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13.09.2010 in Attualità - keywords: inchiesta, oro

Addio al gold standard... o quasi

Oggi utilizziamo banconote senza nessuna preoccupazione, ma quando il denaro di carta venne introdotto nessuno lo avrebbe accettato senza la certezza di poter ricevere in ogni momento in cambio di una banconota un corrispondente quantitativo d’oro. Questa possibilità, dapprima concessa ai privati e poi solo alle banche costringeva però queste ultime a tenere enormi riserve bloccate.

Pian piano le banche si appoggiarono a banche centrali e queste l’una all’altra. Keynes scrisse che la fine dell’egemonia britannica sui commerci mondiali avvenne il giorno in cui la Bank of England chiuse la sua gold window non essendo in grado di cambiare banconote in oro. Il suo ruolo venne preso dagli Stati Uniti, che definirono un cambio fisso tra oro e dollaro. Nel 1934 gli Stati Uniti si impegnarono ad acquistare oro a 35 dollari all’oncia. Per far fronte a questa promessa gli Usa acquistarono oro e nel 1949 arrivarono a detenerne 22 mila tonnellate, il 75% degli stock mondiali di oro monetario. 

Il sistema finanziario mondiale, così come nacque dagli accordi di Bretton Woods, riposava proprio su un regime di cambi fissi che avrebbe dovuto allontanare lo spettro dell’inflazione e del rischio di cambio, permettendo alle imprese di concentrarsi sugli investimenti a lungo termine e di affrontare con serenità i mercati mondiali. Con il dopoguerra le aziende europee iniziarono ad esportare negli Usa e nel mondo. Al tempo la valuta estera andava consegnata alle banche centrali le quali per ‘sterilizzare’ i dollari iniziarono ad acquistare oro dagli Usa. Non era un cattivo affare, visto che lo acquistavano a 35 dollari e che oggi vale 33 volte di più. 
Non era un cattivo affare nemmeno per gli Stati Uniti: se il dollaro era il perno del sistema monetario mondiale, questo almeno formalmente era dovuto al fatto che era l’unica valuta convertibile in oro. Il sistema mondiale dei cambi fissi riposava su questo rapporto di 35 dollari per una oncia di oro. 
La possibilità di cambiare dollari in oro venne via via ristretta fino a quando nel 1971 il presidente Nixon decise di non permettere più alle banche centrali di cambiare dollari in oro. Il dollaro non aveva più bisogno di appoggiarsi a qualcosa di esterno. Era la fine del gold standard. Da valuta a tutti gli effetti (in fondo un oncia d’oro era una banconota o per meglio dire viceversa) l’oro diventò un metallo come gli altri. Anzi peggio degli altri, perché alzando i tassi ben oltre i livelli di inflazione la Federal reserve combattè efficacemente il rincaro. Diede l’inizio a una recessione drammatica e offrì agli investitori interessi reali significativi interessi che come è noto l’oro non offre. Tre elementi che hanno depresso il prezzo dell’oro. «Non a caso dagli anni ‘80 in poi l’oro è sceso in termini reali», ricorda Chloe Koos Dunand, economista della Pictet Wealth Management, «solo dal 2000 in poi si è vista una ripresa in sintonia con il boom delle commodity». La seconda fase della ripresa coincide con la debolezza del dollaro e la puntata inflazionistica del 2008 (in agosto il rincaro arrivò al 5,4% negli Stati Uniti).  La terza fase è storia recente ed è dovuta non solo e non tanto al permanere delle prospettive inflazionistiche, ma ai dubbi sulla solvibilità di molti emittenti sovrani.



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