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03.12.2009 in Ticino Management Donna - keywords: societa

Giovani sempre più nella rete

La diffusione del social networking è un vero trend emergente mondiale, che segna in modo particolare giovani e adolescenti. Che oggi devono essere in rete per “esistere”.

Raggiunte le luci della ribalta nei primi anni del nuovo millennio a partire dagli Stati Uniti grazie alla diffusione dell’uso di siti web come Friendster, Tribe.net e LinkedIn, la popolarità delle cosiddette “reti sociali” è letteralmente esplosa con MySpace e con Facebook (oggi oltre 150 milioni di utenti in tutto il mondo), esempi eclatanti di come il web si sia trasformato in catalizzatore di relazioni umane – superficiali o meno – al di là di qualsiasi previsione o etichetta.

Ma il successo dei social network è prevalentemente in crescita fra i teenager di tutto il mondo. Ormai la quasi totalità dei ragazzi europei fra i 13 e i 17 anni (si parla del 95%) usa internet e tre su quattro di essi è entrato, almeno una volta in community, programmi di instant messaging e social network: la messaggistica istantanea (ad esempio MSN, Skype e YahooMessanger) è il servizio più usato, seguito dai servizi visualizzazione video (ad esempio YouTube) e dai social network classici (LiveSpace di MSN, NetLog, Myspace e Facebook, i più utilizzati). 

Tra gli adolescenti internauti poi, si registra una prevalenza delle ragazze sui ragazzi. Pur restando all’interno di livello di consumo alti, i ragazzi usano molto di più i servizi di visualizzazione rispetto alle ragazze, le quali, invece, privilegiano gli altri due gruppi di servizi. 

Un vero e proprio mondo parallelo insomma quello del social networking, nel quale i giovani fanno un po’ il bello e il cattivo tempo, molto spesso ‘aggiustando’ le loro caratteristiche fisiche e sociali a uso e consumo delle loro disparate relazioni virtuali, siano esse amicizie, flirt o soltanto un semplice passatempo. 

Consolidare o allacciare nuove amicizie infatti è la ragione “ufficiale” dell’utilizzo dei social network fra gli adolescenti: la maggioranza vi si iscrive per stare in contatto con gli amici, ma molti anche per conoscerne di nuovi. Oggi il bisogno di socialità dei ragazzi si serve della tecnologia, dalla chat al cellulare, dall’e-mail fino ai post (messaggi testuali, con funzione di opinione o commento, inviati in uno spazio comune su Internet per essere pubblicati) per raccontarsi un po’ di tutto, senza arrestarsi di fronte a situazioni equivoche e potenzialmente rischiose.

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Ma al di là della ragione “ufficiale”, ovvero la socializzazione, il motivo più profondo di tutto questo bisogno di stare in contatto va ricercato nell’esigenza di “esserci”: «L’adolescente è, per definizione, oggi come ieri, una persona in crescita e in progressivo distacco identitario dalla famiglia », spiega Giorgio Comi, formatore presso l’Istituto Universitario Federale per la Formazione professionale. «La sua identità personale si costruisce ‘nello sguardo dell’altro’, sguardo che oggi è assicurato (anche) dalla rete. L’essere presente diventa così una questione sociale, significa essere nella rete e nel gruppo virtuale scelto e quindi essere conosciuto. Ma non per questo la rete sostituisce altri luoghi o sistemi di aggregazione sociale, è semplicemente il più potente. La realtà di oggi impone quindi all’adolescente di essere in rete per esistere e questo proprio perché è una figura debole, che ha bisogno degli altri per rafforzarsi, anche se non sempre gli riesce».

Oggi quindi i giovani dispongono di un potente strumento di condivisione delle proprie esperienze, ma anche dei propri problemi, delle proprie ansie e paure rappresentato da internet ed in particolare dai social network. Un fenomeno che viene definito di co-riflessione. «Un fenomeno che non manca di destare preoccupazione; la condivisione necessita di un contributo di mediazione per poter “relativizzare” il problema condiviso», segnala Susy Poletti - coordinatrice dell’Associazione AGAPE, un’organizzazione che sviluppa centri di sostegno alle famiglie ed ai bambini e di formazione di appoggio per  i genitori. «I giovani ancor più degli adulti non sono in grado di distanziarsi razionalmente e contestualizzare le loro ansie e paure per relativizzarle e trovare gli strumenti per superarle. Questa comunicazione di massa, rappresentativa del gruppo di appartenenza, rischia di portare il giovane a autodeterminare il suo stato depressivo come norma».

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Sono soprattutto le ragazze in fase adolescenziale che navigano ore ed ore tra le chat a fare un uso a volte esagerato dello strumento e si diffonde il grido di allarme: alcune rischiano persino la depressione perché parlano troppo. Sembra un’assurdità perché tutti sanno che, per chi è depresso, è un bene aprirsi e parlare. Eppure parlare troppo può generare ansia perché si sguazza nel proprio dolore. A sostenerlo è un gruppo di psicologi della Stony Brook University che ha svolto una ricerca su un nutrito gruppo di ragazze di circa 13 anni. Gli adolescenti hanno sempre chiacchierato tra di loro, trascorrendo con gli amici del cuore interi pomeriggi a parlare delle proprie relazioni coi coetanei. Esattamente ciò che accade oggi su Facebook o su altri social network, con la differenza che il dialogo è continuo e ininterrotto e può portare le adolescenti (ma anche i coetanei maschi) a rimuginare troppo sui propri problemi trasformandoli in vere e proprie ossessioni. Secondo gli autori, a causa della giovane età le teen agers non avrebbero strumenti sufficienti per affrontare in maniera costruttiva i loro problemi, divenendo così vittime di ansie e frustrazioni. L’eccessiva comunicazione online contribuirebbe ad acuire tali condizioni, esponendo i soggetti maggiormente predisposti a seri rischi legati alla depressione. «Non conosco questa ricerca, sulla quale quindi non posso esprimermi. Quello però che si può osservare è che la rete protegge dalla “discesa in campo” nella vita; forse l’ansia e la paura negli adolescenti sta proprio qui», segnala Angela Andolfo Filippini, psicologa e psicoterapeuta attiva a Lugano e docente di psicologia dello sviluppo presso la Scuola Specializzata per le Professioni Sanitarie e Sociali. «La depressione ha a che fare con l’aggressività, che è un istinto di base. Nel suo senso più profondo, aggredire (dal latino ad- gredo) vuol dire “andare verso”. Quando mi deprimo, non vado verso la vita, non metto in moto l’energia istintiva di cui la natura mi ha fornito per soddisfare i miei bisogni. La tendenza al ritiro ed alla fuga può rappresentare una dolce tentazione». 

E sono diversi ormai gli psicologi che ritengono che la tecnologia digitale stia cambiando il modo in cui ragioniamo stimolando prevalentemente le regioni del cervello alla base della risposta di “attacco e fuga”, e non quelle del ragionamento, cosa che vale anche per il tipo di dialogo che si svolge sui social network, certamente non basato sull’approfondimento. 



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