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05.12.2010 in Attualità - keywords: inchiesta, private banking, svizzera

Passata è la tempesta? Un consolidamento che non consolida

Quanto detto dal direttore di Banque Cic in Ticino è una delle tante spiegazioni concorrenti del mancato o meglio rimandato consolidamento della piazza. «Da tempo si prevede una fase di consolidamento massiccio del settore, che finora però non si è ancora materializzata», ammette Martin Schilling.

Un poco di movimento c’è stato: negli ultimi 5 anni e mezzo sono avvenute 29 operazioni di compravendita,soprattutto fra banche estere, e sono state aperte 18 nuove banche. «Qualche cessione si è vista nel 2009 per le difficoltà finanziarie della capogruppo ed è interessante notare che spesso sono state le banche svizzere a comperare», continua Schilling. In passato accadeva spesso che una banca privata, specialmente di taglia medio-piccola, trovasse un compratore estero, magari un gruppo bancario di un Paese emergente interessato a entrare in Svizzera con un’acquisizione. «Oggi c’è interesse da parte di gruppi dell’Est Europa, del Medio Oriente, di Asia e America Latina ad aprire in Svizzera, ma solo cinque banche hanno comprato per entrare nel private banking svizzero; negli altri casi l’acquirente era già presente sul mercato, mentre nel 2009 sono state piuttosto aperte nuove banche», afferma Schilling che, al netto delle nuove aperture, si aspetta comunque una leggera diminuzione del numero di licenze bancarie in Svizzera a causa delle probabili fusioni tra banche medio-piccole. «Anche se avendo molto alzato l’asticella in termini di capitale e di requisiti la Finma ha reso un po’ più difficile l’ingresso di operatori esteri», commenta Generali. 

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Insomma, secondo Cavadini il consolidamento non c’è stato non perché manchino le banche potenzialmente in vendita, ma perché latitano i compratori. «Soprattutto c’è molta distanza fra le attese dei venditori e dei compratori: fino al 2008 il prezzo di un gestore patrimoniale ovviamente al netto del valore di bilancio del capitale proprio era superiore al 2% delle masse in gestione. Chi vende oggi chiede prezzi a questi livelli. Chi compra invece oggi guarda alla redditività molto moderata data dalle masse in gestione nel 2009 e a quella appena migliore del 2010 e non è disposto a pagare così tanto. Venditori e compratori non hanno poi troppa fretta e preferiscono aspettare, anche perché in molti casi la controllata svizzera è stata contabilizzata nello stato patrimoniale della capogruppo a un valore superiore a quello che si potrebbe ottenere vendendola. Quindi invece di apportare capitale la vendita lo ridurrebbe», sottolinea Schilling. Gysi è in parte d’accordo: «Le valutazioni degli asset bancari hanno subito una contrazione importante negli ultimi tempi. Non ritengo che questo sia il momento migliore per vendere. Inoltre si è creata una certa incertezza intorno alla base di clientela estera che rischia o rischiava di riflettersi negativamente sulle valutazioni. Vedremo un poco di movimento solo quando ci sarà più chiarezza sul futuro e i valori si saranno ripresi». Un altro elemento che potrebbe avvicinare venditori e compratori è una crescita dei valori finanziari in borsa. Anche se le transazioni riguardano soprattutto aziende non quotate, il grafico dell’indice Spi della borsa di Zurigo è quasi sovrapponibile a quello della percentuale che il compratore è disposto a riconoscere al venditore sulle masse in gestione. Per quale ragione? «Da una parte la borsa è considerata un saggio giudice e quindi le valutazioni implicite nei prezzi sono un elemento importante nelle analisi dei compratori», risponde Martin Schilling, che è responsabile delle valutazioni nel settore finanziario presso PricewaterhouseCoopers Svizzera, «dall’altra quando c’è entusiasmo si muovono sia gli acquisti in borsa sia il mercato M&A e da ultimo una borsa che cresce porta i clienti a posizionarsi su prodotti che garantiscono più reddito anche alla banca e a ruotare maggiormente il portafoglio, aumentandone la redditività e quindi il valore percepito dai possibili compratori». 

Piccole o medie sotto pressione? A vendere, dice qualcuno, saranno le banche piccole sotto pressione per l’aumento dei costi fissi, soprattutto di compliance. «A dire il vero», risponde Vicat-Cole, «questo aspetto mi sembra un poco sopravvalutato. Con 300 dipendenti in Svizzera noi siamo sicuramente una banca piccola, ma nel nostro ufficio compliance lavorano 3 persone, l’1% del totale. Io credo che molto conti la capacità organizzativa della banca». Anche Generali è scettico: «Per le piccole banche è dura? Certamente la dimensione sta diventando un elemento importante. Ma questo può essere vero per una piccola banca indipendente, che desidera effettuare tutti i servizi al suo interno. Se fa parte di un gruppo, per esempio, potrebbe decidere di concentrarsi sul rapporto con il cliente e affidare molti servizi alla casa madre. Se invece è indipendente potrebbe concentrarsi su uno specifico elemento di offerta». 

Altri dicono che a vendere saranno le medie, soprattutto di matrice estera, perché la loro cessione potrebbe rafforzare i margini ‘Basilea III’ della capogruppo, mentre vendere un pesce piccolo servirebbe a poco. «Le banche estere nella maggioranza sono qui per restare», commenta Gysi, «per un gruppo estero quella svizzera non è una controllata come un’altra, è spesso il cuore del wealth management mondiale del gruppo e il laboratorio dove si forgiano nuovi prodotti. È anche vero che le private bank estere in Svizzera hanno generalmente meno clientela locale e sono più esposte all’influsso dei rapporti fra la Svizzera e gli altri Paesi europei o all’andamento dell’economia in un singolo paese estero. Se in passato la valutazione della presenza in Svizzera era primariamente strategica anche in casi di redditività insufficiente, con la pressione che è venuta a crearsi presso le capogruppo mi attendo che, nel momento in cui le condizioni di mercato lo permetteranno, diversi gruppi potrebbero decidere di capitalizzare cedendo le attività in Svizzera». 

Il direttore della sede di Lugano della Banque Cic (Suisse) conferma, portando il suo caso specifico, quanto detto dal presidente delle banche estere in Svizzera. «È chiaro che difficilmente rivedremo i guadagni fatti negli anni passati, diciamo dagli anni ‘50 agli anni ‘90. L’utile è sostanzialmente dimezzato rispetto agli anni migliori, ma non abbiamo difficoltà a chiudere i conti in attivo. E poi… sinceramente: siamo sicuri che ai nostri azionisti interessi davvero il Roe di una piccola provincia del loro impero?». Banque Cic (Suisse) con i suoi 300 dipendenti fa parte del gruppo Credit Mutuel - Cic che ne conta 60 mila. «Il nostro bilancio è una quota talmente piccola di quella del gruppo che io non credo che il gruppo sia presente nel private banking svizzero per l’utile che possiamo dare a fine anno. Io credo che essere presenti nel private banking svizzero rappresenti qualcosa di più di un biglietto da visita, una vera ‘affiche’ pubblicitaria che, oltre a non costare nulla, rende anche qualcosina».

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Vie di uscita per le singole banche. Ma torniamo all’ ‘incantesimo’ che sembra aver congelato la capacità strategica delle banche indipendenti. “In realtà dietro questo immobilismo c’è un grande interrogarsi sulle opzioni strategiche a disposizione”, rivela Alessandro Cavadini, il quale ovviamente è spesso coinvolto nelle discussioni come direttore del settore Advisory di PricewaterhouseCoopers in Ticino.

Stando al rapporto della società di consulenza per qualche operatore non ci sono alternative valide alla cessione. Per altri invece la soluzione sta nell’identificare i ‘value drivers’, ovvero i fattori chiave della propria offerta concentrandosi su di questi e se necessario abbandonare la pretesa di fare tutto per tutti, in modo da impostare una strategia di crescita sostenibile. 

In questo processo «il primo obiettivo è mantenere la clientela esistente, di new money non se ne parla e nemmeno di acquistare clientela da altre banche». 

Una strada sarebbe quella dell’integrazione fra banche e gestori patrimoniali indipendenti, ma alcune esperienze poco felici sono di monito a tutti. «Prima di tutto non è facile, perché anche qui si pongono il problema della valutazione degli averi e della migrazione. Il problema anzi è ancora più serio», spiega Cavadini, che è anche docente di economia aziendale presso la Supsi, «il cliente di un gestore indipendente mantiene il conto presso la ‘sua’ banca di fiducia: se il gestore viene acquisito da una banca il cliente non sempre è motivato a trasferire la propria relazione bancaria e questo riduce l’attrattività dell’operazione per l’acquirente, non potendo incrementare i ricavi da servizi bancari». 

Alle piccole banche Cavadini raccomanda di specializzarsi, di «acquisire l’eccellenza in una nicchia dell’offerta: l’eccellenza del servizio, la capacità di seguire determinate tipologie di clienti, ad esempio provenienti da una regione specifica, di offrire un approccio unico, come ad esempio nell’ambito della finanza sostenibile, insomma sapersi differenziare in qualità di boutique finanziaria mettendo a profitto la maggiore flessibilità e velocità nel cambiamento». 

La seconda sfida per le banche piccole e medie è sul fronte del capitale. I clienti prestano oggi più attenzione alla solidità delle banche, motivo per cui i requisiti di capitale potrebbero aumentare rispetto a quanto richiesto per legge dalla Finma. Per le medie banche, che dall’analisi di PricewaterhouseCoopers escono per alcuni parametri perdenti, la situazione è diversa. Una banca media avrebbe le risorse ad esempio per creare una presenza on shore in Italia. «Ma qui si pone il problema delle prestazioni e dei servizi che una banca svizzera può erogare in Italia. Possiamo seguire e visitare i clienti in Italia? Questo è un terreno molto scivoloso», ammette Generali, «al momento non è facile ottenere una licenza per libere prestazioni di servizi in Italia. Una delle contropartite della imposta liberatoria è proprio la possibilità per una banca svizzera di accedere al mercato di provenienza e quindi di tenere i contatti con il proprio cliente anche nel Paese di residenza». 

La Finma ha alzato i requisiti minimi di capitale richiesti alle banche e in questa fase non è pensabile l’ipotesi di aumentare in maniera significativa il capitale con la redditività delle operazioni. «Premesso che la redditività del capitale (return on equity) del settore private banking in Svizzera sta scendendo pericolosamente sotto il 10%, soglia sotto la quale il business non è più in grado di coprire il suo costo del capitale», nota Cavadini, «una soluzione, soprattutto per le banche piccole e medie, potrebbe consistere in una migliore gestione degli immobili e di altri cespiti a bilancio. Penso ad esempio alle collezioni d’arte accumulate da alcune banche che spesso sono a bilancio per una frazione del loro valore commerciale o ad alcune riserve». 

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Futuro della piazza. Più in generale il futuro della piazza disegna due scenari non in antitesi fra di loro. Il primo scenario è quello già tratteggiato per il private banking off shore svizzero in generale dalle trattative sulla imposta liberatoria alla fonte (si veda più avanti l’intervista ad Alfredo Gysi). La proposta si compone di due elementi: da una parte una sorta di ‘condono’ per il pregresso a fronte di una imposta una tantum, dall’altra l’impegno della Confederazione ad assoggettare i capitali detenuti in Svizzera da residenti nel paese firmatario allo stesso trattamento fiscale cui questi capitali sarebbero soggetti se fossero on shore e quindi tassazione su cedole, dividendi, capital gain e quant’altro. Il tutto salvaguardando l’anonimato del cliente, fatte salve le tradizionali collaborazioni giudiziarie. 

Claudio Generali è ottimista sui tempi dell’operazione: «Si dice che entro il primo semestre del 2011 si potrà già firmare l’accordo con la Germania sull’ imposta liberatoria alla fonte. Certo l’accordo andrà poi ratificato dai rispettivi Parlamenti e il processo richiederà almeno un anno, ma avere qualcosa nero su bianco è importante. Anche il dialogo con gli inglesi è bene impostato e mi risulta che ci siano colloqui iniziali anche con il governo francese. Recenti informazioni indicherebbero che anche l’Italia stia considerando di ammorbidire la propria sinora granitica richiesta di scambio automatico».

La posizione italiana è differente perché ha raggiunto degli obiettivi con lo scudo fiscale, anche se paradossalmente l’imposta liberatoria si profila come più remunerativa per i governi che la adotteranno di quanto non sia stato lo scudo. 

«Da parte italiana mi pare di leggere la volontà estrema di tarpare le ali a una evasione cronica, dimenticando che l’evasione non avviene perché c’è la Svizzera, ma per altre ragioni: se l’imposizione fiscale del tuo paese è tra le più elevate d’Europa e lo Stato non ti restituisce i servizi, o hai il sospetto che i tuoi soldi vengano utilizzati impropriamente in quanto oggetto di sprechi e abusi, scatta la motivazione a nascondere profitti al fisco in un Paese o nell’altro», interviene il direttore di Banque Cic (Suisse). 

Ad ogni modo come la Germania e il Regno Unito anche l’Italia potrebbe essere attirata dalla prospettiva di una entrata significativa e non prevista a bilancio: si parla di molte decine di miliardi di euro una tantum e di un flusso importante negli anni a seguire. 

«L’imposta liberatoria avverrebbe con tassi ‘luterani’, non ‘cattolici’», spiega sorridendo Claudio Generali, «in Germania l’ultima amnistia prevedeva una aliquota del 25%. I ‘peccati’ si pagano a nord delle Alpi. Del resto in molti cantoni svizzero-tedeschi vi è poca disponibilità per un’amnistia fiscale». Insomma, anche l’Italia potrebbe un domani essere interessata, «soprattutto se si riuscirà a estendere l’accordo alla Francia, paese con il quale la vicina Repubblica fa più facilmente del ‘benchmarking’».

Certo ci si muove con circospezione, perché la posizione di Bruxelles rimane ferma. «Secondo Bruxelles la Svizzera dovrebbe consentire lo scambio automatico di informazioni. A me pare di capire che anche fra paesi ad alta tassazione questo scambio nei fatti non sia poi così automatico. È una procedura piuttosto faticosa che si può adottare in un caso o nell’altro, ma che non serve a un Paese a raccogliere cassa», nota Generali. 

In realtà - principi a parte - sarebbe abbastanza irrazionale rifiutare l’offerta svizzera e non solo per l’entrata una tantum ‘liberatoria’ e in fondo nemmeno solo per il flusso di entrate dalla tassazione. Se la Svizzera per assurdo aderisse allo scambio automatico di dati (conducendolo come è suo stile meglio degli altri Paesi europei), «buona parte dei capitali off shore non dichiarati si trasferirebbe su altre piazze, per esempio del Medio Oriente o dell’Asia. Così facendo i governi europei», fa notare Patrick Vicat-Cole, «non solo perderebbero quel quid all’anno di imposta, ma perderebbero tutto. Prevedibilmente un gestore asiatico proporrebbe al cliente europeo una pluralità di investimenti nell’area asiatica. Al contrario, i capitali gestiti in Svizzera sono investiti nella stragrande maggioranza sulle piazze europee o americane. E non stiamo parlando di pochi soldi».

 



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