13.10.2011
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Attualità - keywords: inchiesta, internet, spazio
Fine della geografia?
I contatti di lavoro e umani possono essere resi tutti virtuali rendendo indifferente la propria collocazione nello spazio? O esiste qualcosa nell’uomo che resiste alla smaterializzazione e pretende una vicinanza anche fisica? Tecnologi e filosofi non sono d’accordo.
Molti anni fa, quando si iniziavano a percepire le potenzialità di internet e della telefonia mobile, Ticino Management pubblicò una cover story intitolata La fine della geografia, nella quale si avanzavano due ordini di previsioni. Si prevedeva che la tecnologia avrebbe permesso alle persone e alle aziende di lavorare e vendere a prescindere dalla propria collocazione geografica. Ed è stata una previsione corretta.

L’articolo prevedeva anche che di conseguenza non vi sarebbe più stato bisogno di uffici, ciascuno avrebbe lavorato da casa o da dove più gli faceva piacere vivere. Non avremmo più avuto pendolarismo né persone costrette ad abitare in zone climaticamente sfavorite per ragioni di lavoro. Anche il Terzo mondo, se connesso alla rete, sarebbe uscito dal suo stato di inferiorità culturale.
E questo non è accaduto. Anzi paradossalmente sembra successo il contrario. Il traffico è aumentato, i viaggi di lavoro anche, e le industrie più hi-tech come la finanza, il biotech e la stessa information technology si concentrano sempre più in limitate aree geografiche: ‘valley’, città o perfino quartieri.
Cosa è successo? Alfonso Fuggetta, docente di informatica al Politecnico di Milano e alla University of California di Irvine, risponde prendendola alla larga: «La nascita di internet è stata accompagnata da un boom di aspettative. Alcune di queste si sono realizzate subito, pensiamo alla posta elettronica. Molte hanno semplicemente richiesto più tempo del previsto. Nel 2001 molti pensavano che la ‘bolla’ di internet fosse stata una sbornia collettiva e si facevano paragoni con la mania dei tulipani nell’Olanda del ‘600. Dieci anni dopo vediamo che quelle attese si sono realizzate tutte. Il commercio elettronico è una realtà, l’industria della musica, dell’editoria e il turismo sono state rivoluzionati, ci informiamo e intratteniamo relazioni personali via web, abbiamo visto una drastica disintermediazione ad ogni livello. Solo che alcuni di questi sviluppi hanno richiesto 10 anni invece che 10 mesi per svolgere i loro effetti».
«Una tecnologia», prosegue Fuggetta, «non sempre cambia la faccia del mondo. Più spesso entra nella trama del nostro modo di vivere e di lavorare. Agisce nel micro, non nel macro». L’arrivo della televisione ha svuotato le strade e i bar e ha cambiato la faccia dell’Italia. Internet e la telefonia cellulare hanno effetti pervasivi, ma non così macroscopici. «Gli uffici esistono ancora, ciascuno ha una sua scrivania e il più delle volte va in ufficio la mattina», nota Fuggetta, «ma le potenzialità della Itc sono entrate nelle nostre abitudini, fanno parte della trama della nostra vita, senza rivoluzionarla ma cambiandola. È un fatto che oggi possiamo lavorare da casa se dobbiamo aspettare l’idraulico o possiamo lavorare in treno o sbrigare la posta mentre aspettiamo di salire sull’aereo. Una mamma che lavora può tornare a casa e finire il lavoro quando i figli sono a letto. Abbiamo una sede a Cincinnati e posso avere contatti quotidiani con i colleghi che lavorano lì. La geografia non è finita, ma il nostro modo di lavorare è cambiato. Tra i knowledge worker parole come ‘straordinario’ od ‘orario di lavoro’ non hanno più alcun senso».

Allo stesso modo, continua Fuggetta, appassionato blogger e collaboratore del sito economico Lavoce.info, «è vero che internet ha aperto la porta a piccole aziende che ieri erano svantaggiate dalla loro collocazione geografica e oggi grazie al web vendono direttamente sui mercati di sbocco o ne hanno aperti altri. Penso a certe aziende agroalimentari del sud d’Italia. È vero che le aziende manifatturiere italiane se riescono a resistere alla concorrenza asiatica è grazie alla possibilità di delocalizzare alcune attività produttive, mantenendo però le funzioni chiave in Italia e gestendo in modo facile e veloce le complesse triangolazioni che ne risultano».
Perché allora le sedi dei leader di finanza, biotech e information technology sono concentrate in aree definite? «È vero, in certi settori il lavoro da casa è l’eccezione e possiamo assistere a una certa concentrazione. Questo dipende dalle caratteristiche del business. Può essere un settore in cui è necessaria una collaborazione stretta tra i dipendenti dell’azienda o fra loro e i clienti o i fornitori. Possono essere industrie dove occorre prendere decisioni o risolvere i problemi velocemente, per esempio per ridurre il time to market o perché si tratta di una applicazione ‘mission critical’. Spesso un settore ha bisogno di manodopera estremamente specializzata e si colloca quindi nell’area dove è più probabile reperirla», afferma Jake Wengroff, global director della divisione social media strategy and research di Frost&Sullivan, «si tratta però di eccezioni. La norma vede le aziende e gli individui utilizzare sempre di più e sempre meglio le potenzialità che la tecnologia loro fornisce e quindi lavorare anche da fuori ufficio».
«Anche se ci sono software di ‘telepresenza’ che permettono di simulare in modo assai efficace un incontro fisico», riprende Fuggetta, membro del core expert group su software technology della Commissione europea, «l’incontro fisico rimane importante per stabilire una relazione positiva, per sentire il ‘clima’ che si respira in un’azienda, per conversare di temi che esulano dal lavoro... Per acquisire un cliente e impostare la relazione ho ancora bisogno dell’incontro diretto. Ma una volta avviata la relazione la collocazione fisica degli interlocutori diventa davvero indifferente».
Tutto a posto dunque? I non tecnologi sono poco convinti. «Parlare di virtualizzazione dell’uomo è ambiguo: in un senso l’uomo è da sempre virtuale e in un altro non lo sarà mai», sintetizza Alberto Giovanni Biuso, docente di filosofia della mente all’Università di Catania, «è da sempre virtuale, perlomeno da quando usa il linguaggio, perché è letteralmente messo al mondo, prodotto da un linguaggio. Intorno a una parola, il suo nome, si creano ed evolvono reti di relazioni e di significati. In questo senso internet estende, velocizza, facilita la comunicazione dei significati, la pervasività delle relazioni ma non ‘virtualizza’ l’uomo. L’uomo non vuole essere virtualizzato».
«Quello dell’azienda virtuale, i cui componenti lavorano connessi ma in luoghi diversi senza coincidere nel tempo e nello spazio, è un mito ridicolo fatto da ingegneri e consulenti che non sanno nulla della natura umana», conferma l’antropologa Stefana Broadbent, «abbiamo studiato le abitudini delle piccole aziende e abbiamo visto che sistematicamente le prime fase di incontro con un cliente o fornitore prevedono moltissimi incontri faccia a faccia. Solo quando il rapporto è rodato si può gestire il rapporto prevalentemente con email e Skype. Nelle prime fasi di negoziazione e coordinamento c’è bisogno di tutta la ‘larghezza di banda’ comunicativa possibile. Quando seguivo il Laboratorio utenti di Swisscom abbiamo studiato le abitudini di persone molto mobili: consulenti e rappresentanti dotati ovviamente di tecnologie che avrebbero consentito loro di lavorare ‘ovunque e in qualunque momento’. Di fatto però queste persone si riservavano di effettuare certe attività più complesse a casa e in ufficio, mentre in viaggio si limitavano all’interazione e alla raccolta di dati. Questo vale anche per i giovani. Potrebbero benissimo durante un concerto o una festa postare su Flickr o su Facebook le foto che stanno scattando. Ma lo fanno dopo, una volta a casa. La funzionalità c’è, ma noi non abbiamo la capacità o la voglia di utilizzarla».
È chiaro quindi che i mercati dove le relazioni si evolvono più velocemente, sottoposti a continue innovazioni tecnologiche e a una rapida evoluzione degli attori e dei modelli di business, tendono a creare dei ‘poli’ proprio perché diventa spesso necessario aprire nuove relazioni e quindi incontrarsi. L’esigenza di contatto fisico non è dovuta semplicemente a uno sviluppo ancora imperfetto della tecnologia. È una esigenza primaria dell’uomo.
D’altra parte l’uomo esprime una resistenza alla possibilità tecnologica che lo vorrebbe trasformare in una ‘testa d’angelo alata senza corpo’. «Questi significati sono dati dall’uomo in quanto corporeità, in quanto presenza finita nel tempo e nello spazio. Le cose hanno significato per noi in relazione al corpo che noi siamo, alla nostra finitezza. Quindi pretendere che si possa fare a meno del contatto fisico, di quell’eccesso di significato che è la presenza rispetto al discorso, è una illusione», ricorda Biuso. ο