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02.02.2012 in Attualità - keywords: inchiesta, politica

Arriva Monti, e noi?

La manovra impostata dal governo italiano, con i suoi effetti a breve e a medio termine, e la strategia dell’esecutivo dei professori hanno avuto e avranno conseguenze diverse sulla piazza finanziaria e sull’economia ticinese: alcune negative e altre molto interessanti. Ma la piazza, soprattutto bancaria, dovrà saper scegliere quali opportunità cogliere e quali no: se fare un salto in avanti o tornare agli anni Settanta.

‘Salva Italia’: un nome che si addice più alle aspettative che circondavano la prima manovra del governo ‘tecnico’ guidato da Mario Monti, che non ai primi risultati. Il Decreto Legge 201/2011 emanato ai primi di dicembre e approvato da Camera e Senato poco prima di Natale si è mosso infatti in parte sul solco delle varie manovre aggiusta-bilanci italiane e non. Ha colpito le pensioni, aumentato le accise sulla benzina e le tasse sugli immobili. Insomma, ha mosso tutte le leve più a portata di mano con un risultato (30 miliardi tra maggiori entrate e minori uscite) di tutto rispetto, ma non diverso da quello di altre ‘manovre’. 

Eppure la prima mossa di un governo che non deve rispondere agli elettori nasconde, fra l’uno e l’altro dei provvedimenti di breve termine, degli spunti significativi. Se il governo riuscirà a restare in sella fino alla fine della legislatura potrebbe in 18 mesi cambiare in modo radicale molti aspetti di fondo del sistema economico e fiscale italiano, con conseguenze di vario tipo su una economia come quella ticinese che, bene o male, vive di riflesso quel che avviene in Italia. Il Ticino se lo augura: «La nostra piazza finanziaria - e direi che lo stesso può valere anche per altri comparti della nostra economia - è nata e si è sviluppata grazie al boom economico dell’Italia del nord. È quindi nostro interesse che la vicina repubblica risolva i suoi problemi politici e possa rilanciare la propria economia», afferma Franco Citterio, direttore dell’Associazione Bancaria Ticinese, «sarebbe oltremodo miope considerare un default italiano come una chance per la nostra piazza finanziaria. Al contrario, provocherebbe una crisi con pesanti e gravi ripercussioni anche sulla nostra economia e sull’intera società ticinese. Attenzione quindi a non bearsi delle difficoltà altrui». 

Un autunno di paura

Parole non di prammatica perché – soprattutto nel periodo settembre-dicembre 2011 – sembrava di respirare a Chiasso e Lugano una atmosfera da Anni Settanta. Lungi dal misurare le potenzialità della piazza sotto il profilo della qualità della consulenza e del servizio, magari paragonandola a quelle anglosassoni, i clienti sono tornati a chiedere pura e semplice protezione. «Sul medio-piccolo risparmiatore italiano l’incertezza diffusasi su un eventuale default italiano si è inizialmente trasformata in vera e propria paura», afferma Mauro Guerra, head of wealth & corporate advisory per l’area Italia di Union Bancaire Privée, «ho la sensazione informata che abbiano bussato e stiano bussando alle porte delle banche ticinesi anche famiglie piccolo e medio borghesi italiane, che finora non avevano mai pensato di aprire un conto in Svizzera. Spaventate dall’allargarsi degli spread e dal trionfalismo con il quale veniva e viene segnalato che il Tesoro italiano ‘riesce ancora’ a collocare i suoi titoli, trionfalismo che ottiene l’effetto opposto, queste famiglie vivono una situazione di inquietudine, di estrema percezione del rischio analoga per certi versi a quella che si provava in Italia negli anni più bui del terrorismo». 

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Cosa temono? «C’è confusione e paura: il default dello Stato o manovre eccezionali e illiberali per scongiurarlo, il blocco dei conti correnti, la conversione forzosa dei risparmi o dei crediti verso la pubblica amministrazione in titoli di Stato. E con mazzette di contanti nascoste sotto il sedile, nel reggiseno della moglie o ricorrendo, dice la stampa, agli ‘spalloni’ hanno preso la strada di Brogeda». 

«È dall’estate scorsa», conferma Citterio, «che notiamo un chiaro ritorno d’interesse da parte degli investitori italiani. Il rischio Paese e il rischio banche stanno spingendo molti clienti a cercare nuove soluzioni fuori dall’Italia, pur sempre in un regime di capitali dichiarati. Si tratta quindi di persone che aprono un conto in Svizzera e poi effettuano un regolare trasferimento bancario».

Un caso fortunato ha voluto infatti che si aprisse, proprio all’inizio della fase di maggior panico, un nuovo canale ‘in chiaro’ che permette al risparmiatore italiano di spostare i propri asset in Svizzera (o in qualunque altra giurisdizione) mantenendo l’anonimato e pagando le imposte dovute, «una sorta di ‘Rubik fai da te’», lo definisce efficacemente Guerra.

 

Soldi in Svizzera grazie all’Interpello 61

Con la risoluzione numero 61 del 31 maggio 2011, adottata in seguito a istanza di interpello promossa da Argos Spa, società fiduciaria e di revisione italiana, l’Agenzia delle Entrate di Roma ha chiarito che da ora in poi le società fiduciarie italiane potranno applicare il regime del risparmio amministrato per beni e rapporti finanziari esteri intestati al cliente, ma sotto mandato di amministrazione conferito alla società fiduciaria. Prima della risoluzione, il regime del risparmio amministrato poteva essere applicato alla fiduciaria solo nel caso in cui i beni e i rapporti finanziari fossero a lei intestati. 

Cosa significa? «Significa che il contribuente italiano può recarsi da una fiduciaria italiana, accendere un mandato e conferire alla fiduciaria dei capitali o degli asset», spiega Guerra. La fiduciaria dispone di un conto presso una banca svizzera. I soldi del contribuente sono di fatto in Svizzera ma il cliente è esonerato dalla compilazione del quadro Rw e in generale dagli obblighi di monitoraggio valutario e fiscale che verranno espletati dalla società fiduciaria. La fiduciaria che agisce come sostituto d’imposta pagherà le tasse previste come se i soldi si trovassero on shore, legalmente: infatti questa è la loro posizione, ma il cliente può tranquillamente monitorare gli asset e inviare anche all’intermediario svizzero - anche senza passare dalla fiduciaria - istruzioni sulla loro gestione così come può rientrare in possesso quando vuole (in Italia) in parte o in toto delle somme conferite. «Se si avverasse uno scenario estremo, il contribuente può chiudere il mandato, recarsi presso la banca svizzera e spostare i suoi soldi su un conto a lui intestato in quella o in altre banche elvetiche. Certo, a quel punto la fiduciaria dovrà segnalare il movimento all’autorità fiscale italiana, ma si tratta di un rischio che in uno scenario estremo il contribuente è disposto ad accettare come il male minore» nota Guerra. «Va detto però», fa notare Giancarlo Cervino, direttore del Centre for International Fiscal Studies (Cinfis) di Lugano, «che, trattandosi di somme legalmente ‘on shore’, un governo italiano troppo zelante potrebbe ‘espropriarle’ e da un giorno all’altro applicarvi una tassazione del 6 o del 60 per mille. In quel caso la fiduciaria non potrebbe far altro che pagare». 

Scenari estremi a parte, questa soluzione comporta vantaggi per i contribuenti italiani che disponevano di asset dichiarati (non scudati), affidati in parte a un intermediario italiano e in parte a uno estero. Il primo poteva provvedere alla sostituzione d’imposta, il secondo no, costringendo il cliente a procedere per ogni operazione del gestore a calcolare e autoliquidarne l’imposta, col rischio di errori. Soprattutto non erano compensabili i risultati dei due rapporti. Prima una perdita sugli asset detenuti all’estero non poteva compensare un capital gain realizzato in Italia. 

 

Fuga dall’inferno fiscale

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Non si è invece materializzato un netto aumento nel numero di privati che hanno chiesto di spostare in Ticino la loro residenza. Il fenomeno è in netto aumento da molti anni «e sicuramente nella seconda metà dell’anno abbiamo ricevuto molte richieste di informazione da parte di privati interessati a trasferirsi definitivamente da questa parte della frontiera. Devo dire però che a fronte di questo interesse pochi trasferimenti si sono materializzati», afferma Edward F. Greco, avvocato e partner dello studio legale tributario Fantozzi e associati di Lugano.

«Si tratta di scelte radicali e complesse che vanno meditate con attenzione e che non possono dipendere dal disegno di questa o quella manovra», conferma Daniela Baldoni Ferrari Trecate, direttrice della Euro Advising Knowledge Solutions di Lugano, «sicuramente alcuni aspetti della manovra Monti rappresentano un ulteriore incentivo a trasferirsi in un Paese a fiscalità moderata e prevedibile come la Svizzera». 

«Per la classica famiglia media e medio-alta italiana avere qualche bene al di qua e qualche bene al di là del confine sta diventando ingestibile», riassume Giancarlo Cervino del Centre for International Fiscal Studies, «qualcuno deciderà di vendere la casa all’estero, qualcuno cercherà di intestarla a veicoli davvero off-shore e altri ridurranno invece le loro attività in Italia e prenderanno la residenza in Svizzera o all’estero. La Svizzera non è un paradiso fiscale, ma è un Paese dove le tassazioni sono prevedibili e le regole del gioco fiscale sono stabili e non vengono cambiate da un giorno all’altro».

Grazie all’aumento dell’addizionale Irpef, delle tasse su beni immobili e mobili e delle quote di contributi a carico di diverse categorie di lavoratori, in Italia la pressione fiscale/contributiva, passerà dal 42,7% previsto per il 2011 al 44,5% del 2013 (forse anche di più se il Pil si contrarrà). E questo al netto dei previsti aumenti dell’Iva. Si tratta di un ‘inferno fiscale’? 

Secondo Edward F. Greco, direttore dell’Istituto di diritto tributario del Centro di studi bancari di Vezia, non è detto: «Per le aziende le riforme poste in essere dal governo Monti prevedono importanti agevolazioni, e se parliamo di redditi da lavoro dipendente ci sono Paesi con aliquote e quote di prelievo più alte. Il reddito dall’affitto di immobili è stato equiparato dal precedente governo a quello finanziario e scende quindi da una aliquota massima intorno al 40% al 20%. La tassazione sui capital gain al 20% è comunque migliore rispetto a quella del Regno Unito, dove è del 48%. L’Italia non è un inferno fiscale, ma rimane una giungla: il prelievo avviene attraverso una ‘nuvola’ di piccole e medie imposte poco organizzate e su questo ancora il governo Monti non ha potuto fare nulla». 

A dire il vero questo inferno ha dei ‘gironi’ più confortevoli di altri. Sulla graticola i redditi medio-bassi, o per meglio dire che erano medi dieci anni fa e ora sono bassi, come le famiglie con due redditi bassi o uno solo medio, il cui potere di acquisto è ridotto dalla precedente e dalla prospettata aliquota Iva, dalle accise sui carburanti e dal ritorno dell’imposta sulla prima casa. Gli effetti sull’economia di questi rincari sono facili da stimare: recessione. La stima più accreditata ma forse ancora ottimistica prevede che, dopo un 2011 di crescita zero o quasi, il Pil italiano si contrarrà di molti decimi di punto percentuale nel corso del 2012 per poi tornare alla crescita zero nell’anno seguente. L’effetto della manovra si inserisce infatti in un contesto internazionale e nazionale debole. Se a questo si aggiunge che i titoli sovrani italiani in scadenza nel 2012 (200 miliardi di controvalore) dovranno essere rifinanziati a un costo perlomeno di 2 punti superiore, è improbabile che il governo riesca a centrare l’obiettivo di un deficit 2012 dell’1,6% e un pareggio di bilancio nel 2013. 

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Bisogna quindi aspettarsi, se non un secondo ‘pacchetto’, sicuramente una riduzione quasi totale delle agevolazioni fiscali esistenti a favore di imprese e privati, un inasprimento delle aliquote e una definizione più ampia della base imponibile delle imposte esistenti. Ancora tutto da disegnare il pacchetto delle razionalizzazioni di spesa da parte del governo centrale, sul quale non ha avuto il tempo di chinarsi (il ‘Salva Italia’ è arrivato solo 18 giorni dopo la costituzione del governo). Se queste misure di razionalizzazione della spesa non arriveranno, è già previsto che nell’ottobre del 2012 l’Iva agevolata passi dal 10 al 12% e quella normale dal 21 al 23%. Non è l’Iva più alta d’Europa (a toccare il tetto del 25%, previsto in sede Ue per l’imposta, sono Danimarca, Ungheria e Svezia), ma sarebbe l’aumento più netto della storia recente europea: dal 20 al 23% in 13 mesi.

«Per le aziende che vendono alle famiglie italiane questo aumento comporterà un problema: il reddito disponibile si riduce», nota Greco (si parla di un minor reddito medio di 1129 euro pro capite), «e in questo contesto l’aumento dell’Iva potrebbe essere di difficile trasferimento sui prezzi, andando a incidere sui margini delle aziende oltre a drenare liquidità dal sistema». 

Secondo Giancarlo Cervino il problema va al di là dell’aumento dell’Iva: «È vero che la manovra Monti non ha colpito le aziende a livello di imposte dirette, ma sono state massacrate con le imposte indirette. Portare il carburante a 1,8 euro al litro mette fuori mercato gli agricoltori e tutte quelle attività di vendita e rappresentanza nelle quali il costo dei trasporti è alto. Pagare l’Iva al 23% significa aumentare i costi degli input. Le tasse rendono sempre meno interessante il made in Italy». Secondo il fiscalista di Lugano «questa manovra, irreprensibile e coerente nella sua ideologia ma troppo rapida, si trasformerà in un gigantesco autogol per l’Italia. Sarebbe stata preferibile una patrimoniale una tantum come quella che proponeva Giuliano Amato: via il dente via il dolore. Invece si sono chiuse tutte le porte contemporaneamente e se non ci saranno valvole di sfogo all’estero vedremo mezza economia italiana fuori mercato o impossibilitata a lavorare. Non so se questo è avvenuto per imperizia o perché il mandato di Monti era quello di salvare a tutti i costi l’Europa sacrificando la piccola e media impresa italiana. Se fosse così, almeno ci sarebbe la consolazione di saperlo».



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