01.12.2011
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Ticino Management Donna - keywords: societa
Un altro mo(n)do di apprendere
Ci sono voluti decenni per far comprendere a tutti che i disturbi dell’apprendimento non sono altro che una diversa maniera di apprendere. Oggi i dislessici cominciano a poter vivere in una nuova dimensione nella scuola e nella società
Cos’hanno in comune, oltre alla fama, personaggi come i grandi condottieri Carlo Magno e Napoleone Bonaparte, gli scienziati Leonardo Da Vinci e Galileo Galilei, Albert Einstein e Isaac Newton, gli statisti George Washigton, Winston Churchill e John F. Kennedy, un artista come Pablo Picasso, ma anche gli imprenditori di successo Henry Ford, Nelson Rockfeller e Ingvar Kamprad, il patron di IKEA, o, dulcis in fundo, gli attori di fama mondiale Whoopi Goldberg, Anthony Hopkins, Tom Cruise e Orlando Bloom?

Erano tutti cattivi lettori e questo ha creato loro dei problemi durante il percorso scolastico; in una parola erano (o sono, nel caso dei vivi) dislessici. Un fatto che non deve stupire, se si guarda all’epidemiologia del fenomeno. La dislessia infatti riguarda almeno il 4-5% della popolazione scolastica italofona, ma arriva fino all’8% tra i francofoni e gli anglofoni (solo per prendere in considerazione le lingue europee).
Forse ricordare in prima battuta che personaggi famosi sono stati dislessici può apparire fuorviante. Assumendo questa visione dei fatti la dislessia potrebbe persino essere considerata un talento, un’attitudine. Un dislessico in realtà non è automaticamente un genio o un personaggio destinato a diventare famoso. Però sapere di questi illustri personaggi, rappresenta una conferma per chi è toccato dal problema, che le sue capacità cognitive possano funzionare in modo molto soddisfacente. In effetti l’autostima di chi soffre di questo disturbo sovente, soprattutto nell’infanzia e nella giovinezza, è duramente minacciata dagli insuccessi e dalla consapevolezza che nonostante gli sforzi, non riescono, con sistemi tradizionali, a raggiungere i risultati attesi...
Le difficoltà incontrate possono infatti provocare conseguenze sia sul piano dell’apprendimento, nonostante l’intelligenza normale, sia sul piano psicologico, nonostante l’origine neurobiologica. A causa anche dei molti pregiudizi, soprattutto legati all’ignoranza che circonda questo disturbo.
Il bambino dislessico è probabilmente il primo a vivere la propria difficoltà senza riuscire a darsi una spiegazione ragionevole e le reazioni superficiali e affrettate dell’ambiente circostante possono sviluppare un disagio psicologico, in termini di scarsa autostima e di problemi legati all’affermazione della personalità. Così, al singolo disturbo, se ne possono aggiungere altri nel comportamento, come atteggiamenti di disinteresse, chiusura in se stessi ecc. L’esposizione a continui insuccessi e accuse di pigrizie e svogliatezza da parte del mondo adulto, fa sì che i ragazzi sviluppino una sorta di “rassegnazione appresa”.
Ma cos`è allora veramente la dislessia? Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, è un disturbo specifico dell’apprendimento che si rileva in bambini con intelligenza nella norma o brillante, in assenza di problemi neuro-sensoriali e a prescindere dall’ambiente socio-culturale di appartenenza. Il dislessico è una persona con un’organizzazione mentale particolare, spesso molto dotata e produttiva, ma che impara in maniera diversa dalle altre persone. In altre parole, si tratta di una caratteristica personale con cui si nasce, che si manifesta appena si viene esposti all’apprendimento della letto-scrittura e si modifica nel tempo, senza tuttavia scomparire, ed é associata a carenze di memoria a breve termine e di processazione fonologica.
Le ragioni profonde che sono alla base di questa problematica neurologica non sono ancora completamente chiare, anche se è accertato che, come segnala Cesare Cornoldi, attivo nel dipartimento di Psicologia generale dell’Università di Padova, «la “labilità” di apprendimento è di tipo ereditario, ma non c’è un unico gene responsabile; si deve parlare piuttosto di diversi geni coinvolti, che controllano i vari sistemi di memoria».
Presente dunque sin dalla nascita, il disturbo emerge solo all’inizio del percorso scolastico: dopo un lasso di tempo “ragionevole”, cioè i primi due anni della scuola primaria, quando solitamente le abilità di letto-scrittura sono acquisite, ma così non è per i bambini dislessici. Il bambino dislessico può leggere e scrivere, ma ci riesce solo impegnando al massimo le sue capacità e le sue energie, poiché non riesce a farlo in maniera automatica: le difficoltà sono riconducibili ad una parziale o addirittura mancata automatizzazione neurobiologica nella conversione dei segni/simboli in suoni e viceversa, una problematica riconducibile, secondo Cesare Cornoldi ad un «deficit della memoria di lavoro, cioè la capacità di mantenere temporaneamente le informazioni e di elaborarle, quella che comunemente si chiama memoria a breve».

Se pensiamo a quando abbiamo imparato a guidare l’auto e alla difficoltà di automatizzare la posizione delle marce sul cambio e quella dei pedali, possiamo farci un’idea del grande problema e del disorientamento di un bambino dislessico.
Quando legge, ad ogni lettera, ogni sillaba, ogni parola si presenta una grande difficoltà da superare, dato che l’automatismo visivo è dificitario e la parola scritta globale non c’è nella sua mente… è come se il bambino dislessico vedesse ogni parola e la successione di sillabe per la prima volta.
Le difficoltà di codifica/decodifica possono compromettere la comprensione del testo e l’acquisizione delle conoscenze nella maggior parte delle materie, dato che nella nostra cultura la parola scritta ha un ruolo predominante. Questo comporta un impegno considerevole, un enorme sforzo senza risultati accettabili, ma con grande affaticamento e frustrazione.
Ne consegue, ovviamente, che il bambino avrà un pessimo rapporto con i testi scritti e sarà molto lento nella lettura e/o nella scrittura, persino nel copiare dalla lavagna.
Questa difficoltà può essere più o meno intensa e circoscritta ad un solo ambito, ma più spesso ne investe diversi. In generale si parla, infatti, più che di dislessia, di D.S.A. (disturbo specifico di apprendimento) che può comprendere dislessia, disgrafia, disortografia, discalculia... disturbi che corrispondono alla difficoltà concreta ma che, come spiega Cesare Cornoldi, rimandano a differenti forme di disfunzione della memoria di lavoro: «Il disturbo della lettura, comunemente chiamato dislessia, rimanda a problemi con la memoria fonologica, ovvero quella responsabile del mantenimento dei suoni; la difficoltà nella comprensione di quanto viene letto rimanda invece a problematiche relative alla capacità di aggiornamento delle informazioni nel corso della lettura stessa; e infine il cosiddetto “disturbo non verbale”, che è sovente all’origine di discalculia, aprassia o difficoltà di problem solving geometrico, rimanda a problemi di memoria di lavoro visuo-spaziale, cioè quella del controllo esecutivo del dato».
Oltre a questi grandi problemi, i bambini dislessici possono avere altre difficoltà, concomitanti a quelle già citate: disturbi nell’organizzazione dello spazio, disturbi del linguaggio, disturbi nella coordinazione motoria, disturbi nell’esecuzione di procedure, disturbi dell’attenzione e iperattività, disturbi del comportamento e della condotta.
Per insegnanti e genitori c’è il rischio di giudicare erroneamente il bambino dislessico come “pigro”, “distratto” e “svogliato”, anche perché, ovviamente, egli cercherà di evitare il più possibile le situazioni in cui gli si richiede di decodificare un testo scritto e spesso assumerà per reazione atteggiamenti rinunciatari o di sfida, dovuti ad ansia da prestazione e ad una scarsa autostima.
Ma come aiutare questa grande schiera di persone e permettere loro di vivere una vita il più possibile normale? Trattandosi di una caratteristica personale che ha origine nella conformazione neurologica, questo deficit non può essere “guarito”, ma esistono degli strumenti per aiutare i dislessici a sviluppare delle strategie (quasi sempre molto personali) per trovare una soluzione alla difficoltà.
È molto importante la precocità dell’intervento: quanto più esso è precoce, tanto più si può intervenire sulla difficoltà del bambino, cercando, sia di ridurla, sia di stimolare strategie cognitive per “aggirare l’ostacolo”, prevenendone anche le pesanti conseguenze sul piano psicologico. «Di un disturbo dell’apprendimento non si guarisce, perché le capacità della memoria a breve sono difficilmente potenziabili», spiega Cornoldi, «ma il suo uso lo è».
Per una diagnosi di DSA è necessario che innanzi tutto il bambino non presenti né deficit di intelligenza, né problemi ambientali o psicologici, né deficit sensoriali o neurologici. La diagnosi di DSA viene stilata con certezza solo a partire dalla fine della seconda elementare, anche se è possibile individuare indicatori diagnostici già alla fine della prima elementare. In età prescolare difficoltà comunicativo-linguistiche, motorio-prassiche, uditive e visuo-spaziali possono essere considerate dei campanelli d’allarme, soprattutto in presenza di una anamnesi familiare positiva, ovvero di altri dislessici in famiglia. Al termine del primo anno della scuola primaria sono ‘a rischio’ i bambini che presentano una o più delle seguenti caratteristiche:
• difficoltà nell’associazione grafema-fonema e/o fonema-grafema;
• mancato raggiungimento del controllo sillabico in lettura e scrittura;
• eccessiva lentezza nella lettura e scrittura;
• incapacità a produrre le lettere in stampato maiuscolo in modo riconoscibile.

Gli insegnanti in questa fase svolgono un ruolo fondamentale sia nell’individuare comportamenti ‘sospetti’ sia nell’accompagnare il bambino nella presa di coscienza del problema. È quindi molto importante che abbiano un minimo di competenze in quest’ambito, anche perché le statistiche parlano di presenza in media di un dislessico in ogni classe italofona.
Dopo la diagnosi, effettuata da un centro specializzato, si può intervenire con programmi riabilitativi, fatti presso i centri stessi che hanno diagnosticato il disturbo, tramite software riabilitativi e/o trattamenti logopedici.
Una diagnosi accurata che pone in evidenza, oltre alle difficoltà di base, anche gli ambiti di competenza e di potenzialità del soggetto, permette la progettazione e l’attuazione di percorsi terapeutici personalizzati ed efficaci che garantiscono l’evoluzione dei processi di acquisizione della letto-scrittura e logico-matematici, riducendo le difficoltà e promovendo la conquista di livelli più adeguati di autostima.
In presenza di un D.S.A., soprattutto se il bambino è nel primo ciclo di scuola elementare, è consigliata una terapia di linguaggio o una terapia neuropsicologica. La terapia è utile, però, anche con i bambini più grandi: cambiano, naturalmente, gli obiettivi e i metodi. Con essi, infatti, essendo le funzioni neuropsicologiche più stabili ed essendo quindi meno modificabili, è più utile potenziare le strategie di compenso e meta cognitive, e rinforzare, per quanto possibile, gli automatismi. Contemporaneamente, la disponibilità crescente di tecnologie digitali sembra offrire sempre nuovi strumenti di supporto alla pratica didattica, dispositivi che possono essere utilizzati per favorire il successo scolastico di allievi con disturbo specifico dell’apprendimento.
È importante che anche l’ambiente scolastico vada incontro alle difficoltà del bambino che non si possono modificare, aiutandolo nella ricerca delle strategie di compenso e nella costruzione di un’immagine positiva di sé. Con la Dichiarazione di Salamanca, la carta di azione per i bisogni educativi speciali (Unesco 1994), e la Convenzione dei diritti delle Persone con Disabilità, redatta dall’Organizzazione delle Nazioni Unite (2006), l’uso dei termini “integrazione scolastica” ha gradualmente lasciato il posto al termine “inclusione”, inteso come un processo attraverso il quale il sistema scuola, con i suoi diversi protagonisti (studenti, insegnanti, famiglia, territorio), assume le caratteristiche di un ambiente “adatto” a rispondere ai bisogni di tutti gli allievi.
È poi indispensabile un adattamento della didattica alle difficoltà di apprendimento del bambino, con l’adozione di strategie compensative o dispensative dei compiti, tra cui:
• tempo prolungato nelle prove di valutazione scritte o un numero minore di esercizi;
• integrazione di prove scritte con interrogazione orale;
• programmazione delle interrogazioni;
• uso di strumenti di supporto alla didattica come calcolatrici, computer….
• registrazione delle lezioni.