13.11.2010
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Generazione di imprenditori
Radicamento nel territorio, visione di lungo termine, conoscenza profonda del business. Le imprese famigliari rappresentano una garanzia di continuità per l’economia elvetica.
E lo Stato riconosce questo ruolo attenuando i pesi burocratici e fiscali. La Riforma II dell’imposizione delle imprese in particolare ha attenuato la doppia imposizione economica, mentre la Riforma III ora in cantiere punta a rendere la Svizzera ancora più competitiva.
La Svizzera è giustamente nota per le sue grandi imprese multinazionali e in effetti il loro fatturato combinato rappresenta una quota importante del valore aggiunto realizzato nella Confederazione. Se parliamo però di occupazione o di attività economiche che insistono sul territorio, il quadro è differente e le imprese piccole e medie tornano a essere importanti. E si tratta nella maggior parte dei casi di imprese di famiglia a pieno titolo.
«La Confederazione si colloca tra i paesi europei nei quali questo tipo di imprese contribuisce a generare tra il 35% e il 65% del Pil», nota Alessandro Cavadini, responsabile della consulenza economica di PricewaterhouseCoopers in Ticino. Dal punto di vista della demografia d’impresa, secondo uno studio del 2005 condotto da PricewaterhouseCoopers assieme all’Università di San Gallo circa 272mila imprese delle 308mila presenti in Svizzera erano controllate da famiglie, pari all’88,4%. Il fenomeno riguardava sia le Pmi (nella misura dell’88%) che le grandi imprese (70%).
«La crisi degli ultimi due anni ha ulteriormente mostrato come il modello di impresa di famiglia sia ancora valido», sottolinea Cavadini. Anzi, l’impresa di famiglia potrebbe avere un ‘plus’ rispetto alla ‘public company’ «perché più che a ottimizzare il valore a breve termine queste imprese pensano a garantire la loro continuità nel lungo termine: spesso sono quindi poco indebitate e il desiderio di mantenere l’indipendenza le rende meno soggette alle variazioni del mercato finanziario. D’altra parte vi sono anche dei rischi: queste imprese dipendono normalmente da poche persone e la stabilità del business è vulnerabile a eventuali conflitti tra familiari».
L’impresa di famiglia è di rado interessata ad aprire il capitale ad azionisti esterni. «Tale operazione può tuttavia essere consigliata nel caso in cui siano previsti investimenti straordinari per entrare ad esempio in nuovi mercati; sono invece da evitare operazioni puramente finanziarie, con le quali aziende sane vengono ‘caricate’ di debiti che ne mettono a repentaglio l’esistenza», afferma Cavadini.
Quanto vale la mia impresa? Fino a ieri l’imprenditore si poneva il problema solo nel caso di una possibile cessione. Oggi la valutazione aziendale rappresenta uno strumento a supporto delle decisioni strategiche importanti delle imprese. Per la valutazione di imprese familiari è importante poter disporre di rapporti finanziari che riflettano la situazione finanziaria dell’impresa secondo il principio del ‘true and fair view’. «Questo significa tra l’altro che le imprese di famiglia dovrebbero essere più trasparenti nel fornire informazioni sulle loro vicende interne e creare una separazione netta fra transazioni a carattere privato e transazioni a carattere commerciale. Un’analisi dettagliata del bilancio è normalmente necessaria per identificare eventuali riserve latenti e separare i beni appartenenti al patrimonio dell’impresa da quelli che non ne fanno parte», spiega Cavadini.
Separare il patrimonio privato da quello aziendale è normalmente più facile in Svizzera che in Italia, «dove è frequente il ricorso alle garanzie private fornite dagli azionisti a favore dell’impresa. Questo avviene», spiega Cavadini, «perché le imprese italiane sono mediamente più indebitate anche a causa dei lunghi tempi di incasso delle fatture; nella nostra economia invece il ciclo del capitale circolante è più regolare, e questo indubbiamente influenza positivamente la struttura debitoria delle nostre imprese».

Sapere quale potrebbe essere il valore di mercato dell’impresa serve anche a semplificare i rapporti fra i diversi componenti della famiglia (che possono essere molti e non sempre in ottime relazioni fra di loro). Oggi un numero crescente di aziende famigliari di grandi dimensioni non quotate chiede a consulenti esterni di determinare ogni anno il valore dell’azienda sostituendosi all’operato della Borsa. Su questa base è possibile determinare un prezzo in base al quale i componenti della famiglia possono vendere o comprare le azioni della famiglia, eventualmente in forma anonima, rispondendo alle esigenze di chi vuole liquidare la sua quota ottenuta magari per via successoria e perseguire i suoi interessi, così come di chi invece crede nell’azienda che probabilmente contribuisce a gestire e vuole scommettere su di essa assicurandosi anche una base azionaria superiore a quella che inizialmente gli spettava.
Un fisco sempre più ragionevole. La Svizzera, è risaputo, presenta una serie di caratteristiche che favoriscono l’operato delle imprese, e quindi anche delle imprese di famiglia. Oltre ai noti fattori (bassa pressione fiscale, stabilità politica, qualità delle infrastrutture, rapporto semplificato con la pubblica amministrazione, manodopera qualificata, ecc.) vi è anche la presenza capillare di società di revisione e consulenza qualificate. «Da questo punto di vista credo che la piazza ticinese possieda le competenze per porsi come piattaforma in grado di offrire servizi a 360 gradi a queste imprese, anche oltre confine», sostiene Cavadini.
L’aspetto fiscale è però indubbiamente quello che più spesso viene evocato, vista anche l’accresciuta concorrenza esercitata da altri Stati. «Come svizzeri dobbiamo fare il possibile affinché la nostra fiscalità continui a restare concorrenziale rispetto a quella degli altri paesi, anche accettando il principio della concorrenza interna tra cantoni, che contribuisce a mantenere basse le aliquote. Le difficoltà di bilancio degli altri paesi, che noi non abbiamo, sicuramente ci aiuteranno in futuro, perché i nostri concorrenti saranno costretti ad aumentare la pressione fiscale», nota Giordano Macchi, responsabile della consulenza fiscale di Kpmg in Ticino, «dobbiamo poi sempre ricordare che se si vuole favorire l’insediamento di imprese dall’estero occorre considerare che esiste una relazione tra le imposte per le aziende e le imposte per le persone fisiche, poiché spesso la scelta dipende anche dal trattamento fiscale riservato al management. In questo senso il Ticino deve cercare di fare meglio, perché in Svizzera non è tra i cantoni più attrattivi quanto a imposizione delle imprese ed è tra i meno concorrenziali per l’imposizione dei redditi più alti delle persone fisiche».
Se si considera nello specifico la questione della fiscalità delle imprese, nel confronto internazionale le imposte dirette (imposta sull’utile+imposta sul capitale) che gravano sulle società di capitale svizzere (società anonime e società a garanzia limitata) sono piuttosto basse. «Se si sommano le imposte federali, cantonali e comunali sull’utile l’aliquota varia tra il 12,7% e il 24,2% a seconda del cantone di domicilio dell’azienda», nota Macchi, «secondo i nostri più recenti rilevamenti (Kpmg’s Corporate and Indirect Tax Survey 2010), la media svizzera è del 18,8%, mentre il Ticino si colloca al 20,78%; l’Italia, solo per fare un confronto, è al 31,4%».

I cambiamenti più significativi introdotto in tempi recenti in questa materia sono quelli contenuti nella Riforma II dell’imposizione delle imprese, che il popolo svizzero ha approvato nel febbraio 2008 e che è entrata progressivamente in vigore a partire dal 1° gennaio 2009. Se la Riforma I dell’imposizione delle imprese - entrata in vigore nel 1998 - aveva consentito di abolire a livello di Confederazione l’imposta sul capitale e di sostituire la tariffa dell’imposta sull’utile dipendente dal rendimento con la tariffa proporzionale, e complessivamente aveva reso più attrattiva la piazza economica svizzera soprattutto per le grandi imprese che operano in un contesto internazionale, la Riforma II dell’imposizione delle imprese ha invece voluto introdurre sgravi importanti soprattutto per le Pmi, attraverso tre punti essenziali.
Il primo punto prevede l’attenuazione della doppia imposizione economica: prima della riforma i dividendi che un’impresa distribuiva venivano infatti tassati integralmente due volte, una prima volta presso l’impresa, con l’imposta sull’utile, una seconda volta presso il titolare di quote, con l’imposta sul reddito. «Con la riforma i dividendi distribuiti a una persona fisica non sono più imposti integralmente dalla Confederazione se questa persona detiene una partecipazione di almeno il 10 per cento. Se i diritti di partecipazione fanno parte della sostanza privata, i dividendi distribuiti sono ora imponibili al 60 per cento; se invece fanno parte della sostanza commerciale al 50 per cento. Indubbiamente si tratta di un passo avanti molto importante per rafforzare la concorrenzialità della Svizzera rispetto ad altri paesi» afferma Macchi.
Il secondo punto della Riforma II è stata la riduzione delle imposte che erodono il capitale dell’impresa: a livello di cantoni e comuni è stata infatti creata la possibilità di computare l’imposta sull’utile nell’imposta sul capitale. Quest’ultima può così essere ridotta in misura dell’importo dell’imposta sull’utile, e vi è quindi la possibilità di sgravare il capitale di rischio e promuovere contemporaneamente gli investimenti.
Il terzo punto della Riforma II consente di eliminare gli ostacoli fiscali che penalizzano le imprese di persone. Si consente così alle imprese di persone di reagire meglio alle nuove sfide economiche e di regolare più facilmente le liquidazioni in caso di cessazione dell’esercizio. Prima della riforma l’utile realizzato con la vendita di un mezzo di produzione (per esempio un autocarro) era esente dall’imposta se il bene acquistato in sostituzione rivestiva la stessa funzione (acquisto di un nuovo autocarro); l’esenzione si applica ora anche quando il bene acquistato serve a un’altra funzione (per esempio si vende un autocarro e si compra un potente server). Il provvedimento intende facilitare il rinnovamento delle imprese e dei loro mezzi di produzione. In secondo luogo, in caso di cessazione dell’esercizio o di trasferimento di un’impresa a un terzo, l’utile realizzato al momento della liquidazione viene imposto secondo un’aliquota preferenziale. Inoltre, possono essere dedotti i contributi alla previdenza professionale. Questi provvedimenti facilitano il trasferimento di un’impresa a un successore e contribuiscono quindi a garantirne il proseguimento. In terzo luogo al momento del trasferimento, dal punto di vista fiscale, di un bene immobiliare dalla sostanza commerciale alla sostanza privata, a causa per esempio di un cambiamento di destinazione, il guadagno immobiliare è imponibile solo se l’immobile è effettivamente venduto. Solo a quel momento è in effetti realizzato un guadagno.
La riforma in progetto. Ora si parla di Riforma III dell’imposizione delle imprese. Il Consiglio federale ha in effetti incaricato il Dipartimento federale delle finanze di elaborare un progetto di consultazione, per liberare le imprese attive in Svizzera da oneri fiscali inutili e per rafforzare la posizione della Svizzera nel contesto della concorrenza fiscale internazionale. Gli elementi centrali della riforma sono la soppressione della tassa di emissione sul capitale proprio e il capitale di terzi, nonché l’eliminazione degli ostacoli di natura fiscale nell’ambito del finanziamento dei gruppi. Il gruppo di lavoro istituito dal Dipartimento federale delle finanze ha pure esaminato gli statuti fiscali cantonali applicabili alle società holding e di gestione: in questo contesto esso ha esaminato modelli alternativi, in particolare il passaggio a un’imposizione uniforme degli utili. Le analisi approfondite hanno mostrato che sotto il profilo della crescita economica il sistema esistente è efficace. Il passaggio a un’imposizione uniforme degli utili non sarebbe sostenibile sul piano della politica finanziaria e avrebbe gravi ripercussioni sui Cantoni e sulla Nuova impostazione della perequazione finanziaria e dei compiti tra Confederazione e Cantoni. La variante di un passaggio all’imposizione uniforme degli utili è quindi stata respinta dai Cantoni consultati. È inoltre emerso che adeguamenti a livello degli statuti fiscali cantonali sarebbero idonei a rafforzare ulteriormente la piazza fiscale svizzera. Quali misure il Consiglio federale propone di vietare alle società holding qualsiasi attività commerciale. Inoltre ritiene necessario introdurre sul piano cantonale un’imposizione ridotta dei ricavi accessori di queste società. Nel caso delle società miste prevede a livello cantonale un’imposizione minima dei redditi esteri. Dovrà infine essere soppresso lo statuto delle società di domicilio.
Ma questo riguarda il futuro. Tornando ad oggi, è possibile ipotizzare che gli imprenditori che si trasferiscono con la famiglia in Svizzera facciano lo stesso anche con la loro impresa o con ‘parti’ di essa? «Per questo tipo di famiglie il trasferimento in Svizzera è un’operazione meno semplice di quanto si possa pensare: oltre alle difficoltà di carattere sociale legate all’inserimento in una nuova realtà, vi sono anche problemi di natura legale e fiscale da risolvere, che possono richiedere anche diversi mesi. La relocation di un’impresa è ovviamente un’operazione ancor più complessa», spiega Macchi, «il trasferimento aziendale va valutato caso per caso: ci sono aziende che in nessun modo si possono sradicare dal loro territorio, perché è lì e solo lì che trovano la ragione del loro successo, ci sono quelle parzialmente trasferibili (per esempio nel caso in cui lo stabilimento resta all’estero ma la sede viene spostata in Svizzera) e quelle integralmente trasferibili, anche fisicamente (ovviamente questa procedura è più semplice per le società di servizi). Ma la questione va analizzata non solo considerando il paese di destinazione (in questo caso la Svizzera), ma soprattutto quello di provenienza, chiedendosi per esempio a quali condizioni è possibile liquidare la propria società, se esiste una exit tax, ecc. Una buona consulenza fiscale deve quindi analizzare i pro e i contro di un trasferimento sia nel Paese di partenza, sia nel Paese di arrivo».

In un clima di forte variabilità il rischio è che la Svizzera - pur essendo un contesto ideale per una crescita regolare e continuativa dell’impresa - non offra una rosa di opzioni abbastanza ampia all’imprenditore che prende in considerazione una discontinuità.
«Molti piccoli imprenditori stanno esaurendo la capacità di alimentare l’equity della propria impresa attingendo alla propria finanza privata, oppure la volontà di farlo», afferma Gian Luca Olivieri, responsabile investimenti della Financial Technologies, una boutique specializzata in operazioni di impresa, «taluni optano per il coinvolgimento di nuovi soci (anche minoritari), in grado di mettere a disposizione capitale di sviluppo e contatti industriali sinergici all’attività. Altri meditano di smantellare, anche progressivamente nel tempo, il proprio impegno nell’impresa, dismettendone le quote di proprietà. Molto spesso», continua Olivieri, laurea in economia negli Usa, già responsabile della consulenza fiscale alla Banca Unione di Credito, «la molla decisiva da parte dell’imprenditore è da ricercarsi in un malessere personale, nell’accresciuta propensione a stendere un bilancio sul passato, oppure in criticità connesse al contesto famigliare. In pratica tutto ciò che caratterizza il contesto personale o specifico dell’impresa. Insomma, l’imprenditore medita sul ‘dopo’ e su quello che farà con la libertà conquistata».
Tra le opzioni che possono essere prese in considerazione, «molto spesso per alcune Pmi è preferibile puntare su alleanze e soci industriali piuttosto che su alleanze e soci finanziari», nota Gian Luca Olivieri, «esistono players industriali, capienti sotto il profilo patrimoniale, interessati a puntare su nicchie di prodotto o su modelli di business distintivi, mentre gli investitori tradizionali di stampo finanziario si possono permettere oggigiorno gettoni d’ingresso molto limitati nelle imprese, a fronte di un livello di pretesa ancora molto elevato sulla governance d’impresa: ne influenzano la governance molto più nella direzione della salvaguardia di un exit piuttosto che per desiderio di un effettivo sviluppo strategico ed operativo».
di Andrea Lawendel, Marzio Molinari, Alberto Pattono ed Elena Steiger