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12.05.2010 in Attualità - keywords: inchiesta, risorse umane

Chi manca all’appello?

La Svizzera non produce un numero sufficiente di figure professionali di alto profilo: medici, ingegneri, informatici, biologi, ad esempio. E delle poche persone così formate molte vengono ‘deviate’ sui sentieri della finanza. Importare sempre più personale dall’estero non è una soluzione sostenibile: occorre incentivare i giovani a scegliere i sentieri formativi più coerenti con la domanda futura.

di Simone Manzione, Marzio Molinari ed Elena Steiger

Il Ticino sa bene quanto sia importante l’alta formazione per garantire il presente e il futuro non solo dell’economia, ma di una società che vuole mantenere buoni standard di vita e risentire il meno possibile della concorrenza di altri Paesi a minor costo del lavoro o con una diversa struttura demografica. Il problema però va riletto in termini diversi: non più solo ‘quanta’ alta formazione o ‘quanti’ centri devono erogarla, ma di ‘quale’ alta formazione c’è bisogno. E qui il discorso prende tante pieghe, perché attraversa la domanda attuale e futura del mercato del lavoro ma anche gli interessi e le ambizioni, e in fondo anche i valori, dei giovani che possono scegliere quali percorsi formativi intraprendere. 

Un fatto però è divenuto chiaro: per alcune figure professionali di alto profilo la Svizzera non ‘produce’ risorse umane sufficienti a soddisfare il proprio fabbisogno. A questa situazione si rimedia importando personale qualificato dall’estero, facendo anche leva sui livelli retributivi più elevati in Svizzera che altrove, ma non è detto che questa situazione possa protrarsi all’infinito. «In Svizzera mancano e mancheranno anche docenti nelle scuole, operai e tecnici specializzati, e così via: l’elenco è lungo, e le previsioni sono difficili da fare», rileva Mauro Dell’Ambrogio, che a Berna ricopre il ruolo di segretario di Stato per l’educazione e la ricerca, «per quanto concerne i percorsi formativi a livello universitario, il problema non sta tanto nell’offerta, quanto nella domanda, poiché - tranne il caso della medicina e di alcune discipline artistiche - non vi è limitazione di accesso agli studi». 

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Vi è poi un fenomeno che incide su queste dinamiche e che Dell’Ambrogio invita a tenere in considerazione: spesso infatti ci si forma per una professione, per poi svolgerne un’altra. «Penso per esempio alla scarsità di ingegneri registrata negli ultimi dieci anni, dovuta al fatto che molti diplomati dei Politecnici hanno scelto di lavorare nel settore finanziario, dove venivano pagati meglio», spiega Dell’Ambrogio, «d’altra parte oggi il mercato del lavoro è globale, o almeno europeo, per cui non ha molto senso pretendere di guidare il fenomeno attraverso il sistema di formazione nazionale, in funzione di previsioni comunque facilmente sbagliate. Di fatto gli svizzeri hanno una maggiore libertà di scelta, mentre le lacune sono colmate dagli immigrati. È stato così in passato e sarà così finché da noi continueranno a persistere buone condizioni economiche. Va comunque detto che il sistema svizzero della formazione è sufficientemente flessibile e risponde abbastanza bene alle esigenze mutevoli del mondo del lavoro. Le scuole universitarie professionali, il raggruppamento delle professioni nell’apprendistato, il diverso orientamento dei molti curricoli universitari: le novità sono state parecchie negli ultimi anni e sono tuttora in corso. Certo occorrono anni per introdurle e vederne gli effetti».

L’Ufficio federale di statistica ha elaborato un indicatore che permette di fare un confronto a livello internazionale su quanto ‘producono’ concretamente i sistemi delle alte scuole; in altre parole, questo indicatore fornisce informazioni sulla struttura della popolazione altamente qualificata pronta ad entrare nel mercato del lavoro. L’analisi della ripartizione dei diplomi all’interno dei diversi ambiti di studio nel 2007 mostra delle differenze abbastanza significative tra i Paesi, ma allo stesso tempo indica anche dei comportamenti simili: in tutti i paesi sono gli studi in scienze sociali, in diritto e in scienze economiche quelli che riuniscono il più grande numero di diplomati; seguono le lettere e le arti. I diplomi legati agli ambiti dell’ingegneria e dell’industria di trasformazione e produzione occupano un ruolo rilevante in Finlandia (20%), Germania, Francia, Italia, Austria e Giappone; la Svizzera con il 13% si posiziona nella media. Assieme al filone delle scienze esatte e naturali questi due ambiti ricoprono un ruolo fondamentale per un Paese, perché costituiscono le basi per la sua evoluzione tecnologica. Se si sommano le due percentuali in testa troviamo Finlandia e Austria con il 29%; la Svizzera con il 23% si situa nella parte inferiore della ‘classifica’.

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Una delle poche previsioni facili che è possibile fare è l’aumento nella domanda di salute e quindi la probabile crescita di professionisti della cura. Secondo stime dell’Osservatorio svizzero della salute, entro il 2020 in Svizzera si dovranno trovare ben 85mila nuovi impiegati per il settore (considerando tutte le funzioni, dal medico all’infermiere, dal tecnico di laboratorio all’assistente di cura), 60mila per sostituire chi andrà in pensione e 25mila per far fronte all’aumento dei bisogni legato all’invecchiamento della popolazione. Per quanto riguarda in particolare i medici, si stima che in futuro la Svizzera avrà bisogno di 1000-1200 nuovi laureati all’anno. Qui i conti sono facili, perché quelli che terminano gli studi in Svizzera sono però nettamente di meno (nel 2008 erano 672). Secondo i dati della Federazione dei medici svizzeri Fmh, su 29.653 medici attivi in Svizzera nel 2008, 6627 possedevano un diploma straniero, vale a dire il 22% del totale: la maggior parte di essi (3683) avevano effettuato i loro studi in Germania. È nel settore ospedaliero che il tasso di medici ‘stranieri’ raggiungeva la percentuale più elevata, il 30%, mentre in ambito ambulatoriale la cifra era del 15%.

Che senso ha allora mantenere il numero chiuso per l’accesso ad alcune facoltà di medicina in Svizzera? «Quello della medicina è l’esempio più clamoroso degli errori che si possono compiere quando si pretende di governare il mercato del lavoro attraverso la formazione, o viceversa», sottolinea Dell’Ambrogio, «il numero chiuso per gli studi di medicina era stato introdotto a dire il vero per contenere l’esplosione dei costi a carico delle assicurazioni sociali e garantire nel contempo a tutti i medici il diritto di lavorare. Il risultato è che negli ultimi anni abbiamo importato dall’estero tanti nuovi medici quasi quanti ne formano di nuovi le nostre università. Attualmente si sta discutendo della possibilità di eliminare il numero chiuso: per ora il numero di posti è stato esteso del 20%. Per andare oltre bisogna rimettere in discussione altri aspetti, come il profilo della professione medesima e la struttura della formazione». Ai futuri medici laureati in Svizzera si chiede un impegno enorme, che spiega i costi delle prestazioni, «tranne poi importare la metà dei nostri medici dall’estero senza alcun controllo sulla loro formazione», sottolinea Dell’Ambrogio.

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Anche per quanto riguarda il campo della scienza, dell’ingegneria e della tecnologia vi sono forti timori. Uno studio della Swiss-American Chamber of Commerce e del Boston Consulting Group, pubblicato nel dicembre 2008, afferma che oggi in Svizzera vi è una mancanza di laureati impiegati nel settore scienza, ingegneria e tecnologia che si può quantificare in 3000 unità, ma il gap potrebbe salire a 6000 unità entro il 2016. Un trend ancora più preoccupante si starebbe profilando sull’insieme della manodopera nel settore scienza, ingegneria e tecnologia: entro il 2016 gli autori dello studio stimano che un posto di lavoro su dieci rimarrà scoperto, una cifra corrispondente a 150mila impieghi. Come già indicato in precedenza, il fatto che in Svizzera una percentuale inferiore (rispetto agli altri paesi) di giovani concluda i suoi studi nel campo delle scienze o dell’ingegneria viene identificato come un fattore importante nel determinare questa situazione.

Secondo gli autori dello studio è possibile intervenire a diversi livelli, perché la Svizzera possa anche in futuro disporre di forza lavoro altamente qualificata nel campo della scienza, dell’ingegneria e della tecnologia. Come indica uno studio dell’Ocse del 2006, uno studente di 15 anni in Svizzera segue mediamente 2,36 ore di scienze alla settimana, circa la metà del suo omonimo in Gran Bretagna. Inoltre il programma prevede solo una piccola parte di information technology, divenuta così importante in molti ambiti lavorativi. Di conseguenza la maggioranza degli studenti in Svizzera è preparata in maniera insufficiente in questi campi, per cui le scuole svizzere dovrebbero incrementare in maniera significativa il numero di ore di insegnamento previste nei programmi. Parallelamente - suggeriscono gli autori dello studio - ci si deve assicurare che gli insegnanti siano adeguatamente preparati per formare gli studenti in queste materie vitali: questo non vale solo per i docenti delle scuole superiori, ma anche per i maestri delle scuole elementari e anche per quelli dell’asilo. Un maestro di scuola d’infanzia con buona formazione in scienza e tecnologia e che mostra il suo interesse per queste materie può infatti essere un ottimo modello per i bambini e suscitare l’interesse sin dalla più tenera età.

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Ma la responsabilità dell’educazione dei giovani studenti non deve essere lasciata interamente alle scuole: anche l’industria svizzera, le università e le organizzazioni di categoria dovrebbero essere coinvolte nell’opera di sensibilizzazione dei giovani, per esempio favorendo le visite di classi di scuola nelle aziende oppure organizzando lezioni di scienziati e ingegneri nelle scuole stesse.

Lo studio prosegue sottolineando che accrescere l’attrattività di una carriera in ambito scientifico, ingegneristico e tecnologico è importante, ma non è sufficiente. Anche se l’accesso a queste professioni dovesse migliorare notevolmente, la Svizzera non sarà comunque in grado di colmare il gap che si profila solo con le proprie forze: di conseguenza l’economia svizzera diventerà sempre più dipendente dall’arrivo da altri paesi di lavoratori altamente qualificati.

Questo trend è stato particolarmente evidente negli ultimi anni e ha riguardato in particolare le industrie ad alta intensità di innovazione. Basti pensare che se il personale altamente qualificato immigrato in Svizzera nel 2002 costituiva il 2,3% del totale della forza lavoro in questo tipo di imprese (attive nei settori farmaceutico, chimico, biotecnologico, It, elettronico o delll’ingegneria meccanica), la percentuale è salita al 6,9% nel 2007, ed è quindi triplicata. Anche nelle industrie a medio e basso tasso di innovazione vi è stata una crescita, ma meno pronunciata: per le prime si è passati dall’1,4% al 2,3%, per le seconde dallo 0,8% all’1,2%.

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Ad assecondare questa crescita ha contribuito indubbiamente anche l’accordo di libera circolazione delle persone concluso con l’Ue; allo stesso tempo però l’afflusso dei cittadini professionalmente qualificati di provenienza non Ue è calato (tra il 2001 e il 2007 si è registrata una diminuzione del 22% delle persone provenienti dal Nord America e del 48% di quelle provenienti dall’Asia) e questo sta causando problemi ad alcune aziende. Le difficoltà nascono dal fatto che certe figure professionali scarseggiano anche negli altri paesi europei: in Germania, per esempio, l’associazione di categoria stimava - quando è apparso lo studio - in 95mila gli ingegneri ‘che mancavano all’appello’.

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Quindi nonostante l’accordo di libera circolazione vi sono diverse società in Svizzera che evidenziano crescenti difficoltà nel completare lo staff con impiegati dall’alto livello formativo.
Bisogna quindi, secondo lo studio, favorire la capacità della Svizzera di attrarre personale qualificato oltre i confini dell’Ue: per questo il governo e le università devono rafforzare il marketing della Svizzera nel mondo, sia come ‘great place’ per lavorare che come luogo dove poter studiare nelle migliori università. Due cambiamenti tuttavia si impongono: primo, tutti i programmi di master dovrebbero essere svolti in inglese; secondo, per competere con le migliori università statunitensi le migliori università svizzere devono offrire sostanziose borse di studio ai migliori candidati. Per riuscire a trattenere i talenti attirati in Svizzera attraverso gli studi accademici, ai migliori studenti stranieri deve poi essere concesso un permesso di lavoro che consenta loro di completare il percorso formativo con il master o con il dottorato in scienza o ingegneria. Questo porterebbe la Svizzera allo stesso livello di altri paesi (Stati Uniti e Canada, ad esempio) e incoraggerebbe i migliori talenti a restare in Svizzera e a mettere in pratica le competenze acquisite nelle nostre università per fare crescere l’economia svizzera.

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Anche nel mondo accademico vi è ovviamente un ‘mercato’ dai confini sempre più larghi. «Pensiamo - solo per restare alle relazioni con un paese confinante - che in Svizzera ci sono 600 professori universitari con passaporto tedesco e che in Germania operano 720 professori con passaporto svizzero», ricorda Dell’Ambrogio, «tanto più una professione è super qualificata, come nel caso degli scienziati, tanto più il mercato del lavoro è internazionale. Per questo in Svizzera dobbiamo preoccuparci di avere i migliori elementi possibili, e non di ‘produrre’ in casa il fabbisogno nazionale. Già oggi la maggioranza dei dottorandi nelle università svizzere - tra i quali emergeranno i futuri scienziati - è di nazionalità straniera, e questo perché in Svizzera con pari età e formazione si guadagna meglio fuori dalle università, e gli svizzeri generalmente colgono questa opportunità», conclude Dell’Ambrogio, «nelle università svizzere il 45% dei professori non ha passaporto svizzero, ma una parte di essi ha però almeno in parte studiato in Svizzera. Ricordiamo però anche che nel 1854, all’apertura del Politecnico federale di Zurigo, su 18 professori, 16 erano stranieri». 

 



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