31.03.2011
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Ticino Management Donna - keywords: societa
L’industria delle patacche
La contraffazione è un fenomeno dilagante nel mondo, dai contorni molto rischiosi ed ambigui e soprattutto avvertita dal consumatore come un ‘peccato veniale’. Ma i suoi fattori di rischio sono molto più ampi di quanto non si possa spesso immaginare
C’erano una volta il Rolex vero e la sua patacca, il secchiello Louis Vuitton e il suo clone. Copiati spesso in maniera evidente e grossolana e indossati sovente in maniera altrettanto ‘grossière’. Storia vecchia. Adesso quello della contraffazione è un mercato decisamente sofisticato, destinato anche ad una clientela sempre più attenta ed esigente. Oggi laddove esiste un prodotto di successo significa che è copiabile. Dalle borse ai cd, dalle moto alle auto, dai medicinali ai pezzi di ricambio degli aerei: qualsiasi merce incontri un deciso successo di vendita è a rischio di contraffazione, tanto che è diventato quasi impossibile trovare un settore manifatturiero risparmiato dalla falsificazione. Al punto che il fenomeno ha assunto dimensioni veramente macroscopiche e nello stesso tempo inquietanti.
L’industria della contraffazione, come è ovvio, non pubblica i propri bilanci, né tantomeno li fa certificare da società di auditing. Le stime sono sempre induttive e spesso per difetto. Variabilità, anche notevoli, nelle stime sono dovute a diverse metodologie di valorizzazione e a dati di partenza basati su indicatori diversi (sequestri operati, numero di addetti all’economia sommersa, merce circolante/merce prodotta o importata ufficialmente, ecc.).
Ancora più difficili da valutare sono i danni della contraffazione: se la sottrazione alle vendite legittime da parte delle vendite contraffatte non sempre e non necessariamente è in rapporto uno a uno, ad esse vanno comunque aggiunti notevoli danni di immagine, nonché mancati introiti fiscali e rilevantissimi costi sociali.
Quello che è certo e che l’industria del falso non può essere più considerato un fenomeno marginale dell’economia mondiale. Elaborazioni World Trade Organization e OCSE stimano che il commercio di prodotti contraffatti corrisponda al 10% degli scambi mondiali per un valore pari a 450 miliardi di dollari. Più prudente è la stima della Commissione europea e dell’Organizzazione Mondiale delle Dogane che attribuiscono al fenomeno della contraffazione e pirateria il 7% della merce scambiate a livello mondiale per un valore tra i 200 e i 300 miliardi di euro. A questi risultati si arriva dopo un decennio di forte accelerazione del fenomeno: molte analisi valutano che in soli 10 anni il fatturato dell’industria del falso sia aumentato del 2000% .
270 mila è la stima dei posti di lavoro persi negli ultimi 10 anni a livello mondiale, a causa della contraffazione, di cui 125 mila circa nella sola Comunità Europea. «Tutte le cifre ipotizzate sono difficilmente verificabili», avverte l’avvocato ginevrino esperto del settore Blaise Grosjean, «giacché il traffico della contraffazione è, per sua natura, un’attività non dichiarata. Mi sembra comunque che quando si parla del 7% del commercio mondiale o addirittura del 10% si esageri un po’. Questo non esclude che la contraffazione tocchi diversi ambiti. La copia di articoli di grandi marche non è che uno degli aspetti. C’è la contraffazione di medicinali e di prodotti alimentari o di bevande, che può rappresentare un grande rischio per la salute del consumatore. Pensiamo poi alla messa in circolazione di pezzi di ricambio contraffatti soprattutto di automobili, che può essere causa di inquinamento, ma anche di incidenti! La pirateria comprende anche l’ambito dell’industria musicale e cinematografica. Che dire della copia d’invenzioni brevettate o semplicemente dello spionaggio industriale? Queste attività danneggiano in modo parassitario la proprietà altrui, senza sforzi o spese di ricerca». La contraffazione interessa in effetti ormai quasi tutti i settori industriali. Un’analisi della Commissione europea ha stimato che all’interno dell’UE, le merci contraffatte rappresentino:
- dal 2 al 4% dell’industria del mobile design;
- dal 5% al 10% delle vendite di pezzi di ricambio di autoveicoli;
- il 6% dell’industria farmaceutica (con incidenze pressoché nulle nei paesi occidentali e superiori al 50% in quelli in via di sviluppo);
- il 10% della profumeria;
- il 10% delle vendite dei CD e di audiocassette;
- il 15% dell’industria dei giocattoli;
- il 16% delle vendite di film (videocassette e DVD);
- il 22% delle vendite di calzature e articoli d’abbigliamento;
- il 35% del vendite di software.
Proseguendo nelle statistiche, più del 50% della produzione mondiale di contraffazioni proviene dal Sud-Est asiatico. La destinazione è per il 60% l’Unione Europea, per il 40% il resto del mondo (compreso l’‘autoconsumo’). La Cina è di gran lunga al primo posto tra i paesi produttori, seguita da Corea, Taiwan e altri paesi dell’area. Il 35% circa della produzione mondiale di contraffazioni proviene però dal bacino mediterraneo.
I paesi leader come destinazione sono l’Italia, la Spagna, la Turchia, il Marocco, tutti affacciati sulle sponde del Mediterraneo.
Le dinamiche della globalizzazione fanno sì che tra questi due bacini un tempo separati (produzione e vendita) vi sia ormai una completa interconnessione: sempre più spesso componenti falsificati di origine cinese entrano nella UE scegliendo i varchi doganali più deboli, come i porti del Nord Europa e gli stati nuovi membri. Vengono quindi completamente assemblati e spesso dotati di marchi contraffatti in diversi paesi dell’Unione, tra cui purtroppo primeggia l’Italia, che oltretutto è anche prima in Europa come consumatore di beni contraffatti.
Si dice anche che traffico di droga e prostituzione siano spesso in mano alle stesse organizzazioni che controllano contraffazione e pirateria. Un’opinione che però non è condivisa da tutti. «È una generalizzazione», fa notare Blaise Grosjean. «Se è vero che il traffico della contraffazione è organizzato molto spesso in modo gerarchico, non si tratta sistematicamente di commercianti di droga o di protettori. Per contro, il traffico della contraffazione è organizzato in modo molto simile a quello della droga: ci sono produttori, grossisti, galoppini e dettaglianti… e alla fine i consumatori che non hanno spesso piena coscienza di quello che stanno facendo».
L’impero del falso, insomma, è sempre in agguato, confermandosi come una delle pieghe più nascoste del processo di neoglobalizzazione. I motivi della preoccupazione generale sono molteplici. In primo luogo chi rischia è il consumatore, che, comprando merci contraffatte non solo commette un reato (che però agli occhi dei più è considerato assolutamente ‘veniale’), ma soprattutto mette a rischio in vario modo la propria salute o incolumità. Jeans, scarpe, giacche in finta pelle, biancheria intima non regolari sono spesso realizzati con materiali tossici, coloranti cancerogeni, sostanze dannose che entrando a diretto contatto con la pelle sono in grado di provocare allergie ed altre patologie. I capi di cotone contraffatti vengono spesso sbiancati con l’uso di sostanze pericolose vietate in Europa, le tomaie delle scarpe sono realizzate in pessima plastica ma sono vendute come pelle, al contatto con la cute il materiale si altera provocando danni e gravi allergie. Gli occhiali da sole sono prodotti con materiali che non seguono gli standard europei di sicurezza e possono provocare irritazione e infezioni agli occhi. I giocattoli non rispettano le regole di sicurezza relative all’età d’uso e all’utilizzo di materiali non nocivi alla salute dei bambini, che spesso si mettono i giochi in bocca. Ma quello che è peggio e che, solo in Cina, si calcola che ogni anno muoiano da 100 a 200 mila persone a causa di farmaci contraffatti (1 su 10 secondo le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità) e un elevato numero di incidenti aerei - della serie impressionante che ha sconvolto i cieli di tutto il mondo negli ultimi anni - sono riconducibili a componenti taroccate dei velivoli.
Meno rischioso per la salute è l’acquisto dei capi con false griffe, che sono spesso frutto di acquisti impulsivi, benché ormai si sappia che quasi un terzo delle vendite di questo comparto viene effettuato via internet. Secondo il rapporto, ogni anno quasi tre milioni di consumatori acquistano beni di marche contraffatte come Louis Vuitton, Yves Saint Laurent, Burberry o Gucci.
Tra l’altro è innegabile che il livello di successo di un oggetto di marca si possa valutare anche grazie al suo tasso di falsificazione, per questo vi è chi pensa che esista una forma di connivenza tra i falsificatori e i produttori dei brand autentici. Addirittura uno studio, firmato tra gli altri da un consulente del ministero dell’interno britannico, respinge le istanze delle grandi firme, sostenendo che le perdite derivate dalla contraffazione siano largamente esagerate - chi compra un falso non sarebbe mai in grado di acquistare l’originale - e ipotizzando che i beni contraffatti possano in realtà promuovere il marchio originale. «In effetti la contraffazione di prodotti di lusso è vista con un atteggiamento ambiguo dagli aventi diritto», conferma Blaise Grosjean. «Da una parte vogliono e devono proteggere i propri diritti e i vantaggi acquisiti con investimenti sovente colossali. D’altra parte essi sanno che la contraffazione è fonte di successo. Io conosco un fabbricante di orologi che ha stappato una bottiglia di champagne quando è apparsa sul mercato la prima contraffazione di un nuovo modello!» Ma se è vero, secondo l’avvocato ginevrino, che il cliente di un prodotto contraffatto non è lo stesso di quello vero, questo non esclude che il contraffattore approfitti del successo di un altro. «È un parassita che ruba i diritti di proprietà industriale. Io non penso che vedere orologi o capi di abbigliamento falsi, venduti chissà dove o chissà a quale prezzo, possa essere considerata veramente come una pubblicità a favore della marca. Detto questo, è anche vero che il giorno che una marca smette di essere copiata, il suo proprietario può cominciare ad avere dei dubbi. In materia di diritti d’autore è ingiusto privare il creatore della sua retribuzione. E, per quanto concerne i brevetti, può essere ancora peggio perché spesso purtroppo un modesto inventore non può sostenere la spese di un processo a cui precedono spesso dei costi di expertise, per esempio».
In conclusione, il parassitismo provoca danni considerevoli che bisogna ridurre al minimo. I proventi sono occulti e realizzati prevalentemente all’estero. Il titolare dei diritti non ci guadagna nulla e non ci sono profitti, neppure indiretti, per l’economia svizzera.
E la Svizzera reagisce in maniera dura contro questo fenomeno: nel gennaio 2007 le autorità elvetiche e il mondo economico hanno lanciato una campagna congiunta - «Stop alla pirateria» - per sensibilizzare l’opinione pubblica al problema della contraffazione, a cui è seguita una nuova legge sulla Protezione della proprietà intellettuale più efficace in Svizzera, entrata in vigore dal 1° luglio 2008. Tutto questo ha migliorato la situazione nel nostro paese. «In effetti sembra che effettivamente in Svizzera la fabbricazione di prodotti contraffatti sia diminuita a causa di un irrigidimento della politica repressiva», conferma l’avvocato ginevrino. «Per esempio, i grandi gruppi orologieri si sono organizzati e lottano senza indulgenza investendo anche somme considerevoli per far proteggere i loro diritti di proprietà industriale. Ma esiste un fenomeno inquietante che non cessa di crescere: quello degli acquisti di prodotti contraffatti, come orologi o medicinali, via internet. Gli invii dall’estero di piccole quantità si moltiplicano ed è difficile individuare la fonte. Quando si riesce a far chiudere un sito altri dieci ne sono stati aperti!» Un problema, quello della diffusione delle merci contraffatte via internet, difficilmente contrastabile con gli strumenti giudiziari, ma piuttosto con la sensibilizzazione della pubblica opinione verso tutti i rischi e i danni che sostenere questo settore comporta!