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16.09.2011 in Attualità - keywords: inchiesta, abitare in periferia

La città diffusa

Si chiama periurbanizzazione, e si può tradurre come la tendenza all’insediamento residenziale in aree per certi versi ancora urbane, ma sempre più lontane dei centri. Tendenza che in Ticino prosegue e si diffonde in aree sempre più periferiche, ma che si presenta in maniera diversa nel Sottoceneri rispetto al Sopraceneri.

È il sogno che prima o poi attraversa i pensieri di quasi tutti coloro che hanno sempre abitato in città: vivere nel verde, anche se non troppo lontani dai centri, dove costruire una casa o vivere in affitto costa meno, e dove vi sono comunque i servizi principali di cui un nucleo famigliare ha bisogno. Tradotto nella terminologia utilizzata dai pianificatori territoriali, in Ticino questo fenomeno si indicherebbe come “l’insediamento nelle zone periurbane e nel retroterra”.

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Il Piano direttore, il principale strumento pubblico allestito per orientare le trasformazioni territoriali del Cantone, definisce infatti 5 spazi funzionali per il territorio cantonale: l’area centrale, costituita dai cinque centri urbani principali (Lugano, Locarno, Bellinzona, Mendrisio e Chiasso) più alcuni comuni confinanti; lo spazio suburbano, comprendente i comuni facenti parte delle corone degli agglomerati, che possiede caratteristiche territoriali vicine a quelle dell’area centrale, per la vicinanza ai centri, per la densità dell’edificato o per la presenza di infrastrutture, posti di lavoro e di servizi collettivi di una certa entità, ma che non soddisfa i criteri dell’area centrale; lo spazio periurbano, comprendente i comuni dell’agglomerato principalmente residenziali, più distanti dalle aree centrali, con la maggior parte della popolazione che lavora nelle aree centrali (forte pendolarismo); il retroterra, ossia l’area comprendente i Comuni di fondovalle e di collina non appartenenti agli agglomerati; la montagna, ossia l’area comprendente gli altri comuni, generalmente situati al di sopra dei 600 metri.

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I dati demografici più recenti confermano sostanzialmente l’ipotesi iniziale. Come indica lo studio ‘Il Ticino non urbano’, appena pubblicato dall’Osservatorio dello sviluppo territoriale del Cantone Ticino (struttura che affianca il Piano direttore cantonale e si occupa del monitoraggio permanente del territorio, del controllo e della valutazione periodica degli obiettivi pianificatori cantonali e dell’informazione e della divulgazione dei processi dello sviluppo territoriale, si veda www.ti.ch/ostti), tra il 2000 e il 2008 la percentuale della popolazione che vive nei centri è diminuita dal 44,5% al 44%, mentre è cresciuta sia quella nelle aree suburbane (da 26,2% a 26,4%) sia in misura maggiore quella nelle aree periurbane (da 15,5% a 16,3%); è invece rimasta stabile quella nel retroterra (9%), mentre è scesa dal 4,7% al 4,3% quella nelle zone di montagna. 

«Contrariamente al decennio precedente, negli anni 2000 la crescita della popolazione si è più fortemente concentrata negli agglomerati, segnatamente nel suburbano e nel periurbano. Tuttavia vi sono delle differenze sostanziali tra Sopra e Sottoceneri», spiega Gian Paolo Torricelli, docente di geografia urbana e responsabile dell’Osservatorio dello sviluppo territoriale presso l’Accademia di architettura di Mendrisio, «nel Sopraceneri mediamente le popolazioni delle aree non urbane si sono rivelate stagnanti (crescita 2000-2008 inferiore a 1,4%). Per contro nel Luganese e nel Mendrisiotto le aree non urbane hanno avuto una crescita demografica relativamente più forte di quella degli agglomerati. Per di più nel Sottoceneri le aree periferiche sono caratterizzate molto spesso da saldi naturali positivi (o meno negativi di quelli delle aree del Sopraceneri), da saldi migratori più importanti e da popolazioni più giovani». 

Ma vediamo in sintesi quale è stata l’evoluzione nelle diverse regioni del Ticino, sia dal profilo demografico che edilizio. 

Bellinzonese e Tre Valli

La regione ha conosciuto una crescita demografica relativamente importante, ma concentrata essenzialmente nell’agglomerato urbano, con valori superiori alla media cantonale, sia negli anni ‘90, sia nel periodo più recente, grazie all’apporto migratorio e a un debole saldo naturale positivo (fenomeni riscontrabili nelle corone urbane). «Vi è anche stata un’evoluzione in crescendo della costruzione di alloggi nelle zone urbane, suburbane e periurbane, per arrivare al periodo 2006-2008 con un aumento netto annuo superiore alla media cantonale, tendenza che prefigura una funzione residenziale sempre più marcata nei confronti dell’agglomerato di Lugano», indica Torricelli. 

Locarnese e Vallemaggia

Negli anni Novanta globalmente la regione conobbe una crescita demografica relativamente sostenuta, superiore alla media cantonale e più forte in termini relativi nelle sue aree non urbane. «Per contro, negli anni 2000 la crescita della popolazione si è limitata all’agglomerato di Locarno, mentre l’area non urbana ha conosciuto una stagnazione e una diminuzione nei comprensori montani», sottolinea Torricelli. L’evoluzione demografica è stata caratterizzata da saldi naturali negativi piuttosto importanti, compensati da arrivi dall’estero e da altri cantoni, confermandosi la regione più attrattiva per i residenti confederati, in gran parte persone anziane. «Sul fronte delle costruzioni tuttavia la regione ha registrato i tassi di sviluppo più elevati del Cantone, un po’ in tutte le sue aree geografiche, sia nel periodo 2001-05 (8 nuove abitazioni all’anno per 1000 abitanti, contro una media cantonale di 5,5), sia nel periodo successivo 2006-08 (9,3 contro una media cantonale di 6,7): la crescita è dovuta soprattutto alla costruzione di residenze secondarie», nota Torricelli. Spicca in particolare il Gambarogno: se nel periodo 2001-05 il tasso di nuove abitazioni era già molto alto (oltre 9 nuove abitazioni annue per 1000 abitanti), nel periodo 2006-08 il Gambarogno ha battuto ogni record con 14,6 nuove abitazioni per 1000 abitanti/anno. 

Luganese

La regione ha conosciuto una forte crescita demografica, sia negli anni ‘90, sia nel decennio seguente, attirando residenti dall’estero ma anche da altre regioni del Cantone. «Le aree non urbane del Luganese mostrano particolare dinamismo, tant’è che la crescita demografica qui è stata più forte, in termini relativi, rispetto all’area urbana: è come se le diverse aree periferiche del Luganese costituissero il prolungamento naturale dell’agglomerato, diversamente dalla maggior parte delle aree non urbane del Sopraceneri», rileva Torricelli. Il Luganese ha dunque conosciuto globalmente saldi naturali e migratori positivi, nettamente superiori alla media cantonale se confrontati alla popolazione. Il Luganese è anche la regione in cui sono sorti più nuovi alloggi in valori assoluti (il 35% delle nuove abitazioni realizzate nel Cantone tra il 2001 e il 2008), tuttavia in misura minore rispetto al peso relativo della regione in termini di abitanti. «Anche per quanto riguarda la costruzione di alloggi, le aree periferiche hanno conosciuto uno sviluppo relativamente più forte rispetto all’area urbana. In definitiva soltanto la Valcolla è l’area non urbana del Luganese, anzi dell’intero Sottoceneri, che presenta i caratteri di ‘zona a basso potenziale’, con poche risorse e prospettive pronunciate di declino», sottolinea Torricelli. 

Mendrisiotto e Basso Ceresio

In questa regione complessivamente l’incremento della popolazione tra il 2000 e il 2008 è stato inferiore alla media cantonale (+6,2% contro +7,6%). «Le aree non urbane hanno fatto segnare uno sviluppo leggermente più importante in termini percentuali (+6,8%), quasi a segnalare che anch’esse, come nel Luganese, rappresentano un prolungamento del periurbano», nota Torricelli. 

Complessivamente l’attività edilizia per l’abitazione è stata meno forte rispetto alle medie cantonali e anche in questo caso le aree non urbane hanno fatto segnare gli andamenti (relativi) più forti.

In sintesi

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«Possiamo quindi dire che in Ticino il fenomeno della periurbanizzazione (ossia l’insediamento residenziale in aree per certi versi ancora urbane, ma sempre più lontane dai centri) prosegue e si diffonde anche nelle aree di retroterra. La dispersione urbana è ben visibile nel Luganese e nel Mendrisiotto, ma non è meno presente nel Bellinzonese - Tre Valli (la crescita della popolazione e della costruzione di abitazioni primarie si estende sul Piano di Magadino, ma si ferma nella Riviera a sud di Biasca) e nel Locarnese (dove il periurbano è relativamente esteso). Nel Sottoceneri aree quali l’Alto Vedeggio, l’Alto e Medio Malcantone, la Valmara e il Monte San Giorgio appaiono come zone di periurbanizzazione e quindi di espansione degli agglomerati. Nel Sopraceneri troviamo aree di retroterra che non attirano residenti da altre zone del Cantone: la Riviera assume i contorni di un’area di espansione dell’agglomerato di Bellinzona, che tuttavia attrae residenti in gran parte dall’estero - i prezzi dell’edilizia residenziale qui sono inferiori - mentre il Gambarogno si caratterizza come area di residenza secondaria, dove i prezzi delle abitazioni sono maggiori, che attira residenti dall’estero e da altri cantoni, ma che non richiama residenti da altre zone del Cantone», riassume Torricelli. 

Un po’ di storia

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Il fenomeno della periurbanizzazione ha preso avvio in Ticino negli anni Settanta, partendo dal Mendrisiotto e risalendo poi il Cantone per toccare il Sopraceneri negli anni Ottanta. 

«Col tempo la periurbanizzazione in Ticino ha assunto dimensioni notevoli, anche problematiche, dando vita al fenomeno dello ‘sprawl’ urbano, costituito da insediamenti diffusi, a bassa densità, a forte consumo di suolo e di energia», spiega Torricelli, «l’origine dei problemi risale ai già ricordati anni Settanta. Nel 1972 la Confederazione con un decreto federale urgente obbligò i cantoni a dotarsi di leggi per frenare il fenomeno dell’edificazione selvaggia; nel 1973 in Ticino la Legge urbanistica impose ai comuni di dotarsi di un piano regolatore. Vi fu una vera e propria ‘corsa’ a dotarsi di zone edificabili: si creò così un esubero di queste zone, in particolare nei comuni periferici, al punto che si calcola che oggi in Ticino quelle esistenti potrebbero ospitare quasi un milione di persone, tra abitanti, posti di lavoro e letti turistici! Verso la fine degli anni Ottanta alcuni pianificatori - allora veniva varato il primo Piano direttore cantonale - lanciarono l’allarme sostenendo che si stava sprecando il territorio con insediamenti troppo dispersivi, ma i politici di quell’epoca non ebbero il coraggio di elaborare una legge che permettesse di togliere un terreno dalla zona edificabile, senza che poi l’ente pubblico fosse costretto a risarcire i proprietari con la differenza di plusvalore. Si tratta ora di gestire al meglio la situazione, tenendo sempre presente che il territorio è un bene estremamente prezioso, ma soprattutto è un bene finito». 

Le indicazioni del Piano direttore cantonale

La necessità di un uso parsimonioso del suolo e di una gestione razionale della zona edificabile era già uno dei punti cardine del primo Piano direttore cantonale. Con la revisione del Piano completata nel 2009 questo presupposto generale è stato ripreso e approfondito. «Uno dei principali obiettivi è infatti quello di contenere l’estensione degli insediamenti, utilizzando al meglio il patrimonio immobiliare esistente e nel modo più razionale possibile i terreni attribuiti alla zona edificabile, incrementando la densità dell’insediamento (costruendo quindi maggiormente verso l’alto) nel rispetto delle specificità di ogni luogo, perseguendo nel contempo una politica restrittiva per quanto concerne l’apertura di nuove aree edificabili, che permetta di arrestare il già citato fenomeno dello ‘sprawl’ urbano, in particolare nelle aree suburbane e periurbane», sottolinea Torricelli, «il rischio è quello di ritrovarsi con quartieri non più abitati, specialmente nelle zone più discoste, poiché le giovani generazioni non necessariamente vogliono continuare a vivere lontano dai centri».  

In quest’ottica è interessante indicare quali sono le riserve dell’area edificabile residenziale in Ticino, ossia le superfici ancora ‘vergini’ e quelle già edificate ma dove è ancora possibile costruire: le cifre, riferite al 2008, sono inserite nel compendio statistico dello studio, già citato, dell’Osservatorio dello sviluppo territoriale. Nel Bellinzonese la zona suburbana ha una riserva del 51,8%, quella periurbana del 45,5%, mentre la riserva della zona non urbana del Bellinzonese più le Tre Valli rappresenta il 50,3%. Nel Locarnese la zona suburbana ha una riserva del 33,3%, quella periurbana del 31,1%, mentre la riserva della zona non urbana del Locarnese più la valle Maggia rappresenta il 33,6%. Nel Luganese la zona suburbana ha una riserva del 39,6%, quella periurbana del 40%, mentre la riserva della zona non urbana del Luganese rappresenta il 43,8%. Nel Mendrisiotto la zona suburbana ha una riserva del 46,6%, quella periurbana del 37,7%, mentre la riserva della zona non urbana del Mendrisiotto rappresenta il 49,7%. «Cifre che confermano come in Ticino il potenziale ancora insediabile sia sufficiente per non aprire nuove zone residenziali nei comuni», conclude Torricelli. 

 



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