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14.04.2010 in Attualità - keywords: inchiesta, commodity

Banche svizzere: prime in tutte le materie

Da cinque anni ormai il prezzo delle materie prime è in rialzo. Come tutti gli altri asset i prezzi sono scesi brevemente nel cuore della crisi, ma hanno presto ripreso la loro corsa.

L’investimento in commodity è raccomandato ormai a investitori di ogni taglia e la redazione ha fatto secondo me un buon lavoro, passando in rassegna nella cover story di questo numero sia le principali sottoclassi di commodity sia i prodotti attraverso i quali è possibile investire e cavalcare questo trend. Credo che siano emerse chiaramente le prospettive ma anche i rischi legati all’ingresso in un trend ormai di lunga data, attraverso prodotti che tornano a essere, nonostante le tante promesse che abbiamo sentito, molto complessi. Chi parla di una ‘bolla speculativa’ finanziata dalla liquidità esistente nei mercati ha dei buoni argomenti a portata di mano, ma è anche un fatto che molte banche ad Antibes e ville oltre il Maloja sono la conseguenza di acquisti fatti in piena bolla speculativa. 

Tuttavia devo confessare che appartengo a una generazione che quando sente parlare dell’aumento nel prezzo del grano non pensa a un future ma a un fornaio, non visualizza la borsa di Chicago ma l’aumento nel costo del pane. Mi chiedo allora, investitori a parte, cosa significa per l’economia reale questo aumento tendenziale e massiccio in tutte le materie prime? 

Iniziamo a passare in veloce rassegna gli aspetti positivi: si è sempre detto che il sottosviluppo nel sud del mondo era dovuto ai prezzi ingiustificatamente bassi pagati ai paesi produttori per gli unici prodotti che questi Paesi potevano esportare. 

Ora i prezzi sembrano più equi. È vero che a estrarre e lavorare materie prime sono soprattutto grandi aziende, spesso con capitali provenienti da Paesi avanzati e che i trader principali hanno sede negli Usa o in Svizzera. Ma è anche vero che in coincidenza con il boom delle commodity molte economie sudamericane sono uscite da un sottosviluppo di lunga data. L’esempio del Brasile è indicativo. Anche in Africa - seppure più lentamente e con una maggiore concentrazione della ricchezza in poche mani anche a livello locale - vediamo se non i segni almeno la possibilità di una uscita dalla povertà. Questo soprattutto nei paesi più democratici, come la Repubblica Sudafricana ad esempio. Un secondo aspetto positivo è l’indiretto stimolo a un utilizzo più corretto delle risorse. L’esempio del settore energetico è paradigmatico. Con il petrolio a 100 dollari non bisogna essere dei ‘Grüne’ per pensare a comprare l’auto ibrida e a isolare meglio le pareti della casa. In qualche misura questo forse potrebbe valere anche per altre materie prime. 

Altre conseguenze positive sinceramente non me ne vengono in mente, se non la ricaduta positiva che lo spostamento degli investimenti da attività a basso margine, come i titoli di Stato, a prodotti ad alto margine non può che avere sul settore finanziario e dell’asset management. D’altra parte per 4 miliardi di persone sulla terra il prezzo del grano (o del riso o della soia) non è una asset finanziaria, ma la differenza fra la fame e una relativa sazietà. L’aumento di certe materie prime è una tassa sulla povertà. 

L’impennata dei prezzi si è corretta. I mercati hanno fatto il loro mestiere e tutti i produttori agricoli hanno aumentato l’output riportando i prezzi a livelli medi. Più a lungo termine ormai è chiaro a tutti i livelli che è necessario aumentare la produzione e la produttività dei terreni nonché l’estensione delle colture. 

L’aumento nei prezzi infatti incentiva la produzione. A 100 dollari al barile il petrolio viene voglia di cercarlo anche sotto il fondo degli oceani o sotto i ghiacci del polo, e ci si accanisce intorno a pozzi e giacimenti che si davano per morenti. Lo stesso vale per i metalli industriali e per i prodotti dell’agricoltura. Questo è un vantaggio, perché una diversificazione delle fonti energetiche togliendo il monopolio della produzione a Paesi poco sicuri, come Medio Oriente, ex Urss e Venezuela, conviene a tutti e rende il mondo un posto meno rischioso e perché diviene economicamente interessante sfruttare terreni, in Africa ad esempio, che per mancanza di infrastrutture in passato non conveniva nemmeno seminare. 

In tutto questo la piccola Svizzera, che non è un produttore di commodity né un consumatore importante (se si esclude il gruppo Nestlé), che ruolo svolge? Quello che ha sempre svolto: centro di competenza mondiale nel trading di materie prime e nel realizzare prodotti finanziari che consentono agli investitori privati e istituzionali di affacciarsi su questo mercato sicuri di avere al loro fianco consulenti esperti e attenti. È un vantaggio concorrenziale quello che la Svizzera ha nelle commodity rispetto a tutti i paesi continentali europei. È giusto ammetterlo e farlo conoscere a tutti. Questo il senso delle trenta pagine di questa inchiesta. 

Valerio De Giorgi

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