20.11.2011
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Attualità - keywords: inchiesta, professioni, ingegneria
A corto di ingegneri: Importare laureati
nonostante i dati incoraggianti e in continua crescita, la mancanza di specialisti resta un dato di fatto per cui il reclutamento estero, con tutti i suoi limiti, sempre più spesso si delinea quale scelta obbligata.
Negli ultimi anni numerose imprese ticinesi si sono rivolte all’estero per reclutare ingegneri. Come afferma Monica Gianelli, «la nostra situazione geografica e linguistica ci impone a volte di ricercare nel vicino territorio italiano ingegneri che soddisfano gli specifici requisiti richiesti e che accettano retribuzioni finanziarie inferiori alla media salariale svizzera».
La pratica del reclutamento all’estero presenta però alcuni limiti, ben chiariti da Giovanni Pedrozzi: «Nei Politecnici svizzeri si unisce la teoria alla pratica, perché la scuola segue una filosofia pragmatica. Invece nei Politecnici italiani viene insegnata solo teoria e anche il diploma è prettamente teorico. Il risultato è che i neolaureati italiani sono molto competenti nelle nozioni teoriche, ma faticano a metterle in pratica. Tuttavia i candidati italiani provengono da un Paese con un alto tasso di disoccupazione e una pessima retribuzione, motivo per cui hanno probabilmente maggiore voglia di imparare e di mettersi in gioco rispetto ai loro colleghi svizzeri». «Nel 2008 il salario medio standardizzato dei dipendenti stranieri era di circa il 13 % inferiore a quello degli svizzeri. Tale disparità di trattamento», spiega Monica Gianelli, «è in parte giustificato da una manodopera straniera più giovane e di formazione differente rispetto a quella nostrana. Nel merito, il grado di formazione degli stranieri in generale è meno elevato di quello svizzero, dato che il 30% degli stranieri non dispone di una formazione post-obbligatoria, rispetto al 14% degli svizzeri».
Il livello medio di preparazione del neolaureato straniero, tralasciando l’ostacolo della lingua, è più basso rispetto a quello svizzero sebbene, come afferma Giambattista Ravano, «la situazione cambia se si attinge ad un ampio bacino di persone con già alcuni anni di esperienza. Oggi, in generale, arrivano in Svizzera persone anche con esperienza professionale acquisita. Un altro problema dominante è l’ipervalutazione del franco rispetto a monete come euro e dollaro, situazione che rivoluziona ogni riflessione riguardo alla competitività del Ticino. Se si può pensare di giocare l’attrattività del franco per attirare buoni cervelli e alta competenza, allo stesso tempo bisognerebbe rischiare molto scommettendo su prodotti ad altissimo valore da vendere ad alto prezzo. Questa capacità di rischio, tuttavia, non è molto diffusa in Ticino e pertanto si potrebbe proseguire con la pratica già in uso dell’importazione di imprenditori».

La scarsità di competenze tecniche in un Paese rappresenta una ovvia minaccia alla sua crescita e al suo sviluppo socio-economico. Per sopperire a questo problema non si può però sempre pensare di rivolgersi all’estero: Siegfried Alberton, a questo proposito, sottolinea l’importanza di formare, sviluppare, riprodurre queste competenze anche all’interno del Paese. «È una forma di capitale dal quale nessun Paese, avanzato o meno che sia, può prescindere. Una dipendenza dall’esterno, in questo ambito, non solo sarebbe controproducente, ma anche pericolosa per gli equilibri socio-economici, istituzionali e politici».
Femmine di ingegno. Una delle ragioni dello scarso afflusso di giovani nelle professioni e nei curriculum ingegneristici è la scarsa propensione delle donne a iscriversi a questi corsi. Dai dati statistici emerge in particolare che alcuni settori (ingegneria civile, gestionale, informatica) sono di gran lunga preferiti ad altri (meccanica ed elettronica), in cui le percentuali di donne presenti rasentano lo 0/1%.

In Ticino solo il 15% degli ingegneri sono femmine, una quota molto inferiore a quella degli altri Paesi europei, compresi diversi Paesi del Sud Europa. «Al contrario di altre professioni, quella di ingegnere non ha ancora perso nell’opinione comune il suo carattere ‘maschile’ e questo crea delle difficoltà sia a livello di ingresso nei curricula di studio, sia - una volta entrati nel mondo del lavoro - alle donne che talvolta faticano ad essere apprezzate e rispettate sul lavoro. Di contro, come sostiene Monica Gianelli, «vi sono anche alcuni vantaggi per una donna nell’intraprendere la carriera ingegneristica, legati soprattutto alla sua creatività e sensibilità, che sul lavoro si traducono in vantaggi precisi».
Esistono anche delle disparità in termini salariali o di carriera. «Gli uomini sono nettamente meglio retribuiti delle donne, in media di circa il 19%», rileva Monica Gianelli.
La professione ingegneristica risulta essere molto interessante e stimolante per una donna perché sono proprio alcune caratteristiche tipicamente femminili (affidabilità, precisione, creatività, capacità di introspezione e relazionale) che, applicate e poste al servizio delle professione, risultano determinanti per migliorare ed accrescere la qualità del lavoro sia individuale sia in team.
«La maggiore affidabilità riconosciuta a noi donne», sottolinea Cecilia Beti, ingegnera civile e docente alla Scuola arti e mestieri e vicedirettrice del Centro professionale di Trevano, «si traduce ad esempio in maggiore attenzione riguardo alla consegna dei progetti; l’insicurezza legata al sentirsi ‘in minoranza’ porta la donna a una maggiore precisione e controllo del prodotto finale perché è consapevole di avere meno margine di errore rispetto a un collega uomo. La creatività le permette invece di pensare sempre a due o più opzioni, così come la maggiore attenzione all’ascolto è utile per assecondare le esigenze del cliente. Si tratta di doti e capacità apprezzate e valorizzate dagli stessi colleghi uomini, i quali durante le simulazioni di progetti realizzati da team misti condotti in classe sono i primi a riconoscere l’indispensabilità dell’apporto femminile per la buona riuscita del lavoro».
«Le studentesse», prosegue Cecilia Beti, «mostrano, diversamente dai loro compagni, una maggiore attenzione alla finalità del compito che è loro assegnato. Sono molto concrete e i loro progetti sono per la maggior parte finalizzati alla programmazione di servizi utili alla società e a chi soffre di handicap. L’attenzione femminile si concentra molto sulla missione sociale sottesa alla professione d’ingegnere».
Sono in corso numerosissime iniziative promosse per diffondere tra le allieve la conoscenza delle materie tecniche accompagnandole poi nella scelta del percorso professionale d’ingegnere.

Il servizio Gender della Supsi e la Scuola arti e mestieri di Trevano gestiscono il progetto Promtec, che si pone proprio l’obiettivo di promuovere le professioni tecniche e di essere a disposizione per un supporto concreto con consulenze a tutte le ragazze e le donne che decidono di intraprendere una formazione tecnica.
In Ticino è inoltre presente l’Associazione svizzera delle donne ingegnere (Asdi), che collabora con le istituzioni promuovendo la professione attraverso molteplici attività e iniziative rivolte alle ragazze che ancora devono entrare nel mondo lavorativo e necessitano di un primo orientamento. Un incremento futuro della presenza di donne nel campo ingegneristico, pertanto, non è soltanto auspicabile, bensì un obiettivo concreto per il quale diversi attori stanno lavorando. È quindi interessante esaminare la situazione delle donne attive nell’ambito tecnico. In Svizzera, la partecipazione delle donne alla vita attiva è favorita dalla vasta offerta di posti di lavoro a tempo parziale, anche se non bisogna dimenticare che il tempo parziale può comportare svantaggi, quali per esempio sul piano del salario, delle assicurazioni sociali o della carriera, soprattutto se si tratta di tempi parziali inferiori al 70%. In base ai dati forniti da Monica Gianelli, «in Svizzera circa il 58% delle donne impiegate lavora part-time, mentre solo il 13% degli uomini occupati opta per questa scelta. In ambito professionale vi sono però poche ditte che prevedono strutture atte ad accogliere donne che hanno bambini in tenera età e quindi permettere un lavoro part-time più adeguato, con maggiori possibilità di produttività e di carriera».
«Questa chiusura», prosegue Cecilia Beti, «è un ostacolo invalidante che andrebbe superato, perché la professione ingegneristica, a differenza di altre, può anche non richiedere una presenza fisica costante in azienda, soprattutto se pensiamo alle fasi di ideazione e progettazione».
Anche nel campo dell’ingegneria si incontra il fenomeno del ‘glass ceiling’ (soffitto di vetro oltre il quale le donne non possono accedere ad alti livelli dirigenziali). Questo soffitto di vetro non può essere superato solo con utili programmi di formazione, mentoring o coaching che accompagnano le donne, ma deve essere abbattuto anche con interventi sul piano organizzativo.