08.02.2011
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Il vento dell’Est
Sarà l’economia, e precisamente la velocità di crescita o di decrescita delle grandi aree economiche mondiali, a decidere se e come l’Oriente si avvicenderà all’Occidente nella leadership globale. Una partita iniziata con l’adesione della Cina al Wto e che in questo decennio vedrà le mosse principali. Ne parliamo con Alexis Lautenberg, già ambasciatore di Svizzera a Roma e negoziatore per la Svizzera dei trattati bilaterali.
È in corso una lotta, più di una a dire il vero. In Italia la disintermediazione politica porta le parti sociali a confrontarsi con sempre maggiore chiarezza e con asprezze inusitate. In Svizzera le formule magiche che hanno permesso il dialogo fra i partiti e fra le culture mostrano la corda. Ma sono conseguenze, ricadute del confronto ecomico e politico fra nazioni, o meglio fra sistemi-Paese.

All’inizio dell’anno i lettori danno mandato alle riviste che seguono di delineare sia le attese finanziarie di breve termine sia quelle strategiche ed economiche di maggior respiro. Con molte interviste, articolate per comodità per temi e per Paesi, abbiamo cercato di rispondere utilizzando le immagini per sintetizzare con metafore alcuni concetti. Non voglio togliere nulla alla lettura con una sintesi che sarebbe affrettata.
Sottolineo solo che la Svizzera è stata tra i primi a ragionare in termini di sistema-Paese cogliendo aspetti grandi e piccoli: la fiscalità e l’arredo urbano, la pace sindacale e la rappresentanza politica di milizia, per fare solo qualche esempio, fortemente intrecciati per creare un contesto che avrebbe rappresentato metà della forza (se efficace) o della debolezza di ogni singolo operatore economico. Manca alla Svizzera la quantità. Il peso del prodotto interno lordo nelle strategie diplomatiche è sempre maggiore: domani la force de frappe dei singoli paesi sarà la curva demografica. Avere 100 milioni di giovani come l’Indonesia o 400 milioni come l’India sarà più importante che avere ordigni (o rifugi) atomici.
In compenso la qualità del sistema svizzero è oggi colta con molta più chiarezza di ieri dal resto del mondo, quando si pensava che ciascuna specificità nazionale si sarebbe dissolta nella nebbia indistinta della globalizzazione.
Valerio De Giorgi

Alexis Lautenberg, dopo una lunga carriera diplomatica che lo ha visto impegnato nel definire alcuni dei principali accordi politici ed economici degli anni ‘80 e ‘90, vive oggi a Bruxelles, dove è consulente di uno studio legale americano. Già ambasciatore di Svizzera a Roma, è uno dei migliori osservatori di politica estera della Confederazione.
Ticino Management lo ha intervistato per aprire questa cover story dedicata alle tendenze strategiche ed economiche di medio termine.
I Paesi emergenti sono divenuti sempre più importanti nel decennio concluso. Nonostante le gravi difficoltà economiche e la difficoltà nel trovare un’unità di azione politica, l’Occidente (inteso come Europa e Usa) continua però a dominare a livello finanziario, strategico-militare e forse diplomatico. Ci si può chiedere quindi, citando il titolo di un libro uscito recentemente, ‘Why the West still rules the world?’.

In una recente nota il direttore di uno dei principali think-tank anglosassoni osservò che per la prima volta gli Usa temono gli effetti di quella globalizzazione che loro hanno tanto sostenuto. I riflessi protezionistici che ne conseguono scioccano proprio quei Paesi emergenti il cui successo tanto deve proprio alle opportunità della globalizzazione. L’origine della crisi, inizialmente finanziaria ed in seguito economica, come pure la progressiva erosione della competitività di quello che Lei chiama l’Occidente hanno intaccato non solo la sua tradizionale preminenza, ma anche e soprattutto la legittimità di quest’ultima. Se il profilo difensivo, segnatamente degli Usa, sta modificando diversi vettori tradizionali del sistema economico e finanziario mondiale i nuovi attori ne aggiungono di propri, in molti casi complementari. In tal modo il sistema evolve ripartendo vieppiù i pesi su nuovi pilastri. La superiorità strategica dell’Occidente rimarrà, anche se dovrà adattarsi a dai profili nettamente più assertivi da parte di tutta una serie di grandi Paesi emergenti. Ciò detto l’Occidente manterrà una sua unicità nella difesa di meccanismi politici evoluti e più generalmente di valori che influiscono sulle nuove classi medie dei Paesi emergenti.
Si può dire che nel decennio vedremo il pianeta sempre più guidato a livello economico da Usa e Cina?
Questa tesi va a mio avviso differenziata, anche se è vero che la Cina è divenuta uno dei principali motori dell’economia mondiale. La sua capacità di assorbimento di prodotti ed investimenti occidentali è immensa. Nel contempo il fabbisogno di materie prime e di energia da parte della Cina modifica il rapporto di forze non solo nel perimetro asiatico, ma a livello mondiale. Il colosso asiatico ha, infine, accumulato dei volumi di attivi finanziari che gli permettono non solo di entrare massicciamente nel sistema industriale occidentale, ma di incidere in modo significativo sugli equilibri macro-economici globali. Non c’è dubbio che tale nuovo rapporto di forze economiche crei anche nuove dipendenze reciproche, uno sviluppo particolarmente evidente tra la Cina e gli Usa. Ma la Cina non è la sola potenza in rapida ascesa. Brasile, Russia ed India, ma anche la Turchia, pesano sempre di più nei meccanismi economici.
Quale miglior prova di questo nuovo scenario se non la creazione del G-20 al livello dei Capi di governo, quale organo supremo di coordinamento delle strategie economiche mondiali? Gli Usa e i Paesi europei presenti in tale sede tentano ovviamente di continuare a determinare gli orientamenti della cooperazione economica mondiale, ma le intese risultano sempre più difficili da negoziare. I Paesi emergenti sono poco inclini ad accettare regolamenti addizionali che vengono recepiti come un tentativo dell’Occidente di contenere la competitività e l’efficienza delle nuove potenze. A questo nuovo parallelogramma delle forze si viene a sovrapporre la tensione sempre più forte legata ai forti squilibri macro-economici.
In che misura si può dire altrettanto a livello strategico e diplomatico?

È evidente che il peso rapidamente crescente della Cina non si limita ai rapporti economici ed all’adattamento dei meccanismi di cooperazione globali. Un Paese della dimensione della Cina mira in primo luogo a creare i presupposti materiali del suo sviluppo economico. A questi appartengono il fabbisogno di energia e di materie prime indipendentemente da dove questi si situano. Non a caso la Cina ha, da anni, esteso la propria influenza in Africa, incidendo non poco sulla tradizionale presenza occidentale sul continente nero. In secondo luogo Beijing afferma il proprio controllo strategico nel perimetro asiatico. Come commentava il Financial Times, l’introduzione dei nuovi missili anti-portaerei costituisce un cambiamento del paradigma che bandisce ormai la flotta Usa dall’area di sicurezza cinese. Infine il vero test sarà quello della posizione cinese di fronte alle sfide globali, siano esse di tipo terrorista o di contenimento della proliferazione nucleare. Sulla domanda ‘come affrontare le nuove minacce?’ si potrà misurare in che direzione si muoverà l’ago della bilancia ‘cooperazione-confronto’ con l’Occidente in generale, e con gli Usa in particolare.
Lei quindi ritiene che nel prossimo decennio sarà potenzialmente molto rilevante, a livello mondiale, il ruolo di qualcuno tra Russia, India, Brasile e Turchia?
Sì, vediamo una serie di attori internazionali incidere sempre più fortemente sul sistema economico globale. Ciascuno ha una sua traiettoria, legata al proprio collocamento geografico come pure al proprio sviluppo socio-economico, ma è evidente che i nuovi spazi di manovra della gran maggioranza di questi Stati hanno anche a che vedere con la perdita dell’influsso degli Usa. Un’altra caratteristica di tale evoluzione è la propensione di questi Stati a profilarsi quale ‘capofila’ della loro regione rispettiva. In questo contesto il caso della Turchia è particolarmente significativo di un crescente influsso in un’area di grande sensibilità strategica all’interfaccia dell’Europa, della Russia e del Vicino Oriente, e questo utilizzando esclusivamente i mezzi della ‘soft diplomacy’.
A questo punto è lecito chiedersi quale ruolo svolge e potrà svolgere l’Europa in questo contesto? È destinata a contare sempre meno, un po’ come la Grecia antica sotto l’egemonia dell’impero romano?
L’Europa, e l’Unione europea in particolare, potrebbe svolgere un ruolo estremamente importante non solo grazie alla sua posizione geo-politica, ma perché essa non ha intenti espansionistici. Quella dell’Unione europea è stata per anni una proiezione in primo luogo economica. In questo senso gli approcci scelti in termini di regolamentazione economica e di liberalizzazione del mercato hanno svolto una certa funzione faro, non solo nelle aree geograficamente contigue ma anche in altre parti del mondo. Questo potenziale di proiezione è naturalmente funzione della coesione e della capacità interna dell’Unione europea ad accordarsi su linee strategiche pro-attive. La crisi economica, come pure le difficoltà macro-economiche e le tensioni che ne derivano in sede euro, inibiscono non poco i presupposti indispensabili ad un tale ruolo. In termini di politica estera e di sicurezza il Trattato di Dublino definisce gli schemi ‘costituzionali’ e organizzativi per un’azione esterna coordinata. I primi passi sono stati tentennanti, anche perché la messa in pratica di tali intenti avviene in un momento di forti strettezze finanziarie e di una disponibilità limitata da parte delle capitali ad abbandonare specifiche prerogative a favore del livello comunitario.

E veniamo ora alla Svizzera: ai tempi del duopolio Usa-Urss la Svizzera si era riuscita a ritagliare uno spazio significativo in relazione alla sua dimensione nello scacchiere diplomatico mondiale. Nella fase successiva alla caduta del muro di Berlino questo ruolo si è un po’ ridotto. Se si va verso un duopolio e un confronto più serrato fra blocco ‘occidentale’ e Asia cinese, la Svizzera potrà ritrovare un ruolo globale?
Oggi la situazione è fondamentalmente diversa: diplomaticamente il sistema internazionale tende verso una configurazione multipolare piuttosto che bipolare. Sul piano economico assistiamo da anni ad un ricentramento per grandi regioni. Questo trend si riflette nella proliferazione di accordi di libero scambio regionali e ciò a scapito di un sistema commerciale aperto. Per la Svizzera questo significa, da un lato, un rapporto forte e coeso con il proprio principale partner che, piaccia o meno, è l’Unione europea. D’altra parte le opportunità legate agli sviluppi economici e finanziari in altre parti del mondo sono e dovranno essere pienamente utilizzate. Nell’area politica la riduzione dell’influsso degli Usa e una certa inibizione – probabilmente momentanea – dell’Unione europea vede l’emergere di nuove configurazioni ma anche di nuove minacce. Questi contesti possono offrire nuovi spazi d’azione piuttosto limitati a un Paese come il nostro. Limitati intanto perché le nostre risorse sono quelle che sono, ma limitati anche perché non ci possiamo e non ci dovremmo allontanare da quella che è la nostra appartenenza geo-strategica naturale.
In Europa la Svizzera fa parte del ristretto novero dei Paesi virtuosi. Minimo debito pubblico, erosa ma accettabile unità di intenti nel governo, buon funzionamento del sistema-Paese, tassazione ragionevole. La differenza con i Paesi europei confinanti è forte. È destinata a diventare sempre più forte?
In tempi di crisi importanti le regole del gioco rischiano sempre di venir relativizzate. Si assiste così, spesso e volentieri, alla presa di misure aleatorie nell’intento di proteggere il proprio tessuto economico e sociale. Nel caso particolare, è indubbio che il nostro Paese continua ad essere economicamente competitivo come pure finanziariamente e fiscalmente attraente. Ho vissuto da vicino l’episodio del G-20 di Londra dell’aprile ‘09, allorquando, su iniziativa di diversi nostri vicini, assieme ad altre piazze finanziarie, la Svizzera si venne a trovare sulla lista grigia dell’Ocse. Se allora si trattò di una misura legata alla confidenzialità bancaria, oggi il centro dell’attenzione si sta muovendo verso la fiscalità delle imprese.
Questi elementi ci mostrano che dobbiamo continuare a muoverci salvaguardando, da un lato, la nostra competitività in senso lato e, dall’altro, che dobbiamo costantemente essere attenti alle sensibilità altrui, soprattutto quando si tratta di vicini immediati. La nostra collocazione istituzionale all’esterno dell’Unione europea non è un vaccino che ci immunizza da pressioni esterne. Al contrario, la nostra posizione dovrebbe indurci a collaborare strettamente con l’Unione europea alfine di prevenire sorprese indesiderate.

Commentando lo stato delle relazioni con la Svizzera, l’Unione europea è apparsa insoddisfatta. Pare che la Commissione voglia mettere in discussione i bilaterali, lasciando intendere che per il prossimo futuro l’unica soluzione sia l’adesione della Svizzera all’Unione. Condivide questa impressione e quale soluzione è immaginabile? A suo parere, la Svizzera è oggi pronta a questo passo?
Non mi risulta che l’Unione europea si attenda l’adesione del nostro Paese. Ciò che invece è andata precisandosi è una posizione comunitaria che mira, attraverso intese bilaterali, relative a singoli settori, ad un miglior inserimento del nostro Paese sul piano istituzionale. L’aspetto innovativo rispetto a rivendicazioni simili avanzate in passato, è che questa volta Bruxelles ne fa una questione di principio, o come si direbbe tra negoziatori, una questione trasversale. È invece curioso osservare quanto questa richiesta venga drammatizzata sul piano interno svizzero.
Alla conclusione del primo pacchetto di accordi settoriali, mi ricordo che sottolineai quanto la Svizzera avesse interesse a un accordo-quadro che fissasse i principi e i meccanismi della nostra cooperazione bilaterale con l’Unione europea. Ciò detto, questa ed altre richieste di Bruxelles si inseriscono in una tendenza che con la crisi economica è ancora andata intensificandosi e che mira ad ‘inserire’ il nostro Paese sul piano delle regolamentazioni europee.
La Svizzera è partner sia dell’Unione europea come tale sia dei singoli Paesi, alcuni dei quali giocano partite importanti a livello economico e finanziario. Quali sono le ricadute positive e quali quelle negative che questa differenza ha nelle relazioni diplomatiche ed economiche della Svizzera con i grandi Paesi europei?
Quest’ultima domanda attiene ad un aspetto particolarmente sensibile della nostra diplomazia, e cioè al rapporto tra il canale diplomatico con Bruxelles e le nostre relazioni con le grandi capitali europee.
Vi sono fasi negoziali con l’Unione europea durante le quali il coinvolgimento delle capitali europee rimane marginale.
È infatti sovente difficile attirare l’attenzione degli Stati membri su temi ritenuti eccessivamente tecnici. In fasi economicamente critiche, oppure in frangenti in cui le grandi capitali ritengono di volerci imporre taluni discipline, la situazione cambia radicalmente. In conclusione mi sembra essenziale di non lasciarci tentare dal privilegiare l’asse multilaterale di Bruxelles a scapito delle relazioni con le capitali degli Stati membri: i due assi sono complementari e dovrebbero essere gestiti in modo perfettamente sinergico.
Alberto Pattono