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13.10.2011 in Attualità - keywords: inchiesta, internet, informazione

È l'attenzione la risorsa scarsa

L’informazione consuma attenzione. La nostra attenzione è contesa fra decine di attori. Questo mette in concorrenza il web con gli altri media e perfino con la scuola. Ma i consumatori si lasciano dietro le spalle questo modello e grazie al web 2.0 rielaborano e producono i significati, proponendo una euristica collettiva che si affianca a quella intuitiva e a quella ‘forzata’ dei motori di ricerca e del marketing.

Il numero di informazioni che ci raggiungono è aumentato esponenzialmente. Tre fenomeni in parte indipendenti, la moltiplicazione dei canali televisivi digitali, il fenomeno esplosivo della telefonia mobile, il boom dei videogiochi e soprattutto la fioritura delle forme di comunicazione e informazione via web sono avvenuti nell’arco relativamente breve di 15 anni. 

L’economia dell’attenzione.
È stato Herbert Simon, premio Nobel per l’economia, a notare già nel 1971 che l’informazione ‘consuma’ attenzione, esattamente come le auto consumano benzina. Quindi l’abbondanza di informazione genera una povertà di attenzione e induce il bisogno di allocare quell’attenzione in modo efficiente. 

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L’informazione è una risorsa potenzialmente infinita. La nostra attenzione invece - per quanto possa essere estesa - è una risorsa finita. È probabilmente la risorsa più scarsa che esista sulla Terra. Questo crea una competizione darwiniana tra le molte informazioni e la scarsa attenzione.

Nel web i siti lottano fra di loro per conquistare l’attenzione degli utenti. Ma il web nel suo complesso concorre con la televisione, i giornali, i libri. «Settori economici molto diversi sono entrati in concorrenza diretta fra di loro», sottolinea Jake Wengroff, global director di social media strategy and research di Frost & Sullivan, «le aziende trovano concorrenti che non conoscevano. E questo non vale solo per le aziende. Il web fa letteralmente concorrenza alla scuola, per esempio». 

Frank Schirrmacher, condirettore della Frankfurter Allgemeine Zeitung e direttore dell’inserto culturale e scientifico Feuilleton, ha notato come in Europa e in America «non per caso si assista alla crisi di tutti i settori che hanno a che fare con il pensiero o la conoscenza. Tv e media, università, sistema scolastico».  

Il web batte i media e incalza la scuola.

L’arrivo degli smart phone più ancora che di internet ha portato la scuola a dover competere con il web per ottenere l’attenzione degli studenti. La risposta è stata quella classica dell’industria monopolista: impedire l’accesso alla concorrenza. Sono nati una miriade di regolamenti tesi a proibire di utilizzare o anche solo portare ‘i telefonini in classe’. Stefana Broadbent, docente al Dipartimento di antropologia dell’University College London, ha studiato queste risposte di chiusura nel suo libro L’intimité au travail, ma ha trovato anche interlocutori che accettavano la concorrenza. “Se la lezione di un insegnante è tanto poco interessante da portare lo studente a consultare il suo ‘mobile’, la risposta della scuola non può essere quella di proibirli”, ha detto all’antropologa anglo-svizzera il il dirigente di una scuola privata londinese. 

Ma non tocca i legami di amicizia.

Se il web fa concorrenza ai media e alle altre istituzioni, non entra in conflitto con i legami personali e familiari, anzi li potenzia. I genitori si lamentano del fatto che i loro ragazzi “arrivano a casa, nemmeno salutano e si fiondano sul Pc a chattare con gli amici”. Ma loro stessi probabilmente da adolescenti appena entrati si chiudevano in camera ad ascoltare musica con la cuffia, o in casa stavano il meno possibile per uscire a chiacchierare con gli amici. Non c’è un cambiamento. «Di fatto il web, e ovviamente la messaggistica via cellulare, se entrano in competizione con gli altri media e con certe istituzioni non tolgono spazio alle relazioni intime, calde, anzi si fondano su di esse e le potenziano», nota la Broadbent, che ha creato e diretto un Osservatorio sugli utenti dei servizi di telecomunicazione per conto di Swisscom a Berna e sulla base delle sue estese ricerche sull’utilizzo reale dei mezzi di comunicazione può assicurare che la stragrande maggioranza degli Sms, delle chat via instant messaging e delle conversazioni via Skype avvengono con un numero ristrettissimo di persone, amici e familiari, spesso unicamente con loro. «L’idea che le persone grazie al web comunichino con sconosciuti è uno dei tanti miti negativi che ogni nuova tecnologia porta con sé», commenta Stefana Broadbent. 

Dalla attenzione alla co-produzione.
L’intimità intesa come insieme di legami stabili e forti di amicizia, amore e parentela è il vero protagonista dell’evoluzione che internet ha preso negli ultimi anni. 

Se i giornali e la Tv sono media unidirezionali, internet sta diventando davvero (o meglio sta tornando a essere, come ai primordi) un media bidirezionale. Nel periodo 1995-2005 internet significava Yahoo, America On Line, portali generalisti o specializzati, molto simili ai canali televisivi o alle riviste. Negli ultimi 5-6 anni si è affermato il cosiddetto web 2.0, un contesto nel quale i grandi successi sono rappresentati da aree nelle quali produttori e fruitori tendono a coincidere. Su Youtube sono caricate 48 ore di filmati nuovi ogni minuto, Flickr contiene miliardi di immagini, non parliamo poi di Facebook. In questi siti (e in altri analoghi) non vi è nessun ‘broadcasting’ di contenuti. Si ‘entra a far parte’ di una community alla quale - senza alcun tornaconto monetario - si collabora spesso ‘donando’ contenuti che hanno chiesto lavoro e hanno un valore.

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«Già nel 1997 l’economista Michael Goldhaber, nel suo paper intitolato The attention economy, invitava a tener conto della complessità dell’argomento. Pensare all’attenzione come a un qualunque bene industriale è sempre meno soddisfacente: troppe sono le relazioni bilaterali che intercorrono tra chi offre informazione e chi la riceve», afferma Luca De Biase de Il Sole 24 Ore, uno dei giornalisti più attenti alle nuove tecnologie, «dieci anni dopo abbiamo potuto vedere come l’economia dell’attenzione si stia sciogliendo nella complessità dei nuovi media digitali interattivi. L’attenzione sembra voler sfuggire al terreno tradizionale dell’economia monetaria per entrare nelle più sottili e umanistiche dimensioni dell’economia del gratuito, dei beni relazionali e culturali». Del resto questo reinserisce nell’equazione dell’economia dell’attenzione un elemento umano: «L’attenzione che si dedica agli amici e alle persone intime è incommensurabilmente più elevata di quella che si dedica ad altre e più impersonali fonti di messaggi», continua De Biase, che ha creato e diretto l’inserto Nova del quotidiano di Confindustria. L’attenzione quindi non è più concessa da un singolo ma da un gruppo. È il gruppo che con le sue mille antenne seleziona dei contenuti o li inventa, li rielabora e li scambia. Solo nello scambio e solo al messaggio condiviso si dedica attenzione. L’azienda che suggerisce il proprio sito con un banner su un sito frequentato o con uno spot televisivo può sperare di ottenere qualche decina di migliaia di contatti. Ma se il suo contenuto è condiviso e scambiato dai social network i contatti si contano a centinaia di migliaia o a milioni. 

Questo ha grandi conseguenze per chi produce contenuti o significati. Cioè tutti. Nell’economia post industriale ciò che si scambia sono significati. I nostri nonni valutavano un vestito sulla base della qualità della stoffa e delle rifiniture. Oggi un vestito vale per i significati di cui si è caricato e che trasmette. Le industrie producono significati e i consumatori li comprano. Ma che succede quando i consumatori li rielaborano e li trasmettono? Che succede quando questi significati non sono più imposti dall’alto ma condivisi, co-prodotti? Il brand diventa discorso. Si riproduce in fondo quello che ogni venditore ben sa: il prezzo non è dato dal valore del bene che si vende e in fondo nemmeno dalla sua utilità reale, nasce dal discorso, dalla conversazione fra chi vende e chi compra. 

Motori di ricerca e nuove euristiche.
La condivisione e la co-produzione rappresentano anche una delle nuove euristiche. Cosa è l’euristica? L’euristica è la disciplina che ci insegna a cercare le risposte alle domande. Tanto maggiori sono le informazioni a disposizione, tanto più importante è la capacità di trovare l’informazione giusta. Esistono vari tipi di euristiche. Quella ‘logica’ dei motori di ricerca come Google, che utilizza complicati e segreti algoritmi per reperire e ordinare le pagine che potrebbero contenere la più qualificata tra le risposte possibili (e in prospettiva quella dei motori ad algoritmi semantici che non confonderanno ‘ancòra’ con ‘àncora’). A questa si aggiunge l’euristica istintiva del ‘tirare a indovinare’ e quella relazionale del chiedere consigli. Per capirsi, se arrivati in una città sconosciuta cerchiamo di raggiungere la cattedrale possiamo cercare una mappa della città (euristica logica), possiamo seguire le strade più strette e con le case più antiche (euristica istintiva) o possiamo chiedere a un passante (euristica relazionale). 

L’esempio fatto è facile perché si tratta di prendere una decisione sulla base di informazioni scarse. Ora il problema è opposto: bisogna decidere in un contesto di costante information overload. «Ogni momento ci poniamo o ci dovremmo porre domande tipo “Cosa è importante? Cosa non lo è? Cosa è importante sapere? Possiamo ancora decidere cosa è importante?”», dice Schirrmacher. La risposta degli addetti ai lavori è moderatamente ottimista. «Cercare è diventato facile. È trovare che rimane difficile», riassume Alfonso Fuggetta, amministratore delegato e direttore scientifico del Cefriel, Centro ricerche legato al Politecnico di Milano, «in un certo senso l’emergere dei motori di ricerca come Google richiede - per impostare la ricerca e per valutare i risultati proposti - più cultura, non meno. Occorrono davvero strumenti intellettuali potenti per saper filtrare l’informazione giusta, per intuire se quel contenuto che il motore di ricerca mi indica è credibile o meno, per capire se mi può servire e come». 

Nell’educazione risiede la chiave per imparare a gestire queste tecnologie e la cascata d’informazioni che veicolano. Innanzitutto attraverso una solida formazione di base e dall’altra insegnando in modo meno superficiale quali siano le opportunità e i rischi di questi mezzi, offrendo gli strumenti di discernimento necessari alle nuove generazioni. 

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Paolo Ghisletta, professore di psicologia all’Università di Ginevra, mette in luce il fatto che il cervello umano è costruito in modo da poter filtrare continuamente le informazioni che ci derivano dal mondo esterno e questo processo viene eseguito continuamente.«Internet è senza dubbio una grande opportunità. Si tratta di saper gestire questa risorsa evitandone i rischi: non credo che internet e le nuove tecnologie siano unicamente una distrazione e che rendano l’attenzione più difficile in altri aspetti della vita quotidiana; ciò in cui credo è piuttosto nella necessità di creare delle strategie per aiutarci a ‘dominare’ e non a essere dominati dalle informazioni e dalla loro facile e veloce accessibilità». 

Secondo Ghisletta le varie strategie che si possono mettere o meno in atto, per sceverare le informazioni che davvero ci servono dal ‘rumore’ di fondo, sono fortemente influenzate comunque dall’educazione e dall’esperienza e per certe generazioni sarà più facile adottarle rispetto ad altre, per natura più ingenue e meno ciniche. 

Lorenzo Cantoni, decano della Facoltà di scienze della comunicazione all’Università della Svizzera italiana concorda sul fatto che quella che internet pone «è una sfida educativa: aiutare le nuove generazioni a gestire con competenza questa situazione, valutando adeguatamente le diverse fonti, e definendo in modo proattivo i tempi e i modi dell’esposizione alle informazioni. È importante sottolineare che l’informazione non è - di per sé - ancora conoscenza: per diventare tale deve trovare capacità di attenzione/ascolto, di comprensione e di giudizio». Secondo Cantoni paradossalmente diventano più importanti le materie storiche e tradizionali, identificabili nelle materie del Trivio (Logica, Grammatica e Retorica) e del Quadrivio (Aritmetica, Geometria, Astronomia e Musica). Quelle insomma codificate agli albori dell’era moderna (nel V secolo) e insegnate nei primi studium e università europee.

 



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