Home » Ticino Management Donna

 
01.12.2011 in Ticino Management Donna - keywords: costume

Il gusto delle tradizioni

In un mondo sempre più globalizzato, le tradizioni, soprattutto in occasione di feste importanti come il Natale, ritornano in auge e ciascuno ricerca le proprie radici

Quanti milioni di auguri risuonano di Paese in Paese in tutto il mondo la notte di Natale? Nel giro di ventiquattr’ore, dall’Europa alle Americhe fino all’Australia, da occidente ad oriente, perfino nei Paesi non cristiani, ci si augura ‘Buon Natale!’. In molti casi è certamente l’aspetto della festa in quanto tale ad avere il sopravvento: l’albero di Natale e i regali, che anche da noi paiono avere assunto un’importanza sempre più legata al consumismo. Vero, in gran parte e oggetto di critiche per la perdita di spiritualità di questo periodo, che dovrebbe essere invece pieno di consapevolezza e riflessione, almeno per il mondo cristiano. Ma tant’è! Non è una novità che la ‘corsa al regalo’ cominci sempre prima, con la conseguente ricerca della cosa più bella e più costosa, o la più economica, ma che sembri costosissima, o dell’addobbo più ricco ed elaborato. Una spirale che contagia tutti, con eccezione fatta per i bambini piccoli. Per loro il Natale conserva il suo fascino e il suo mistero del racconto della nascita di Gesù Bambino e nel fiorire di storie che in qualche modo si ricollegano ad essa.

20111129_costume_tmd_1112_2.jpg

È interessante vedere che a tutte le latitudini è ricorrente la presenza di un personaggio legato ad una figura mitologica popolare che porta doni ai più piccoli e che prende nomi diversi. Talvolta può essere una figura maschile (Gesù Bambino o Babbo Natale oppure i Re Magi, ma anche San Nicola, San Martino) altre volte femminile, basti solo pensare alla nostra Befana. Spesso le differenze sono legate alle religioni, piuttosto che ai confini politici. Il retaggio è antico. Partendo dalla primigenia festa pagana del solstizio d’inverno, è incredibile come rimangano tracce di usi ancestrali nei riti, nel calendario e soprattutto nei cibi che si consumano nel momento della festa. Le antiche frittelle di farinata dei tempi dell’Impero romano potrebbero essere antesignane dei dolci natalizi a base di farina, che si trovano su tutte le tavole a Natale. È il banchetto il tratto comune, il clou di tutte le Feste.

20111129_costume_tmd_1112_3.jpg

In Canton Ticino, in Svizzera, come ormai in tante altre parti del mondo, coesistono culture e tradizioni differenti, persone con esigenze diverse nel comportamento e nel confronto con gli altri. Con tante culture differenti, come vive ciascuno il ‘suo Natale’? La forza della propria tradizione si fa sentire ed è normale rifarsi alle abitudini del proprio Paese e della propria famiglia. Soprattutto attraverso il cibo che è uno degli aspetti più importanti e un ambasciatore potente per l’interscambio culturale. Tanto che in ogni supermercato si può ormai trovare una selezione di cibi etnici, ragion per cui è possibile adeguarsi con relativa facilità alle diverse usanze.

Questa è la tradizione: una gran bella parola che non sempre comprendiamo nella sua interezza, ma che è importante capire per non disperdere il valore delle radici, in nome di una mal riposta globalizzazione. Il mondo cristiano si è sviluppato essenzialmente in Europa, sul filo della colonizzazione, delle conquiste, dell’emigrazione e delle conversioni religiose. È da questo continente che hanno preso origine le usanze che poi si sono diffuse ovunque, seguendo filoni diversi e dove oggi neppure le date del momento più importante della festa coincidono. Per noi le feste natalizie iniziano essenzialmente con la vigilia di Natale, in altri luoghi con largo anticipo il giorno di San Nicola o Santa Lucia, e si concludono con l’Epifania, che ‘tutte le feste porta via’. Non è così invece per altre culture. Sentiamo cosa raccontano a proposito del loro Natale tre donne che vivono in Canton Ticino da anni, ma che mantengono solidi i legami con le proprie radici: Ana Mantegazza, Maria Schichkova e Kuniko Urbani. 

Ana Mantegazza, che dalle Isole Canarie la vita ha portato a vivere come moglie e madre a Lugano, racconta: «Le Canarie si rifanno moltissimo agli usi del resto della Spagna. Come nella penisola Iberica, le città e i paesi ci tengono molto che le strade siano sfarzosamente adornate con ricchi addobbi. Da noi poi, c’è ancora un atout in più, dovuto alla natura rigogliosa, aiutata dal clima sempre mite con temperature medie intorno ai 24 gradi. Oltre agli addobbi, bellissimi, tutte le strade sono abbellite con piante di rose di Natale, che in quel periodo sono all’apice della fioritura». In Spagna il Natale è molto sentito: l’intero periodo si vive all’insegna del piacere di stare in famiglia e di godere della reciproca vicinanza con tanta allegria. I festeggiamenti natalizi iniziano i primi giorni di dicembre con le celebrazioni delle accensioni delle luminarie, che scatenano la voglia irrefrenabile di vivere le strade e i bar, quali luoghi d’incontro e di socializzazione, favoriti dall’apertura serale dei negozi e dai presepi viventi. Si entra nel vivo dell’atmosfera natalizia il 22 dicembre, con l’estrazione della lotteria di Natale, avvenimento molto importante. Il sorteggio prende il via la mattina presto e viene trasmesso dalle emittenti radiofoniche e televisive: le voci dei bambini del Collegio de San Idelfonso, che tutti gli anni cantano i premi, si odono dappertutto.

20111129_costume_tmd_1112_6.jpg

La cena più importante però rimane la Nochebuena, la sera del 24 dicembre. Solitamente la famiglia si riunisce a casa dei nonni, dove viene preparata una carrellata di cibi con alcuni piatti tipici, tra musiche, canti natalizi e i famosi “Villancicos”, che eseguono i canti popolari tipici della Natività e della tradizione natalizia. La cena inizia sempre con un piatto di cuchara, una zuppa, cui seguono crostacei, gamberoni e pesci vari. Non mancano mai patate dolci con il tacchino ripieno, in spagnolo pavo e il celebre jambón Serrano, il tipico prosciutto crudo spagnolo, nonché diversi tipi di dolci, alcuni di chiaro retaggio arabo, come i polvorones e il marzapane, e l’immancabile torrone di Alicante, il tutto innaffiato da vino e Cava, le bollicine locali. Nelle cene tipiche delle Canarie, anche in quelle natalizie, non manca mai l’ingrediente più tipico delle isole: il gofio, ovvero farina di miglio tostata, alimento per antonomasia che, dalla notte dei tempi, ha accompagnato le popolazioni indigene della Canarie, sino ad arrivare ai giorni nostri. «Anche il Capodanno è una festa importante», continua Ana. «Si cena velocemente a casa con diversi tipi di tapas (stuzzichini), per poi uscire e andare a un ricevimento o, ancor meglio, in giro per le piazze a festeggiare all’aperto. C’è un rito singolare che avviene durante gli ultimi dodici rintocchi prima di mezzanotte: ad ogni rintocco, è tradizione mangiare, per garantirsi buona fortuna per il nuovo anno, ‘las Uvas de la Suerte’, niente altro che dodici acini di uva inghiottiti uno dopo l’altro. Come in Spagna, anche alle Canarie i regali non arrivano a Natale, ma li portano los Reyes Magos, i Re Magi. La sera precedente l’Epifania, i bambini assistono alla cavalcata dei tre Re per le strade e in una scarpa fuori della porta di casa, lasciano del mais e dell’acqua per i loro cammelli. La mattina successiva, il 6 gennaio, troveranno i doni, che faranno orgogliosamente vedere a parenti e amici, andando di porta in porta. In questo giorno si mangia il famoso Roscón de Reyes, uno dei dolci più antichi di queste feste. 

20111129_costume_tmd_1112_5.jpg

Come si festeggia il Natale in Russia lo racconta Maria Schichkova, in Ticino da quasi due lustri, che tiene a precisare che la Russia è molto estesa, che non tutte le regioni hanno identiche tradizioni e che lei si riferisce agli usi di San Pietroburgo, la sua città natale. «Da un punto di vista religioso, e ormai da molti secoli, che in tutta la Russia si segue il calendario ortodosso: il periodo natalizio inizia quindi il 7 gennaio e si chiude con il Capodanno ortodosso che cade il 13 gennaio. Si celebra però anche il Capodanno europeo, introdotto intorno al 1700 secondo l’uso tedesco da Pietro il Grande, in modo che, a distanza di un paio di settimane, ancora oggi si festeggiano due Capodanno».

Fino alla fine dell’anno, uffici e scuole sono aperti, così il momento di andare in vacanza e quello in cui il lavoro si ferma coincidono proprio con il Capodanno europeo. «È nelle scuole, prima della chiusura, che vengono distribuiti i regali da Nonno Gelo, Ded Moroz, che nel portare i doni ai bimbi buoni si fa aiutare dalla nipote Snegurocka», prosegue Maria Schichkova. «I bimbi si mettono intorno all’albero di Natale che precedentemente hanno addobbato e per tre volte chiamano il Nonno che arriva bardato con un caftano, un berretto di pelliccia e un grande sacco rigonfio di doni, accompagnato dalla nipote che  porta in testa una coroncina. I bambini cantano, ballano e recitano poesie». La tradizione dell’albero, che molti pensano sia mutata dalla tradizione cristiana, in realtà risale addirittura ai bizantini, che nel 966 hanno introdotto in Russia il cristianesimo mescolandolo insieme alle loro tradizioni più antiche che si perdono nella notte dei tempi, come appunto quella del pino addobbato. Impersonato da qualche amico o vicino, Nonno Gelo, che sembra un po’ parente del nostro Babbo Natale, la sera del Natale ortodosso vero e proprio torna nelle case e continua la sua benevola opera distributrice, prima della grande cena a buffet.

20111129_costume_tmd_1112_4.jpg

La Russia accoglie molte diverse etnie, quindi è comprensibile che le influenze siano diverse. «Nei pranzi e nelle cene delle Feste però, i menù sono pressoché identici e non può mancare il plov, che si dice sia stato inventato addirittura da Alessandro il Grande quando era in Asia», precisa Maria, «un piatto a base di carne tagliata a cubetti, disposta a strati e coperto di riso. E nemmeno le zuppe, tra cui il famoso Borsch e la zuppa di orzo e crauti, come la zuppa di cavolo acido shi e la zuppa di pesce, la ukha». Ed ancora, la tradizionale Salat Olivier, dal cuoco francese Lucien Olivier, proprietario del ristorante Ermitage a Mosca, che l’ha inventata, niente altro che quella che noi chiamiamo comunemente ‘insalata russa’, fatta di verdure, ma anche di carne. Un altro piatto classico è la seledka pod shuboi, una torta salata a strati con barbarbietole, patate, carote bollite e grattugiate, insieme ad aringhe tagliate a piccoli pezzi. Come da noi però il piatto principale consiste in un arrosto, di pollo o di carne bovina, cotto al forno croccante ed invitante. I tradizionali pirozhki sono panini ripieni di carne, anche quella di cavallo, o pesce, o riso e uovo, ma anche di mele, quindi sia salati che dolci, come salati o anche dolci possono essere i pelmeni, una specie di ravioli con carne oppure puré di patate, che se riempiti di ricotta o marmellata o altre creme dolci, prendono il nome di vareniki.

20111129_costume_tmd_1112_7.jpg

Concludono immancabilmente la cena, servita su una grande tavola imbandita, dove in sequenza compaiono prima gli antipasti e le insalate e poi i piatti caldi, i blinciki, o blini, magari riempiti di caviale e la charlotka, una torta probabilmente di origine francese che assomiglia alla nostra torta di mele, composta a strati con panna, di non facile fattura e vera soddisfazione per la padrona di casa che riesce a farla bene. La favola del Natale è così bella che ha conquistato anche popoli dove la cristianità ha un piccolo peso, con pochi adepti rispetto ad altre religioni che costituiscono la maggioranza. Kuniko Urbani, trasferitasi da diversi decenni in Ticino dalla nativa Tokio, conferma: «I cristiani, che sono un’esigua minoranza, sentono fortemente la religiosità del Natale. Dal dopoguerra però, l’esempio degli americani ha contagiato tutti ed ora lo festeggiano anche i buddisti e gli scintoisti che rappresentano la stragrande maggioranza della popolazione, tanto che anche da noi il Natale si è rivelato un grande business. Le città, a gara l’una con l’altra, risplendono di luci natalizie già a novembre e soprattutto i più giovani, figli del dopoguerra, festeggiano il Natale scambiandosi regali la sera del 24, a coté di un banchetto, dove imperano gli arrosti e cibi per loro ‘esotici’ della gastronomia francese o italiana». Le Feste, con il lavoro e le scuole che si fermano, rimangono comunque all’insegna della famiglia, in un misto di tradizioni, alcune di chiara piega commerciale e altre che si rifanno ad usanze antiche. Il Capodanno, ad esempio, alla notte dei tempi era una festa religiosa più che civile, anticipata per la verità cronologicamente di un mese - prima cadeva a febbraio - per far sì che corrispondesse con l’inizio dell’anno solare. È una festa molto importante, di grande tradizione, con caratteristiche proprie e costumi precisi. Infatti dopo il 25 dicembre, le decorazioni natalizie spariscono ovunque e, detto fatto, prima della fine dell’anno tutti gli addobbi nelle città, fuori e dentro casa, cambiano, sostituiti da rami di pino e bambù, che servono a tenere lontani gli spiriti maligni. Se fosse possibile poi, ma piuttosto difficili da reperire dato l’anticipo della data, la tradizione richiederebbe anche dei fiori di pruno. Con tutti in vacanza, gli ultimi giorni prima della fine dell’anno sono dedicati interamente all’ambito familiare e a… cucinare quanto verrà consumato nei sette giorni successivi al primo dell’anno. 

20111129_costume_tmd_1112_8.jpg

Il Capodanno dura infatti sette giorni: si comincia con l’ultima notte di dicembre, quando è d’uso recarsi al tempio (di qualsiasi confessione) indossando possibilmente il kimono più bello, che va portato anche il mattino successivo, quando di nuovo si va a pregare. Durante la giornata del primo gennaio, è d’uso scambiarsi visite e consumare un pranzo dove sono serviti alcuni piatti tipici come il mochi, una torta di riso, che, a seconda della regione, può essere quadrata, rotonda o sagomata in forme grandi o piccole, da consumare insieme a del brodo di pollo o di pesce. Altro piatto tipico di Capodanno è il soba (mitzuba o seri): erbe selvatiche tagliate finissime e immerse nel brodo insieme a tagliatelle. Nel secondo giorno dell’anno, la tradizione impone di dare inizio a qualcosa che si ha intenzione di portare avanti nel corso dell’anno: il primo tassello di una qualsiasi opera, la prima parola di uno scritto, il primo tratto di un quadro. In alternativa, quando non è possibile agire in qualche modo, è sufficiente scrivere con il pennello in bella grafia ciò che si ha intenzione di intraprendere. Un modo come un altro per ‘lasciare il segno’. Con il 7 gennaio il periodo di vacanza termina e ognuno è pronto a riprendere la propria attività: lavoro, ufficio, scuola. 

Il periodo di Natale in tutto il mondo, al di là dell’aspetto religioso, che per i credenti è molto importante, è una festa, un’occasione per rinsaldare gli affetti, un’esigenza e una pausa indispensabile per rigenerare le forze in un momento in cui anche la Natura è quieta. Un invito alimentato da un marketing serrato che per ora non è riuscito ad eliminare completamente il fascino della storia semplice di una nascita prodigiosa. 

 

 



Articoli correlati
09.10.2011
Generazione Y
10.10.2006
Salire in quota
01.12.2011
Tra premi e celebrazioni

Stai acquistando... (eShop)



(IVA inclusa/Costi di spedizione esclusi). Carrello vuoto.



Cerca Articoli


 

Ultimi Articoli


13.05.2012, in Ticino Management
A ognuno le sue ricette
13.05.2012, in Ticino Management
Real estate globale
13.05.2012, in Ticino Management
La forza tranquilla
13.05.2012, in Ticino Management
Il lusso cresce grazie ai Paesi emergenti
13.05.2012, in Ticino Management
L’arte di investire


Date

Keywords

Appuntamenti




Ultimi Utenti Attivi




Ultimi Commenti




Sondaggio

Contatto


Società Editrice Ticino Management SA
Casella postale 749
CH-6903 Lugano

Uffici: via Vergiò 8, 6932 Breganzona

Tel.: +41 (0) 91 610 29 29
Fax: +41 (0) 91 610 29 10
Contatto online


 
Attualità
Edizione elettronica
Ticino Management
Ticino Management Donna
Arte&Storia
Account
Blogs
Chi siamo
Login | Nuovo Profilo | Recupera Password