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02.02.2012 in Attualità - keywords: inchiesta, politica

Arriva Monti, e noi? Ace

Ace è il brand di una misura molto interessante contenuta nel decreto.

La sigla sta per Aiuto alla crescita economica delle imprese e il suo significato può sfuggire a chi non conosca la realtà delle piccole e medio-piccole imprese italiane, notoriamente sottocapitalizzate pur facendo riferimento a privati dotati di buone disponibilità economiche. Queste aziende fanno riferimento alle banche anche per il finanziamento del circolante e della normale gestione. Perché? Per condividere con la banca parte del rischio di impresa, ma soprattutto perché il conferimento in azienda di capitali dei soci non è incentivato fiscalmente. 

L’Ace prevede che dall’utile di una impresa (Spa, Srl, Sas, Snc) possa essere dedotta una quota pari al rendimento nozionale del capitale proprio o dei capitali a essa conferiti. Il rendimento nozionale è stimato per il triennio 2011 - 2013 nel 3%. La norma è valida già per il 2011. 

 «L’Ace è una buona idea, ma non si tratta di una misura ‘salva-Italia’ quanto di una misura ‘salva-banche’», sintetizza Daniela Baldoni Ferrari Trecate, «le banche non riducono il rischio perché hanno risolto da un bel pezzo il problema della sottocapitalizzazione chiedendo fideiussioni personali ai soci a garanzia dei crediti. In pratica prestano all’imprenditore i suoi stessi soldi». L’Ace però permette alle banche italiane di perseguire i loro obiettivi di riduzione degli impieghi riducendo i riflessi negativi sull’economia. Come il ministro Corrado Passera ben sa, buona parte dei crediti erogati dalle banche alle imprese sostituiscono capitale che gli stessi soci detengono a volte perfino presso la stessa banca. Le banche possono quindi ritirare il credito a queste imprese senza costringerle alla chiusura. «So che in questi mesi i direttori e i responsabili fidi praticamente di tutte le banche italiane hanno ricevuto l’ordine di ridurre gli impieghi ovunque: questo è possibile con l’unica eccezione dei casi in cui il taglio dei fidi potrebbe portare alla insolvenza dell’azienda», sottolinea Guerra.

Credito dalla Svizzera alle aziende italiane

«Se un imprenditore mette il suo capitale in azienda lo fa per ottenere un effetto leva, per avere del credito a fianco del suo capitale», sottolinea Baldoni Ferrari Trecate, la quale esclude che l’Ace possa avere dei riflessi sugli asset depositati in Ticino dagli imprenditori italiani. Guerra è sostanzialmente d’accordo: «L’Ace non sposta capitali dalla Svizzera all’Italia. È una misura importante ma pensata per le piccole e medio-piccole imprese, l’artigiano che ha 50 mila euro sul suo conto e un fido di 20 mila sul conto aziendale. Diverso il discorso per la probabile, quasi annunciata abolizione della legge Prodi, che tassava con una aliquota del 20% gli asset finanziari conferiti in azienda». Qui secondo l’executive director di Union Bancaire Privée si apre una interessante opportunità: «Le banche italiane hanno un capitale proprio tier one intorno al 6%, che sarà ostaggio a partire da giugno dell’andamento del mercato dei titoli di Stato nei quali è investito. Devono quindi tagliare le esposizioni. Le banche svizzere invece hanno un tier one del 10-12%: possono quindi aumentare gli impieghi, soprattutto se lo fanno a rischio zero, perché hanno in garanzia gli asset depositati dal titolare o socio dell’azienda nel private banking. Possono quindi prestare soldi all’azienda garantiti dagli asset del titolare». 

Ancora una volta il meccanismo prevede l’intervento di una fiduciaria italiana, la quale potrebbe entrare nella compagine sociale ed erogare il credito ricevuto dalla banca svizzera sotto forma di prestito soci. «Se poi l’imprenditore assegna alla fiduciaria le sue partecipazioni ottiene insieme il credito necessario all’azienda, una collocazione più sicura per i propri investimenti e una protezione della propria sfera personale: nessuna segnalazione nel quadro Rw nessun monitoraggio dei conti che sono intestati alla fiduciaria». 

Guerra, che è un esperto di family business e ha organizzato dei corsi al Centro di studi bancari, su questo tema ricorda che «l’impresa di famiglia è l’insieme di tre elementi inscindibili: degli asset industriali, degli asset finanziari e di un sistema di governance formale o informale che regge gli equilibri fra i componenti della famiglia. Con questa soluzione gli asset finanziari sono spostati off shore e il rischio-Paese si riduce alle sole attività industriali. Tutto questo senza nessuna evasione, perché le imposte sono regolarmente pagate dalla fiduciaria».

Sarebbe una opportunità da cogliere al volo se non fosse che negli ultimi 20 anni si sono smantellate le capacità di erogare credito. «Una delle tante scelte sbagliate effettuate dalla piazza o da chi per lei. Alla famiglia imprenditoriale interessa sempre meno parlare con un interlocutore bancario ‘che ha un braccio solo’, che è in grado di prendere ma non di dare. Che sa tutto sugli asset finanziari ma non sa nulla e non vuol sentir parlare del business di famiglia. Se non saremo in grado di cogliere questa opportunità, dovremo scegliere fra tornare indietro di 50 anni e accogliere in qualche modo dentisti e carrozzieri fuori da ogni regola o sparire lentamente». 

Insomma, l’Ace in sé potrebbe essere una opportunità, ma non rappresenta una minaccia. «Siamo sinceri: se un imprenditore si trova nella fase in cui ha bisogno dei suoi risparmi per finanziare la sua attività, ha tutto il nostro rispetto ma non ha bisogno della piazza bancaria svizzera. Il nostro private banking è un bene di lusso che interessa a una diversa tipologia di clientela», sottolinea Baldoni Ferrari Trecate.

In conclusione, il Ticino bancario ‘tifa Italia’, «un Paese che conosciamo abbastanza bene, un po’ perché seguiamo i mass media italiani, un po’ perché gli stessi clienti ci riportano le loro preoccupazioni», sostiene il direttore dell’Associazione Bancaria Ticinese Franco Citterio, il quale non condivide le generalizzazioni apparse sulla stampa internazionale («il più delle volte sono espressi dei commenti in base ai soliti luoghi comuni», nota Citterio) ma non si nasconde le difficoltà di un Paese dove «la politica si aggroviglia su se stessa e il privato pensa fondamentalmente solo agli affari suoi. Il bene comune è un optional». La sensazione è che – per bene che possa fare questo governo anomalo (vedere box) e molto più lombardo del precedente, che pure aveva la Lega come partner – la piazza bancaria ticinese «continuerà a rappresentare un ancora di salvataggio per chi cerca la tranquillità. Non solo per i capitali, ma anche per le aziende e gli imprenditori con le loro famiglie in fuga, che chiedono di poter far parte di una comunità dove poter vivere e fare business in maniera meno stressante», conclude Citterio. ν



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