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07.04.2010 in Ticino Management Donna - keywords: societa

Rappresentanza da primato

Tre donne in governo e tre alle massime cariche dello Stato federale: un primato da record di cui abbiamo discusso con la Consigliera di Stato ticinese Laura Sadis

Il 2010 rappresenta un traguardo per le donne svizzere in termini di rappresentanza politica. Oltre alle tre donne presenti in Governo, il Parlamento svizzero ne ha elette altre tre alle più alte cariche dello Stato: alla presidenza della Camera del popolo la socialista Pascale Bruderer Wyss, a quella della Camera dei cantoni la liberale radicale Erika Forster-Vannini e alla presidenza della Confederazione la popolare democratica Doris Leuthard. Una situazione di grande impatto anche simbolico per un Paese in cui le istituzioni politiche erano riservate agli uomini fino a pochi decenni fa. Un Paese che, a livello federale, ha approvato il suffragio femminile nel 1971, mentre a livello cantonale ha dovuto attendere fino al 1990 prima che l’ultimo cantone – Appenzello Interno – si allineasse, ha compiuto incredibili progressi nella parità fra uomo e donna negli ultimi anni, secondo l’ultimo studio internazionale realizzato dal Forum economico mondiale in collaborazione con le università di Harvard e Berkeley. Punti e posizioni in graduatoria che sono stati guadagnati essenzialmente in campo politico.

Dal rapporto che ogni anno misura il divario fra i sessi in 128 paesi - “The Global Gender Gap Report” - emerge che la Svizzera è balzata dal 40° posto nel 2007 al 14° nel 2008 e al 13° nel 2009 della classifica generale. Una progressione importante, che, anche se non è equivalente in tutti i settori, per lo meno indica un cambiamento di mentalità politica.
Segno del cambiamento dei tempi, il 2010 resterà probabilmente negli annali della partecipazione femminile come la prima volta in cui tre donne accedono simultaneamente alle più alte funzioni politiche elvetiche. Un evento di grande importanza concreta, ma anche simbolica, sul quale Ticino Management Donna ha voluto discutere con una vera veterana della politica a tutti i livelli, Laura Sadis, attualmente direttrice del Dipartimento Finanze e Economia del Canton Ticino, ma già attiva nel Parlamento federale e cantonale, oltre che nel Consiglio comunale della città di Lugano.

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In Svizzera oggi si trovano tre donne in governo su sette e tre donne simultaneamente ai tre posti chiave dello Stato. Un fatto unico al mondo. Cosa ne pensa?
Casuale è il fatto che tre donne presiedano contemporaneamente il Consiglio federale, il Consiglio nazione e degli Stati, ma non la presenza di tre donne in Consiglio federale. È innegabile che la presenza femminile negli esecutivi tenda a confermarsi ed è una tendenza non solo svizzera , benché il nostro Paese – fortunatamente – si situi all’ottavo rango su scala mondiale. Degna di nota è semmai la velocità con la quale storicamente ciò è avvenuto. Come donne il percorso della parità fra i sessi ci pare sempre lungo e lento, ma, in realtà, se si pensa che in Svizzera il diritto di voto e di eleggibilità delle donne è stato introdotto solo all’inizio degli anni Settanta, e che in alcuni Cantoni si è dovuto addirittura attendere di più, ci rendiamo conto della portata dei cambiamenti intervenuti in pochi decenni. Cambiamenti veramente significativi. 

Lei che vive in questa dimensione da tanto tempo, cosa pensa della situazione delle donne nella politica svizzera?
Seppur ancora migliorabile, la presenza femminile nella politica federale è attualmente di tutto rispetto: oltre all’ottavo rango per quanto riguarda gli esecutivi, nel raffronto internazionale la Confederazione si situa al venticinquesimo rango tra i legislativi. In particolare, le deputate al Consiglio nazionale raggiungono una percentuale vicina al 30%, superando di molto la media Ocse situata poco sopra al 20%. Oltre all’aspetto prettamente quantitativo, mi preme sottolineare – con soddisfazione - quello qualitativo: durante la mia permanenza a Berna, infatti, mi sono accorta di come siano molte le parlamentari influenti e ascoltate sotto la Cupola di Palazzo.

E in Canton Ticino? Perché, secondo lei, in Parlamento la rappresentanza continua ad essere così esigua, mentre quella in Governo sembra così ben consolidata?
In effetti la situazione cantonale è decisamente meno rosea rispetto a quella nazionale. Se la presenza femminile in Governo è soddisfacente, le donne in Gran Consiglio non superano lo scoglio dell’11%, lo stesso dei primi anni Settanta, così che il nostro risulta proporzionalmente il Cantone con meno elette nel proprio legislativo: la politica ticinese, dunque, non ha conosciuto l’evoluzione positiva della presenza femminile avvenuta a livello federale. Sono probabilmente molte le cause alla base di questa situazione di stallo: da una parte il poco coraggio dimostrato dai Partiti nel garantire alle donne il giusto spazio nelle rispettive liste, dall’altra la forma mentale e culturale di una parte dell’elettorato che ancora oggi si dimostra restio a dare fiducia alle candidate. Senza dimenticare che, ed è questa una particolarità ben presente a livello cantonale, il clima politico particolarmente aggressivo e non di rado anche volgare spinge (e come dare torto!) molte donne a preferire altre strade, per esempio quella del mondo associativo. Scelta altrettanto utile e valida per una comunità.   

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Oggi la presenza femminile nelle istituzioni democratiche svizzere è piuttosto buona e comunque superiore alla media europea e mondiale, ma si sa che non c’è alcuna garanzia di un mantenimento delle posizioni né tantomeno di una progressione lineare della rappresentanza femminile. Cose ne pensa?
Come in tutte le cose, il pericolo di un regresso esiste. Proprio per questo bisogna continuare a lottare per la parità dei sessi – o meglio per l’‘égalité des chances’ – non solo in ambito politico, ma anche sociale ed economico. Se pensiamo che solo un terzo delle funzioni dirigenziali nelle aziende è occupato da donne, infatti, ci accorgiamo che la reale concretizzazione dell’articolo costituzionale sulla parità dei sessi introdotto nel 1981 è ancora lontana. Un altro triste e ingiustificato esempio sono le differenze salariali tra uomo e donna a parità di prestazione. 

Il 50%, secondo lei, è un obiettivo realistico e, se sì, può essere raggiunto senza le cosiddette ‘quote rosa’?
Più che le quote rosa – le quali, nella particolare variante posta in votazione nel 2000 sono state rifiutate dall’82% degli svizzeri e non sono quindi più un’opzione politica spendibile – direi, coerentemente con quanto esposto in precedenza, che le soluzioni migliori per raggiungere la soglia auspicabile e non per forza utopica del 50% siano una precisa volontà e capacità dei Partiti a sostenere una maggiore rappresentanza femminile, una sensibilizzazione dell’elettorato che provochi un cambiamento culturale e un rasserenamento generale del clima politico recuperando maggior rispetto nel confronto. Tuttavia, al di là di queste condizioni, sta anche alla donna meritarsi o conquistarsi quello che le spetta: come già detto, la strada non è preclusa a priori. 

Ci sono differenze tra i diversi livelli politici (federale, cantonale e comunale) nelle possisibilità delle donne di essere elette?
I dati della rappresentanza femminile nei consessi politici lasciano trasparire qualche differenza tra i vari livelli istituzionali: al Nazionale sono il 29,5%, agli Stati il 21,7%, nei parlamenti cantonali il 26,2% e negli esecutivi il 20,5%. Questi dati permettono di tirare principalmente due conclusioni: in primo luogo non esiste una piramide rappresentativa che vede le donne più rappresentate nei livelli istituzionali più bassi; secondariamente tale presenza viene penalizzata soprattutto dal sistema di voto maggioritario applicato per il Consiglio agli Stati e per la maggior parte dei governi cantonali. È questa la conferma di come la donna non assuma ancora tutte le responsabilità che invece vengono attribuite agli uomini.  

E fra i partiti? Il suo partito, per esempio, è stato sovente accusato di maschilismo, mentre altri, come il Ps o anche il Ppd, di questo tema hanno fatto a lungo una priorità politica. Solo slogan o un fatto reale?
Sinceramente mi sembra piuttosto un fatto di slogan. Anche se per molto tempo la rappresentanza femminile è stata una prerogativa del campo rosso-verde, al giorno d’oggi questa supremazia si  è sfumata, in quanto tutti i partiti – salvo forse l’Udc – hanno fatto notevoli passi in avanti in questo senso. Il Plr dovrà in effetti compiere ancora dei passi concreti – in quanto le donne rappresentano solo il 20% dei deputati Plr al Consiglio nazionale – anche se non bisogna dimenticare che sono proprio i liberali ad aver portato la prima donna sia in Consiglio federale sia in Consiglio di Stato.

L’Onu considera la presenza femminile nelle istituzioni politiche un indicatore di democrazia. Cosa ne pensa?
Lo è, se si considera che i nostri regimi politici si fondano sulla democrazia rappresentativa: le istituzioni politiche, dunque, devono idealmente rappresentare le varie componenti della società, veicolandone idee, esigenze e aspettative. È inoltre evidente che più la società è rappresentata fedelmente nei vari consessi politici e istituzionali, più questi ultimi saranno votati alla risoluzione di problemi reali e in grado di trovare soluzioni condivise. Tutto questo però senza dimenticare una conditio sine qua non: la competenza dell’eletto.  

Lei ha un lungo cursus honorum politico. Qual è la sua personale esperienza per quanto riguarda la problematica di genere nella sua carriera politica?
Consigliera comunale, gran consigliera, consigliera nazionale, consigliera di Stato… prima di esprimermi in modo esaustivo e con cognizione di causa aspetto di sedere anche in Consiglio federale. Evidentemente scherzo!  Sinceramente, anche se mi rendo conto che generalizzare può essere un po’ stupido, perché contano le persone non tanto il fatto di essere un uomo o una donna, ho un’impressione positiva delle donne in politica. Raramente sono interessate allo scontro fine a sé stesso, che è una caratteristica molto più maschile, ma possono essere appassionate nel difendere di opzioni in cui credono. Inoltre le donne hanno dovuto, ma credo debbano ancora, dimostrare di essere (più) documentate, (più) competenti, ecc. per essere ascoltate, il che per finire le rende qualitativamente valide. Insomma, mi sembra che siano meno abituate a bluffare degli uomini nella vita.   



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