02.02.2012
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Arriva Monti, e noi? Scudo: amnistia con ripensamenti
La parte più discussa in Ticino del decreto ‘Salva Italia’ è l’imposta di bollo annuale sulle attività finanziarie emerse grazie allo ‘scudo fiscale’. «Sul piano psicologico e direi ‘sociale’ questa imposta retroattiva sugli averi riemersi in forza degli ‘scudi fiscali’ ha avuto un effetto simile a quello del famoso prelievo del 6 per mille sui saldi di conto corrente deciso dalla sera alla mattina dal governo Amato», si accalora Mauro Guerra, «ha stracciato quel poco di fiducia reciproca fra cittadino e Stato che si era costituita. È un fatto senza precedenti. È come se lo Stato venisse a riportare in prigione le persone scarcerate per effetto di una amnistia. “Da uno Stato così mi posso aspettare tutto”, dicono i titolari di grandi patrimoni, fra i quali la fuga è totale. E in effetti mi risulta che sia stata studiata e discussa la trasformazione forzosa dei crediti delle aziende verso la pubblica amministrazione in titoli di Stato. Anche altri atti e scelte demagogiche, come la tassa sugli yacht, fanno temere una populistica lotta a tutto campo contro i titolari di patrimoni», continua Guerra, che da Lugano segue le attività di Ubp per la clientela italiana.
In effetti questa parte del decreto è stata molto modificata nel suo iter parlamentare anche a seguito delle correzioni tecniche apportate dal governo. La legge 214 che converte il decreto ‘Salva Italia’ prevede che sul controvalore degli asset scudati ancora in deposito al 6 dicembre 2011 e poi al termine di ogni anno venga applicata una ‘imposta di bollo speciale’ del 4 per mille nel 2011, del 12 per mille nel 2012 e del 13,5 per mille nel 2013. «Non si accenna a una sua possibile prosecuzione», fa notare Edward Greco. Viceversa per tutte le somme scudate e poi prelevate o perse o comunque sulla differenza fra il valore degli asset scudati e quelli esistenti al 6 dicembre si pagherà nel 2012 una imposta straordinaria una tantum del 10 per mille.

«La gente è inferocita. In moltissimi casi i capitali scudati sono stati spesi, sono stati investiti in azienda, persi, finiti in vari rivoli nei complessi passaggi ereditari. Conosco molte persone in difficoltà», sostiene il fiscalista internazionale Giancarlo Cervino.
«L’imposta, che si applica sulle attività finanziarie non patrimoniali ed esclude quindi immobili, gioielli e partecipazioni qualificate, pone diversi problemi legati al dettato costituzionale secondo il quale le imposte devono essere legate alla capacità contributiva, e al fatto assolutamente controintuitivo che vengono tassati soldi che sono stati spesi o persi. Prevedo ricorsi alla Cassazione e intravedo anche profili di incompatibilità con le normative europee», continua Greco, «un milione di euro scudato due anni fa e male investito potrebbe essere sceso notevolmente, ben investito potrebbe avere generato un altro milione di utili. Se parliamo di somme scudate dieci od otto anni fa le variazioni possono essere state ancora più rilevanti. Nel primo caso verrebbe tassata… una perdita, nel secondo caso verrebbe tassato un utile che era già stato tassato come capital gain, con una doppia tassazione economica che non è assolutamente leale», sottolinea il responsabile dei corsi in materia legale e tributaria del Centro di studi bancari di Vezia.
«La tassazione delle somme scudate è un provvedimento che dà ragione a chi afferma che il fisco italiano non è credibile», afferma Franco Citterio, «ciò che era stato promesso e garantito da un governo viene bellamente sconfessato e annullato dal governo seguente. Chi negli anni scorsi ha creduto alla bella favola di poter beneficiare di un’amnistia fiscale a basso costo e con la garanzia dell’anonimato si trova ora in una situazione molto scomoda».
Secondo Daniela Baldoni Ferrari Trecate, se l’imposta è iniqua non per tutti risulterà poi così scomoda. «Di fatto è una tassa sull’anonimato, perché la vera minaccia in caso di mancato pagamento è l’iscrizione a ruolo da parte della fiduciaria che agisce come sostituto d’imposta, la quale è costretta a ‘denunciare’ al fisco il contribuente scudato con nome e cognome. Se l’imposta è il prezzo dell’anonimato io potendo non lo pagherei. Le somme emerse con lo scudo del 2001 erano garantite da un condono tombale. Quelle emerse dal 2003 sono fuori dai termini entro i quali il fisco può rivalersi (5 anni) e presto saranno fuori anche dai termini in cui la magistratura potrebbe indagare (10 anni). Oggi il contribuente scudato nel 2001 e 2003 subisce tutte le imposizioni di un contribuente dichiarato. Perché dovrebbe pagare una imposta su denari che magari erano stati investito in azienda o spesi o persi?», si chiede la consulente aziendale di Lugano.
Diverso il discorso per i condonati del 2009. «Lo scudo del 2009 è stato utilizzato soprattutto da persone che volevano poter utilizzare tranquillamente il denaro che avevano in Svizzera. Le somme rimpatriate sono quindi state in parte importante utilizzate», nota Baldoni Ferrari Trecate, «e qui andranno fatti dei ricorsi perché è molto dubbia la possibilità di tassare somme che non esistono più». Ovviamente chi non paga si espone all’azione di recupero: tutta la trafila di sanzioni, richiami ed ‘espropri’ ben nota e ora assai ben oliata da Equitalia. «Chi decide di non pagare ‘scommette’ quindi sul fatto che queste norme chiaramente incostituzionali siano rese nulle da una sentenza. In questo caso chi paga potrà avere indietro l’imposta pagata, ovviamente a tempo debito e magari sotto forma di Cct, e chi non paga non si vedrà più chiedere nulla», nota Giancarlo Cervino.
Un altro profilo da tenere in conto è il ruolo che la legge 214 chiede alla fiduciaria di svolgere. In teoria la fiduciaria deve agire quale sostituto d’imposta, prelevando dagli asset segregati del cliente l’imposta di bollo e l’imposta straordinaria e versarla al fisco. Ma cosa succede se la fiduciaria non ha più asset perché il cliente li ha spesi o persi o li ha passati a un altro operatore?
In teoria l’intermediario dovrebbe farsi parte attiva nel cercare il suo ex cliente, sollecitarlo a fornirgli la provvista per pagare l’imposta e se non riesce nel suo intento iscrivere l’imposta a ruolo. «Ma questo non è il compito di un sostituto di imposta, è il compito di un esattore», sottolinea Greco, «sostituto d’imposta è una persona giuridica che detiene un cespite per conto del cliente e ne versa una parte al fisco. Il cliente ‘scudato’ ha autorizzato la fiduciaria a svolgere il ruolo di sostituto di imposta, ma non a ‘perseguirlo’ come farebbe un addetto alla riscossione. Un cliente potrebbe chiedere alla fiduciaria in base a cosa si erge a svolgere questo ruolo e farle causa». Da ultimo Greco critica «l’idea peregrina di definire questa tassa una imposta di bollo, imposta che si applica in presenza di atti che fanno fede e non su un patrimonio». La piazza finanziaria svizzera non ha ancora reagito non tanto per stima nei confronti di un governo composto da autorevolissime figure, «quanto perché è stata colta di sorpresa. Il decreto è stato convertito in legge e quindi ha avuto piena validità due giorni prima di Natale, quando tutti sono ‘addormentati’. Ma vedremo presto una reazione, non certo solo da parte svizzera», prevede Greco.
Secondo Mauro Guerra la reazione deve consistere anche nel proporre ai titolari di conti scudati con rimpatrio giuridico «delle soluzioni di private insurance, che inseriscono un ulteriore livello di sicurezza grazie alla impignorabilità del bene assicurato e permettono il passaggio generazionale senza imposte di successione. La creazione di prodotti assicurativi intorno agli asset scudati è il primo passo verso la riproposizione di trust, veicolo poco accettato dal cliente italiano e che le manovre del governo Monti stanno facendo riscoprire». Giancarlo Cervino è solo in parte d’accordo: «La polizza vita offre un livello di protezione maggiore anche se basterebbe una sentenza per azzerare questo vantaggio, mentre i trust sono stati colpiti dalle normative anti-riciclaggio, quasi segretamente rafforzate, e sulla residenza fiscale».
Piccole patrimoniali crescono
Anche se è mancata la grande patrimoniale una tantum del 5% o più invocata da Giuliano Amato, il decreto ‘Salva Italia’ è pieno di ‘piccole patrimoniali’ che si affiancano a quella sulla casa. La più importante è l’imposta dell’1 per mille su tutti gli investimenti. L’imposta riforma quella sorta di patrimoniale al contrario che il precedente governo aveva creato, aumentando la tassa di bollo sulle comunicazioni relative a depositi amministrati. Non avendo paura di chiamare le cose con il loro nome, il governo Monti ha abolito il legame della tassa con il deposito amministrato e mantenuto un vaghissimo collegamento con le comunicazioni dell’intermediario alla clientela. Di fatto l’imposta colpisce con una aliquota dell’1 per mille nel 2012, che salirà all’1,5 per mille nel 2013, tutti i patrimoni di privati, aziende e istituzioni, esclusi solo Tfr e fondi pensione. L’imposta, che non si applica su conti con giacenza inferiore a 5 mila euro, prevede un minimo di 34,2 euro e solo per il 2012 un massimo di 1200 euro (in pratica sono esenti i patrimoni superiori a 1,2 milioni di euro).

L’imposta è applicata su ogni tipo di prodotto finanziario, esclusi conti correnti e di deposito, ed è calcolata sul valore di mercato (sul nominale se manca un valore di mercato). A differenza di quella precedente questa imposta è quasi impossibile da eludere.
Alla ‘patrimonialina’ si aggiunge una serie di classiche tasse sul lusso: le auto con potenza superiore ai 185 Kw pagheranno 20 euro annui per ogni Kw in più (una Lamborghini 515 pagherebbe così un ‘bollo’ di 6600 euro). Ma è previsto uno sconto in base all’anno di costruzione. Super-bolli anche per gli aerei e gli elicotteri (è prevista una super tassa perfino per alianti e mongolfiere!). Un business jet da 6 tonnellate di peso massimo al decollo pagherà 34 mila euro annui.
Per gli yacht il governo ha creato una tassa di stazionamento: 5 euro al giorno per le barche da 10,1-12 metri (nulla è dovuto sotto i 10 metri) fino a 703 euro per un 64 metri, anche se la somma è parametrata all’età del natante. E se la barca sta al largo? Al governo non la si fa: è considerata ‘stazionamento’ anche la sosta necessaria per il rifornimento di carburante.
Patrimoniale off-shore
«Ha avuto e avrà invece un effetto serio sul private banking svizzero l’estensione dell’imposta alle attività finanziarie detenute all’estero», nota Daniela Baldoni Ferrari Trecate. Questa imposta fa male non tanto per il suo ammontare, «quanto perché colpisce proprio quelle attività sulle quali oggi la Svizzera vuole concentrarsi. La Svizzera si candida sempre più come luogo di gestione di capitali dichiarati magari attraverso una fiduciaria». L’1 per mille fa presto a diventare il 5 per mille o un contributo ‘una tantum’ dell’1%.
«Comunque l’imposta, che è dell’1 per mille nel 2011 e 2012 e sale all’1,5 per mille nel 2013, non si riferisce solo agli asset finanziari ‘bancabili’ come titoli, valuta o metalli, ma si estende anche a partecipazioni di controllo, quadri e gioielli», nota Edward Greco. Si può dedurre da questa tassa solo l’imposta di natura patrimoniale pagata su quei cespiti nel Paese estero. Ma in Svizzera i non residenti non pagano patrimoniale. L’imposta quindi, soprattutto in una fase di rendimenti reali assai bassi, si farà sentire. Anche perché si aggiungerà alle imposte pagate sulle somme scudate.
«Nei mesi scorsi operatori e clienti che guardavano tutto sommato con tranquillità a una estensione della euro-ritenuta all’Italia, sono stati colpiti dal panico. Alcuni nel dubbio hanno portato i loro capitali non dichiarati verso giurisdizioni non europee, Singapore o Panama», ricorda Daniela Baldoni Ferrari Trecate, «poi hanno saputo che Singapore ha firmato un Memorandum of understanding con l’Ocse, che potrebbe aprire il suo segreto bancario alle inchieste del fisco estero, e la corsa è ripresa...». Tutto sommato, superata la fase di panico, i clienti che davvero vale la pena di tenere torneranno in Svizzera. «Sui capitali dichiarati si va verso un livellamento del campo di gioco fiscale», commenta Lorenzo Frignati, partner dello Studio professionisti associati italiani di Milano, «e questa è una situazione ideale per chi ha professionalità sia nella gestione degli asset sia nella corretta strategia. Il Ticino ha queste potenzialità: lo scudo fiscale riporta in primo piano la sfida sul campo della professionalità specifica, elemento che era prima stato messo un po’ da parte».

La professionalità si estende sia alle capacità di gestione sia alle soluzioni di ottimizzazione fiscale. Per esempio è opportuno ricordare che «come avviene per gli immobili, la tassazione dei patrimoni all’estero, immobili e asset, dove per asset si intendono anche gioielli, opere d’arte e perfino cavalli da corsa, è limitata alle persone fisiche. Intestare attività a una società, cosa che in Italia da tempo non è più conveniente, è quindi interessante per chi detiene attività estere», ricorda Greco.
E il fisco divide fra ‘buoni’ e ‘cattivi’
Le novità principali sul lungo termine sono contenute nelle pagine ‘prive di numeri’ del decreto. Si tratta di una evoluzione dell’atteggiamento del fisco verso le aziende e i professionisti, che potremmo definire la politica dei ‘buoni e cattivi’.
Alla base della divisione fra buoni e cattivi ci sono gli studi di settore. Si tratta di un database (chiamato Gerico) continuamente aggiornato sulla base dei dati forniti dalle imprese stesse, che permette di stimare la redditività di una impresa sulla base di alcuni parametri.
I contribuenti ‘congrui’, le cui dichiarazioni in termini di utile e di fatturato sono coerenti con quelle previste dagli studi di settore, potranno chiedere di accedere a un regime premiale che comprende:
• accelerazione rimborso e compensazione crediti Iva;
• esclusione dagli accertamenti analitici induttivi;
• semplificazioni contabili e amministrative;
• riduzione di un anno dei termini di decadenza della azione di accertamento (a meno che non scatti un reato penale fiscale a norma 74/2000);
• esclusione da accertamenti induttivi anche se fondati;
• nessun accertamento sintetico se il reddito privato desunto induttivamente da indicatori esterni è fino a un terzo superiore a quello dichiarato;
• copertura dalle rettifiche operate dall’amministrazione fiscale su dichiarazioni pregresse.
Per essere inserita fra i ‘buoni’, l’azienda deve operare con una trasparenza che suona incredibile: dovrà in pratica considerare il fisco il suo ‘commercialista’ inviandogli per via telematica le fatture emesse e ricevute, i corrispettivi e le risultanze degli acquisti e delle cessioni non soggette a fattura. Così come farebbe un commercialista, l’Agenzia delle entrate predisporrà per conto di questi contribuenti i moduli già compilati con le imposte da versare.
Si è parlato, commentando questa norma, di un fisco ‘alla Svizzera’ citando al riguardo le frequenti dichiarazioni ammirate del precedente ministro Giulio Tremonti verso il modello fiscale elvetico. «Ma non è affatto così», tiene a sottolineare il direttore dell’Abt Franco Citterio, «la mia impressione è anzi che il modello fiscale impostato dal nuovo governo non si discosti molto da quello dei governi precedenti. La caccia all’evasore fiscale avviene con tutti i mezzi più coercitivi, annullando ogni diritto alla privacy. Tutto il contrario di quel clima di rispetto reciproco fra cittadino e Stato che è alla base del modello svizzero».
In effetti se la ‘carota’ offerta agli operatori che accettano di vivere ‘col fisco in casa’ è interessante, le minacce nei confronti dei ‘cattivi’ sono state rafforzate. Dal 1° gennaio 2012 il fisco italiano può accedere a sua discrezione a una anagrafe completa degli investimenti di tutti i soggetti fiscali italiani. Tutti gli intermediari finanziari sono infatti tenuti a comunicare i saldi e le variazioni in entrata e in uscita nei depositi e investimenti di tutti i loro clienti. Questo database si integra con la dotazione di basi dati di ‘indicatori indiretti di ricchezza’: auto, barche, viaggi di lusso e iscrizione a club e ovviamente alle dichiarazioni fiscali. In secondo luogo sono stati tolti i limiti alla normativa 146/98 sugli studi di settore che poneva limiti alla possibilità per l’amministrazione finanziaria di effettuare accertamenti presuntivi nei confronti dei soggetti che aderivano all’invito a comparire. Da oggi il fatto di comparire in sé non dà diritto a nessun riguardo. L’autorità fiscale può fare tutte le ricerche che vuole. Quanto al contribuente, interessante novità, se questi durante la fase di verifica fornisce dichiarazioni non vere compie un reato penale (articolo 11 comma 1).
«In pratica potrà essere aperta una indagine finanziaria d’ufficio su tutti i soggetti non congrui per gli studi di settore», spiega l’avvocato Edward F. Greco, «l’Italia si muove su una linea che è coerente con quella di tutti i Paesi occidentali maturi: verificare la congruenza delle dichiarazioni fiscali dell’azienda con informazioni relative al business da una parte, e dall’altra la coerenza delle dichiarazioni personali con gli acquisti e gli investimenti effettuati dal contribuente. Ogni somma mossa da un conto all’altro è un potenziale imponibile che viene tracciato e all’occorrenza tassato. Non si sfugge».
Segreto bancario o ‘Grande Fratello’
«Il fatto che le banche e gli asset manager italiani dal primo gennaio debbano trasmettere all’Agenzia delle entrate in maniera automatica ed elettronica tutte le relazioni in essere, il fatto che ogni transazione sia registrata e comunicata al fisco», nota Franco Citterio, «dimostra quale sia la fiducia dello Stato nei confronti dei suoi cittadini e viceversa. Un approccio totalmente diverso da quanto avviene in Svizzera».

Questo aspetto però potrebbe non colpire più di tanto il contribuente italiano. «Il fatto che ogni tipo di riservatezza bancaria sia finita in Italia non preoccupa quasi nessuno. A Sud delle Alpi la riservatezza non è vista come un diritto naturale del cittadino, ma come un privilegio. L’idea è che la privacy serva a chi ha qualcosa da nascondere», rileva Guerra, «anche se questo è difficile da credere per uno svizzero, questo plus della piazza elvetica non è sufficiente da solo ad attirare clienti interessanti».
Pensioni senza sconti
L’aspetto più importante della manovra, quello pensionistico, tocca solo marginalmente il Ticino. In linea generale il ministro Elsa Fornero, economista specializzata in economia del welfare, oltre a spostare verso i 67 anni l’età pensionabile ha dichiarato una guerra aperta a tutti i metodi di calcolo delle pensioni diversi da quello contributivo. Questa guerra dovrebbe avere l’obiettivo di sistemare i bilanci del sistema pensionistico pubblico italiano i quali, va notato, sul lungo termine (2030-2050) sono tra i migliori del mondo occidentale, grazie alla riforma varata nel 1992 dal governo Amato (molto migliori di quelli americani, francesi e perfino tedeschi), ma soffrono o meglio avrebbero sofferto in mancanza di azioni di un ‘funding gap’ considerevole nei prossimi 15 anni.
A margine della manovra principale è interessante notare che il governo ha abbattuto un tabù: quello secondo il quale i trattamenti economici di chi già gode di una pensione non possano essere toccati. Lo ha fatto prevedendo un contributo di solidarietà che va dallo 0,2 all’1% sulle pensioni percepite dai titolari di trattamenti più ‘ingiusti’, o per meglio dire con la maggiore differenza fra contributi versati e controvalore della prestazione pensionistica. Nel mirino finora le pensioni erogate dagli ex fondi ‘separati’ (lavoratori del settore telefonico, elettrici, trasporti, Inpdai).
«A dire il vero nessuna norma vieta la retroattività in materia di pensioni, si tratta di una sorta di bon ton che aveva caratterizzato i rapporti fra lavoratori e sistema pensionistico. Chi è in pensione si è sempre visto assicurare il mantenimento dei suoi diritti acquisiti», sottolinea Frignati, esperto di previdenza complementare. Non c’è poi una grande differenza fra i diritti ‘acquisiti’ a partire al primo giorno di ‘pensione’ e quelli definiti tecnicamente ‘quesiti’, cioè attesi da chi sta per andare in pensione. «La riforma Monti/Fornero ha inciso sui diritti ‘quesiti’ e ha intaccato anche alcuni dei diritti acquisiti», continua Frignati, docente ai corsi del Centro di studi bancari di Vezia, il quale ritiene che «si sarebbe forse potuta ipotizzare una modifica dei trattamenti pensionistici esistenti in aggiunta a quella introdotta per quelli di importo maggiore - ricordiamo che è stato previsto un aumento del contributo di solidarietà dal 10 al 15% sui trattamenti pensionistici per la parte eccedente i 200 mila euro - andando a colpire anche quelli che al di là dell’importo hanno il minor legame con i contributi effettivamente versati, come i trattamenti pensionistici erogati dopo 14 anni, sei mesi e un giorno di contributi».
Il governo ha esteso la sua azione anche alle casse pensione ‘private’ di categoria, numerose e potenti in Italia (giornalisti, avvocati, dirigenti d’azienda, architetti e altre categorie professionali), chiedendo loro di dimostrare (entro il giugno 2012) che i loro bilanci sono sostenibili nell’arco non di 30 anni, come finora calcolato, ma di 50 anni. L’equilibrio deve essere ‘tecnico’ e quindi raggiungibile in ciascuno dei 50 anni senza considerare né la rivalutazione né la redditività del consistente patrimonio immobiliare delle casse, stimato in 42 miliardi di euro.
Non sarà facile dimostrarlo (finora solo la cassa dei farmacisti pare essere in regola), perché i bilanci di queste casse devono ancora assorbire la ‘botta’ del passaggio dal 12,5 al 20% dell’imposta sui redditi di capitale.
Qualora le casse non riuscissero a garantire l’equilibrio dei conti dovranno o prevedere dei veloci piani di rientro, con un drastico aumento dei contributi e una riduzione delle pensioni promesse, o computare i trattamenti pensionistici secondo il criterio contributivo pro rata.
Insomma, se entro giugno le casse non mostreranno l’esistenza o la raggiungibilità a breve termine di questo equilibrio, dovranno passare immediatamente al metodo contributivo pro-rata ‘tanto versi, tanto prenderai’, considerato dal ministro del lavoro e del welfare Elsa Fornero lo standard verso il quale far convergere tutti i trattamenti pensionistici.
Le casse temono che dietro questo ultimatum praticamente impossibile da raggiungere si nasconda l’obiettivo di annettere le casse stesse e portare il loro consistente patrimonio immobiliare tra gli attivi dello Stato. Frignati la vede diversamente: «Più che un disegno egemonico vedo il tentativo di inserire quelle casse professionali che erano rimaste fuori dal disegno della previdenza complementare. In fondo - e questo vale per l’insieme dei provvedimenti presi dal ministro Fornero - non si è fatto altro che accelerare, invero bruscamente, una riforma, o meglio una serie di riforme che iniziano con la riforma Amato del ‘92 e hanno avuto nel 2007 un secondo punto di svolta».

Quanto alla mancata considerazione del patrimonio immobiliare, «il governo aveva già molti anni fa spinto i fondi pensione interni delle banche e delle assicurazioni a smobilizzare e cartolarizzare i loro patrimoni immobiliari in modo da disporre di asset più liquidi e più facilmente valutabili al mark to market. Oggi a dire il vero si sta tornando un po’ indietro, perché la cartolarizzazione eccessiva ha avuto degli effetti secondari negativi. Più che di una novità direi quindi che si tratta di una misura a regime».
Solo accennato nel decreto è il terzo fronte, quello delle pensioni integrative, vagamente simili al ‘terzo pilastro’ svizzero. La legislazione è in piedi da tempo e funziona. In pratica i lavoratori autonomi e (per la parte non compresa dal secondo pilastro) quelli dipendenti possono detrarre dal loro imponibile una parte dei loro redditi e versarli in fondi pensione complementari appositamente regolamentati, che li investiranno e li renderanno disponibili al raggiungimento dell’età pensionabile sotto forma di rendita vitalizia o limitatamente come versamento una tantum. Il regime (che prevede anche la possibilità di accedere in tutto o in parte alle somme accumulate per l’acquisto della abitazione di residenza o per altre gravi ragioni) funziona ma sia il numero di sottoscrittori sia gli ammontari (il limite di 5.165 euro annui per la deduzione dall’imponibile fiscale) sono piuttosto ridotti.
Il ‘terzo pilastro’ italiano prevede un trattamento fiscale estremamente favorevole per quel che riguarda la tassazione delle prestazioni erogate dalla previdenza complementare.
Le somme investite annualmente sono detratte dall’imponibile nel limite di 5.165 euro annui, e quindi sottratte a una imposta che può arrivare facilmente al 43% Gli interessi e dividendi accumulati dagli investimenti sono tassati con una più favorevole imposta dell’11%, ma soprattutto l’ammontare sarà sottoposto a tassazione all’uscita dal conto pensione con una aliquota del 15% che può ridursi fino al 9%. «Un risparmio di imposta significativo», nota Frignati. Il limite del terzo pilastro italiano è che la somma massima annualmente detraibile di 5.165 euro è ferma ormai da oltre 10 anni. «Sicuramente un incremento di questa somma è auspicabile, è in linea con la filosofia del governo e potrebbe far esplodere da un giorno all’altro un mercato che oggi è solo una piccola parte dell’asset management italiano. Ma è anche vero che su milioni di contribuenti potenzialmente interessati ogni euro in più ammesso alla detrazione significa milioni di euro di imponibile e di gettito fiscale in meno. In questo momento non so se il governo Monti potrebbe permetterselo».
Un aumento del mercato della previdenza complementare italiana potrebbe essere una opportunità per la piazza svizzera che fornisce servizi all’industria italiana del risparmio. «Ma non ci sono particolari incentivi per offrire previdenza complementare ‘dalla Svizzera’: le agevolazioni sono infatti offerte solamente ai contributi versati a fondi pensione complementari residenti in Italia o in Paesi Ue», conclude Frignati.