da più di 1 milione di euro gestite da donne. 

Un altro problema sono poi i finanziamenti. Una ricerca della Kaufmann Foundation dimostra che le aziende tecnologiche guidate da donne dispongono di un capitale dal 30% al 50% inferiore rispetto alle organizzazioni che hanno al timone un uomo. E hanno anche più difficoltà a ottenere finanziamenti: nel 2008 gli investimenti nelle aziende guidate da donne sono stati pari all’8%. 

Inoltre, ci sono altri problemi legati agli obiettivi personali. Se gli imprenditori definiscono il grado del loro successo soprattutto in termini monetari, le loro colleghe danno priorità alla vision e alla missione della loro attività. Diventare miliardarie non è il loro fine primario. Le donne vogliono creare organizzazioni che rispecchino i valori in cui credono, assicurino opportunità di lavoro, soddisfino le loro aspettative e diano loro la possibilità di soddisfare gli obiettivi familiari. «Le donne hanno un forte senso commerciale come gli uomini, ma meno degli uomini hanno aspirazioni monetarie in cima alla loro lista di priorità», conferma la sociologa Sarah Schilliger, coautrice (insieme a Ueli Mäder e Ganga Jey Aratnam) del libro Wie die Reiche denken und lenken. Reichtum in der Schweiz (“Come i ricchi pensano e agiscono. Ricchezza in Svizzera”).

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Il Paese in cui le donne sembrano riuscire ad avere successo più rapidamente sembra essere la Cina, da dove provengono 7 delle 14 miliardarie della classifica. A questo contribuisce senza dubbio il boom dell’economia cinese, che offre loro più opportunità e consente di operare in un enorme mercato con costi di manodopera più contenuti.

In Europa invece, con la sola eccezione significativa del Regno Unito, la situazione appare ancora piuttosto stagnante, soprattutto se si guarda ai Paesi del centro-sud. Indubbiamente pesa un’economia ancora un po’ asfittica, ma anche - e forse di più - pesano pregiudizi culturali importanti e duri a morire, come, per esempio, quello che il salario principale, quello detto ‘di sussistenza’ per la famiglia, debba ancora essere destinato agli uomini, mentre le donne non solo sono penalizzate sul fronte retributivo, ma sono guardate con maggiore sospetto da parte degli istituti di credito quando si tratta di creare una nuova impresa. Caso esemplare, a tal proposito è l’Italia, dove le ricchissime scarseggiano e, quando ci sono, sono in gran parte ereditiere o vedove di ricchi. In effetti, se ai primi posti troviamo personaggi dai nomi poco noti come Lina Tombolato, moglie del numero uno di Mediolanum, Ennio Doris, o Palmira Bazzani, al secolo madre di Emma Marcegaglia, per trovare nomi noti come, per esempio, le grandi stiliste Fendi, Krizia o Daniela Girombelli bisogna scivolare un po’ più giù nella classifica tra il ventesimo e il quarantesimo posto. 

Tra le donne più ricche in Svizzera grande riservo. Alcune vengono indicate dalla rivista Bilanz nella sua annuale classficia dei paperoni elvetici, ma molte di queste in realtà sono straniere. Apparentemente la donna più ricca residente in Svizzera è Charlene de Carvalho Heineken, della famiglia del famoso gruppo di birrai olandesi (5-6 miliardi di franchi), segue la giovane Athina Onassis (4-5 miliardi), erede dell’armatore greco Aristoteles Onassis, che vive nel canton Vaud. Risiede in Svizzera anche Margherita Agnelli de Pahlen, figlia ed erede di Gianni Agnelli, classificata nella categoria 200-300 milioni di franchi. Tra le Svizzere più abbienti troviamo invece Helga Kellerhals (3-4 miliardi), Heidi Horten (2-3 miliardi) e Gigi Oeri (3-4 miliardi).

Nel libro Wie die Reiche Denken und Lenken, i tre autori analizzando il fenomeno della ricchezza nel nostro paese (dove vive circa il 10% dei miliardari di tutto il mondo) dal punto di vista sociologico e culturale, nel capitolo dedicato alla ricchezze femminile mettono in luce un quadro piuttosto deludente. «In effetti tra i più ricchi della Svizzera ci sono alcune donne, ma per lo più si tratta di ereditiere o di vedove di uomini ricchi», conferma Sarah Schilliger. «Ma in relazione alle posizioni di potere all’interno dell’economia, le donne in Svizzera rappresentano solo una elemento marginale. Questo è dimostrato anche dallo Schillingreport 2010, che constata che le donne in posizioni di comando nelle grandi aziende sono ancora un’eccezione e addirittura il numero delle donne ‘quadro’ è in diminuzione, se si pensa che nelle 100 società più grandi del paese la quota delle donne manager è scesa dal 5% del 2009 al 4% nel 2010». I motivi di questo fenomeno sono da ricercare, oltre che nelle questioni già viste e comuni anche a molti altri paesi europei, anche nel fatto che, in Svizzera più che altrove, ricchezza è sinonimo di potere. «Disporre di capitale in questo paese significa avere un grande potere, un potere spesso non formalizzato in importanti cariche politiche», afferma Sarah Schilliger, che ricorda che il potere viene comunque esercitato tramite reti di contatti e organizzazioni di vario genere, organizzazioni dove le donne sono spesso assenti.Un elemento che però potrebbe favorire la ricchezza femminile nel nostro paese è però l’apprezzamento sociale della ricchezza. In un paese dove, l’ammontare del patrimonio dichiarato al fisco dal 3% della popolazione corrisponde a quello del 97% restante, una minoranza di super-ricchi approfitta in modo sproporzionato dei vantaggi del diritto di successione e di imposte patrimoniali basse, volute dal popolo stesso. «In Svizzera vige l’opinione comune che chiunque può diventare milionario», osserva la Schilliger. «Pertanto, a livello sociale, la ricchezza è considerata legittima, aprendo uno spazio alla nascita di patrimoni, chiunque ne sia l’artefice, anche una donna».



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