02.02.2012
in
Attualità - keywords: inchiesta, politica
Arriva Monti, e noi? Più tasse, più evasione
«Nella teoria economica è noto come l’aumento delle imposte rappresenti un incentivo all’evasione», nota Guerra, collaboratore scientifico del Centro di studi bancari, ma sbaglia chi pensa che si possa far fronte a questo con un semplice appello all’onestà individuale degli operatori. «Un dentista, un imbianchino o un carrozziere italiano che volesse fatturare ogni suo lavoro domani con l’Iva al 23% uscirebbe fuori mercato. La gran parte dei suoi clienti privati domani insisterà per pagare 700 o 800 euro senza fattura quel lavoro che, regolarmente fatturato, costerebbe 1000 euro più Iva e quindi 1220 euro. E manderà fuori mercato l’operatore che insistesse per fare le cose in regola. Questi artigiani e professionisti si troveranno nel cassetto ogni mese molte migliaia di euro e cercheranno di portarle in Svizzera per evitare di tenerle in casa», prevede Guerra, che è stato manager in Bnp Paribas e prima ancora in Banca Arner e Banca del Gottardo, «questa è una opportunità da non accettare. I guadagni sono pochi: piccole cifre investite in prodotti senza margine e i rischi che il cliente sia fermato con in tasca una contabile della banca o intercettato in una telefonata sono altissimi. Per la piazza significherebbe tornare indietro agli anni Sessanta e Settanta, quando il ‘nero’ era il motore dell’economia italiana».

Cervino è ancora più pessimista: «In Italia il 25% dell’economia è in nero e quindi vive di contante», esordisce, «nell’arco di una generazione questa quota potrà ridursi. Ma adesso esiste e queste tonnellate di contante che non possono più rientrare nel circuito ufficiale non spariscono per decreto. A questo punto i casi sono tre. O la piazza bancaria svizzera accetterà questo contante o lo faranno quelle di altri Paesi confinanti (Austria, Monaco, Slovenia, Croazia) oppure si verrà a creare in Italia un circuito parallelo simile alla Hawala del mondo islamico. I soldi resteranno fermi e si muoveranno solo gli aventi diritto. Come al tempo dei mercanti fiorentini che inventarono le prime lettere di credito con i loro colleghi delle Fiandre. Ovviamente non potrà essere che la malavita a gestire questa rete che prevedibilmente coinvolgerà agenzie di money transfer, ricevitorie del lotto, negozi che comprano oro, o delle scommesse, sale giochi… insomma, un salto indietro e dal grigio al nero per tutti. Si è creato un incentivo pericoloso per passare dal nero fiscale al nero penale. Oggi il privato che vuole ‘costituirsi’ e ammette di avere in casa anche solo 100 mila euro in cash oltre alle sanzioni si vede anche attribuire una accusa di riciclaggio, con pene fino a sei anni di carcere».
Tasse sugli immobili
Il grosso della ‘cassa’ della manovra del governo Monti proviene da una misura fiscale antica come il mondo: l’imposta sulla casa. Su 17/18 miliardi di maggiori entrate previste, 11 provengono dall’aumento e dal ridisegno delle imposte sugli immobili.
Si tratta in realtà di tre imposte. Quella sull’abitazione principale (a proposito il decreto restringe molto i criteri per la definizione di abitazione principale, che nel tempo erano divenuti piuttosto laschi permettendo abusi ed elusioni), quella sugli immobili diversi (seconde case, uffici, negozi, immobili industriali e per intrattenimento) e quella sugli immobili detenuti all’estero da persone fisiche.
Sull’abitazione principale l’Imu reintroduce quell’Ici che il governo Berlusconi aveva tolto. Si tratta di una aliquota del 4 per mille che le Giunte comunali potranno abbassare al 2 per mille o alzare al 6 per mille. Dalla somma risultante ogni famiglia può dedurre i primi 200 euro di imposta aumentati di 50 euro per ogni figlio residente a carico sotto i 26 anni. Questa imposta andrà tutta nelle casse comunali, con effetti sistemici abbastanza rilevanti. I Comuni saranno, infatti, incentivati ad aumentare le aree edificabili e gli indici di edificabilità e ad accatastare i numerosi immobili costruiti ma non accatastati (si parla di diversi milioni di unità immobiliari), anche utilizzando i riscontri effettuati dalla Agenzia del territorio sulla base di rilievi aerei tipo Google Maps. Per le seconde case e gli immobili diversi invece l’aliquota rimane (l’Ici era stata tolta solo sulla prima casa) ma passa al 7,6 per mille modificabile dal 4,6 al 10,6 per mille e divisa a metà fra Stato e Comuni.

Sinceramente molti si attendevano una imposta più pesante, l’1% secco magari aggiunto ad un una tantum superiore, la famosa ‘patrimoniale’ temuta o auspicata. In compenso il governo è intervenuto con decisione sulla base imponibile. In Italia infatti il valore dell’immobile non è desunto dai contratti di compravendita (che pure sono disponibili) o di mercato (che pure l’Agenzia del territorio aveva stimato con precisione), ma da una curiosa entità che si chiama ‘reddito catastale’. Questa cifra aumentata del 5% è soggetta a un moltiplicatore che determina il valore dell’immobile. ll Decreto 201/2011 ha aumentato dal 100 a 160 il moltiplicatore adottato per le prime e per le seconde case, da 34 a 80 quello per i negozi (va detto a suo onore che Mario Monti ha investito buona parte dei suoi risparmi in spazi per negozi in corso Buenos Aires a Milano) e da 50 a 80 il moltiplicatore per uffici e immobili produttivi.
Così facendo la base imponibile si è avvicinata al valore reale, ma è ancora assai lontana. Molte case nei centri storici, popolari ma poi ristrutturate, sono stimate ancora un quarto o meno del loro valore commerciale. Il governo ha già annunciato che intende lavorare in modo da avvicinare la base imponibile al valore di mercato degli immobili stessi. E queste modifiche ‘tecniche’ da sole potrebbero raddoppiare o triplicare il gettito dell’imposta.
«Questa norma ha il potenziale per deprimere fortemente i valori immobiliari italiani che - riferiti al potere di acquisto - erano saliti a livelli di bolla. Io credo che molti privati con più case o con una casa sproporzionata al loro reddito cercheranno di vendere per ridurre le tasse e per paura di un ulteriore aumento. Ma chi comprerà in una fase in cui nuovi mutui non sono erogati? Avremo anche in Italia famiglie intrappolate in case che non si possono permettere e che valgono meno di quanto sono state pagate o sono invendibili», ammonisce Giancarlo Cervino.
Nel decreto legge 201/2011, convertito nella legge 214/2011, l’Imu è stata per così dire ‘estesa’ ai beni immobili detenuti all’estero da persone fisiche italiane. Si tratta di una aliquota dello 0,76% che alla fine porterà pochi soldi e molte seccature al Tesoro italiano. «Da due anni il contribuente italiano è tenuto sempre ad inserire nel quadro Rw2 il controvalore degli immobili detenuti all’estero. Prima doveva farlo solo se producevano reddito», ricorda Daniela Baldoni Ferrari Trecate, economista e fiscalista. Il controvalore totale degli immobili detenuti e dichiarati da italiani all’estero è di 19,4 miliardi di euro. Si tratta probabilmente di una sottostima. Secondo l’amministrazione delle entrate il valore degli immobili detenuti all’estero da residenti italiani è di 30 miliardi di euro. Secondo fonti private come Scenari immobiliari dal 1990 al 2010 i privati italiani hanno acquistato 400 mila unità immobiliari all’estero: quasi 90 mila in Francia, 26 mila in Svizzera, 70 mila negli Usa e sorprendentemente 62 mila in Europa dell’Est. Il loro valore totale potrebbe essere anche di 50 miliardi di euro. Parliamo quindi di una imposta che al netto delle detrazioni nel migliore dei casi potrebbe portare 300/400 milioni all’anno nelle casse dello Stato italiano (la stima del Tesoro per il 2012 è di 98 milioni).
«Il patrimonio costituito da un immobile in Svizzera scudato dal contribuente italiano viene tassato due volte: come asset scudato e come immobile all’estero», tiene a sottolineare il fondatore del Cinfis, «tassare due volte lo stesso cespite è contrario a ogni norma del diritto, ma in Italia avviene. Pensiamo alla benzina: chi la acquista paga il carburante, le accise e l’Iva sul carburante e sulle accise».
«Si tratta di una palese violazione alla libera circolazione dei capitali nei Paesi Ue e ai principi della tassazione internazionale. Il bene immobiliare estero è tassato, infatti, più di quello equivalente italiano», ricorda con decisione Edward F. Greco, «se l’aliquota è identica a quella praticata in Italia, la base imponibile è disegnata in modo diverso: non sulla base del reddito catastale ma del valore di acquisto o di mercato. Il valore di mercato è sicuramente superiore al valore determinato sugli immobili italiani moltiplicando il reddito catastale. E il prezzo di acquisto potrebbe esserlo soprattutto se la casa è stata acquistata negli anni recenti».
Un altro profilo di iniquità è dato dal fatto che la norma prevede che il contribuente possa portare in detrazione non qualsiasi imposta pagata sullo stesso bene nel Paese dove l’immobile è situato, ma la sola imposta patrimoniale. «In Svizzera per esempio l’imposta patrimoniale non si applica ai non residenti, mentre è significativa quella sul reddito figurativo, che non può essere portata in detrazione», ricorda Edward Greco.
«Chi ha casa a Manhattan potrà portare in detrazione una imposta patrimoniale locale che è ben superiore a quella chiesta dal governo Monti», prosegue Daniela Baldoni Ferrari Trecate, «ma chi ha comprato casa in Francia, dove si considera ‘prima casa’ letteralmente la ‘prima casa’ che si acquista nell’Esagono, non paga nulla. Inoltre sarà interessante capire come il fisco italiano determinerà il valore di mercato dell’immobile, quali informazioni chiederà al contribuente e a quali ‘esperti’ si rivolgerà». «Un altro aspetto paradossale - che non sfuggirà certo a Bruxelles - è che in base all’imposta il cittadino estero residente in Italia dovrà pagare all’Italia una tassa sulla abitazione che mantiene nel suo Paese di origine», chiosa Giancarlo Cervino, «consideriamo anche che le spese di mantenimento di queste seconde case, svizzere o italiane che siano, fanno presupporre al ‘redditometro’ una capacità contributiva importante che va giustificata. Insomma, io credo che molti proprietari cercheranno di intestare questi immobili a società off-shore e molti le rivenderanno. Anche perché in Svizzera troverebbero una parte compratrice».

Il decreto potrà avere conseguenze sui mercati immobiliari Ue tradizionalmente preferiti dagli italiani (il litorale da Mentone a Nizza, la Rive Gauche a Parigi, la Costa del Sol e le Baleari, la Croazia), mentre in Svizzera l’imposta non sarà che uno dei tanti elementi presi in considerazione dal contribuente. Il blitz dell’Agenzia delle entrate a Cortina d’Ampezzo a Capodanno ha giovato a località concorrenti, come St. Moritz e Verbier, più di un anno di campagne promozionali di Svizzera Turismo!
«Ritengo invece molto interessante il fatto che l’imposta sugli immobili all’estero sia applicata solo sulle persone fisiche. L’immobile intestato a una società, ancorché dichiarata, sembra esente», suggerisce Edward F. Greco.
Lotta al cash
Per un Paese tradizionalmente sospettoso verso i sistemi di pagamento elettronico e verso gli assegni la ‘lotta al contante’ riaperta dal fisco italiano sta portando radicali mutamenti nelle abitudini delle famiglie. Come atteso, il governo ha impedito di effettuare o accettare pagamenti in contanti o con assegni non trasferibili per controvalori a partire dai mille euro compresi e ha impegnato la pubblica amministrazione a non erogare somme superiori ai 500 euro in cash. Non sono possibili nemmeno donazioni o prestiti in contante pari o superiori a mille euro.
Questa lotta al contante (che colpisce anche i pagamenti frazionati ma palesemente riferibili ad una unica transazione) dovrebbe negli auspici del governo aumentare notevolmente il numero di cittadini titolari di un conto corrente bancario o postale o di forme di denaro elettronico (carte prepagate). Di fatto non solo il trasferimento ma anche il possesso di somme nell’ordine di qualche migliaio di euro in contanti da domani sarà molto più difficile da giustificare.
Questo aspetto della manovra rappresenta «in teoria una opportunità, in molti casi un rischio per il sistema bancario svizzero», nota Mauro Guerra, «molti piccoli imprenditori e professionisti hanno accumulato del cash in questi anni e non possono più né tenerlo in banca né investirlo perché il fisco ha ormai una completa visibilità su tutti i movimenti e investimenti. Invece di tenerlo sotto il materasso possono pensare di portarlo in Svizzera. Non perché in Svizzera lo gestiscano meglio, ma perché nessuno impedirà loro di prelevare in ogni momento 10 o 50 mila euro in contanti. A questi si aggiunge il piccolo imprenditore che ha bisogno del cash per la sua attività, perché deve acquistare beni o servizi in nero o banalmente perché è abituato a erogare ai suoi dipendenti una gratifica in contanti mensile o annuale ‘di tasca sua’ e con un conto in Italia non lo può più fare». Parte dell’afflusso notato in novembre e dicembre dalle banche svizzere deriva proprio da questa fra le misure presenti nel pacchetto del governo italiano.
«Si parla di famiglie che tengono il cash nelle cassette di sicurezza italiane o svizzere in biglietti di piccolo taglio che prelevano mese per mese; si racconta di banconote nascoste in casseforti depositate nei self storage oltre frontiera. Per tacere di quello che non si racconta», aggiunge Giancarlo Cervino.