03.12.2009
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Ticino Management Donna - keywords: societa
Giovani sempre più nella rete: quali i rischi?
Un nuovo grido di allarme relativo ai pericoli dell’eccessivo utilizzo da parte degli adolescenti dei social network viene poi dal mondo della neurologia.
La direttrice della Royal Institution of Great Britain, Susan Greenfield, affermata neuroscienziata dell’Università di Oxford, sostiene che i nuovi media sarebbero in grado di produrre profondi cambiamenti nel cervello dei giovani, riducendone l’attenzione, incoraggiando la gratificazione istantanea, rendendoli sempre più individualisti, azzerandone le relazioni umane reali, riducendo la loro empatia verso gli altri, facendoli regredire in sostanza a uno “stadio infantile”.
La ricercatrice britannica è sicura che la ripetuta esposizione ai nuovi media possa dare luogo a un vero e proprio “ricablaggio” (rewiring) delle connessioni cerebrali, così come accade utilizzando esageratamente videogiochi a computer e televisione. “Si sa che gli infanti necessitano di una continua rassicurazione sul fatto che esistono: la mia paura è che queste tecnologie stiano facendo regredire il cervello di chi le usa a uno stadio infantile, quello caratteristico di un bambino piccolo, attratto da rumori e luci brillanti, dotato di scarse capacità di attenzione e che vive solo per il momento”, ha dichiarato la Greenfield alla stampa inglese, sottolineando inoltre che le persone malate di autismo, che generalmente presentano grosse difficoltà a comunicare con le altre persone, si trovano a loro agio utilizzando il computer: “di certo non sappiamo se l’aumento della prevalenza di autismo fra i giovani sia dovuta a una maggiore accortezza diagnostica da parte dei clinici o se tale fenomeno possa correlarsi in qualche modo all’incremento del tempo speso nelle relazioni virtuali tramite computer; sicuramente quest’ultima è una ipotesi da tenere in debita considerazione”. E la denuncia della Greenfield incontra la preoccupazione di genitori e insegnanti, che si lamenterebbero del fatto che gli adolescenti di oggi non sono più capaci di comunicare né di concentrarsi, se privati dei loro terminali.
«Le neuroscienze hanno messo in evidenza l’attivazione dei neuroni-specchio come base biologica dell’empatia, vale a dire che siamo biologicamente programmati come esseri profondamente relazionali. I neuroni-specchio si attivano reagendo su basi percettive e con uno scarto di tempo specifico, cioè c’è bisogno che l’altro ci sia veramente, nello stesso spazio e nello stesso tempo», conferma Andolfo Filippini. «La consuetudine a trascorrere molte ore in relazioni virtuali, o di fronte ad un qualsiasi mezzo tecnologico, inibisce progressivamente questo importante corredo di base, rallentando la sua capacità di rispondere empaticamente, quindi di sapersi mettere nei panni dell’altro e cogliere emozionalmente ciò che l’altro sente. La progressiva tendenza perciò a non saper valutare le situazioni tenendo conto della sfera emozionale può portare a vivere nell’indifferenza e nel vuoto, a non saper tarare le conseguenze delle proprie azioni». Mentre sull’effettivo impatto relazionale del social networking Angela Andolfo Filippini è piuttosto scettica: «Una possibile considerazione da fare riguardo agli strumenti che la tecnologia mette a disposizione è la loro reale valenza relazionale. Indubbiamente ci sono molti modi di comunicare e la comunicazione può certamente avvenire anche a distanza.

Se pensiamo retrospettivamente alla lettera o anche al telefono, notiamo quanto siano cambiati i parametri all’interno dei quali avviene la comunicazione. Spazio, tempo e sé sono però gli assi cartesiani nei quali percepiamo noi stessi e gli altri e le relazioni normalmente si svolgono all’interno di uno spazio e di un tempo condivisi (divisi – con) che presuppongono almeno la presenza di due attori; letteralmente essere nello stesso luogo ed allo stesso tempo. Cosa accade però se questo spazio è virtuale, piatto come lo schermo del computer? Il tempo è annullato e si può potenzialmente essere in luoghi diversi nello stesso momento. Cosa succede nella psiche quando i parametri dello spazio, del tempo e del sé si alterano perché possono essere azzerati con un clic? La tendenza al soddisfacimento immediato del desiderio, alla gratificazione istantanea trova qui un terreno fertile. Se un clic azzera lo spazio ed il tempo, allora vuol dire che non c’è bisogno di aspettare, tutto può avvenire nell’istante e la tolleranza alla frustrazione e la capacità di procrastinare il soddisfacimento del desiderio, aspetti che definiscono una personalità più matura e quindi “cresciuta”, si riduce progressivamente. Questo passaggio, ovvero la tolleranza alla frustrazione, la capacità di procrastinare il soddisfacimento del desiderio è cruciale in adolescenza che, per definizione, rappresenta una fase transizionale “in divenire”».
Ma se è indubbio che la fase transazionale che vivono gli adolescenti ha delle importanti ricadute sulla problematica identitaria, diventa fondamentale che i giovani utenti dei social network comprendano che la propria presenza nella rete è, in fondo, un gioco che ha un “dentro” e un “fuori”. «Oggi il virtuale è entrato a far parte della quotidianità e la maggior parte degli adolescenti che vive regolarmente in rete sa bene che, in qualche modo, si tratta di una finzione e che la vita reale è “fuori”», segnala Comi. «Quelli che purtroppo non riescono a cogliere questa differenza sono soggetti a vivere costantemente “dentro”, costruendo compulsivamente relazioni privilegiate che esistono in realtà solo nella rete».
Ma al di là di queste conseguenze estreme, una cosa è certa, l’uso superficiale e magari un po’ ingenuo dei social network comporta dei rischi concreti: soprattutto gli adolescenti infatti hanno la tendenza a rivelare molti dettagli personali nei profili, per non parlare della presenza delle foto.
Varie ricerche svolte sul campo, tra cui una piuttosto ampia condotta dall’organizzazione Save the Children, hanno messo in evidenza che un buon quarto dei giovani registrati nei social network ha incontrato di persona qualcuno precedentemente conosciuto in rete e, tra questi, alcuni hanno avuto contatti - non solo on-line - con persone di età molto maggiore. Alcuni si sono imbattuti in materiale pornografico e una piccola minoranza ha ricevuto messaggi offensivi, minacciosi o provocanti e di immagini imbarazzanti. “Questa scarsa tutela della privacy dei minori è preoccupante”, ha dichiarato Valerio Neri, Direttore di Save the Children Italia. “La diffusione superficiale dei dati personali, il fatto che i ragazzi lascino tutte queste tracce può renderli identificabili da adulti potenziali abusanti o da coetanei che vogliano esercitare una qualche forma di bullismo”. «Questa tendenza si è rivelata recentemente anche in Ticino», conferma Susy Poletti, «quando sono avvenuti dei fatti di bullismo organizzati attraverso facebook ai danni di giovani ragazze delle scuole medie. Il problema deve essere compreso dal mondo adulto e sono le regole famigliari a determinare l’utilizzo dei mezzi elettronici da parte dei ragazzi. Sono casi isolati quelli clamorosi, ma è pur vero che le competenze genitoriali sono sollecitate da queste tendenze e gli adulti devono informarsi e sperimentare altre strategie educative. A livello federale la SBEA (Federazione Svizzera per la formazione dei Genitori) ha sviluppato percorsi di formazione, attraverso atelier motivazionali per riprendere la riflessione sull’educazione dei figli e per aumentare e valorizzare le risorse dei singoli a favore di una rete sociale a protezione dell’infanzia.
In Ticino la CCG funge da antenna alla federazione per la promozione della formazione rivolta ai genitori».
E sull’uso inconsapevole e spesso imprudente delle nuove tecnologie da parte dei giovani, nonché sulla necessità di forme di vigilanza da parte delle famiglia concorda Giorgio Comi. «In effetti i rischi dell’uso scarsamente consapevole delle moderne tecnologie da parte dei giovani e della disinformazione da parte delle loro famiglie possono essere molti e gravi,soprattutto perché la rete assicura la permanenza dei messaggi e delle immagini. Talora però basterebbe poco per evitare situazioni estreme. Basterebbe informarsi sugli strumenti, che peraltro esistono, per limitare l’accesso a dati e immagini solo a chi si desidera. Inoltre occorre insegnare chiaramente ai ragazzi le differenze anche teoriche tra i diversi livelli di contatto: ovvero, farsi conoscere, riconoscere, scoprire e usare. Si tratta di quattro livelli di rapporto a cui si può permettere l’accesso selettivamente a chi si desidera e che, se usate consapevolemente, riducono drasticamente rischi di “cattivi incontri”».
E qui si tocca una questione cruciale: se la frequentazione dei social network può risultare assolutamente innocua per un adolescente in buone condizioni di salute mentale e adeguatamente informato, la famiglia deve comunque svolgere un ruolo importante nella relazione tra il giovane e la rete. «Vi è un dato interessante che sovente viene dimenticato, ma che è emerso in numerose ricerche», fa notare il formatore dell’Iuffp, «più della metà dei ragazzi che vivono nel mondo virtuale accetta l’amicizia dei genitori in rete. Questo dimostra che i ragazzi non solo cercano la protezione della propria famiglia, ma sono disposti ad accettare i confini posti dalla stessa».
Di fronte a tante paure però sorge spontanea una domanda: siamo proprio sicuri che gli adulti siano a loro volta abbastanza informati sui rischi e le opportunità, i vantaggi e gli svantaggi del social networking? Le tecnologie fanno ormai parte del contesto socio-culturale della nostra quotidianità ed hanno dato luogo a cambiamenti storici, sociali e tecnologici del mondo reale in cui quotidianamente dobbiamo sopravvivere ed adattarci. «Ci stiamo adattando tutti alla società che abbiamo costruito, quello che ci spaventa però sono i tempi brevi nei quali avvengono i cambiamenti, le tecnologie hanno portato in un lasso di tempo brevissimo alla soluzione di problemi apparentemente insormontabili, quindi non tutto il male viene per nuocere», ammette Susy Poletti. «Il vero problema è lo sviluppo delle nostre competenze relazionali e del nostro sviluppo emotivo che non è al passo con i tempi». Opporsi è davvero difficile e, comunque, se si vuole farlo, bisogna essere coerenti fino in fondo. È quasi più semplice darsi la pena di conoscere meglio questa realtà per scegliere se approfittarne o meno. «Il tutto», conclude la Poletti, «si riduce ad un semplice concetto: utilizzare e non essere utilizzati. Una linea sottile che definisce quanto l’individuo determini il controllo dei nuovi mezzi».Mezzi a cui i giovani, in modo particolare, difficilmente possono rinunciare, pena l’esclusione dai giochi.Una scelta forse altrettanto pericolosa del voler esserci a tutti i costi.