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18.06.2009 in Attualità - keywords: 20 anni

I primi anni di Ticino Management

Nato nel giugno del 1989, Ticino Management - specchio della realtà economico-finanziaria del nostro Cantone - compie questo mese vent’anni. Nelle prossime pagine si passano in rassegna alcuni settori trainanti della nostra economia, facendo parlare alcuni protagonisti di allora e di oggi.

Nel 1989 il Ticino godeva interi i frutti di una lunga stagione di crescita impetuosa dovuta soprattutto alla sua complementarietà con la vicina Italia. A ben vedere quasi tutti i settori emergenti dell’economia cantonale, soprattutto sottocenerina, vivevano grazie ai limiti e ai problemi che l’Italia incontrava nel suo sviluppo. Si aprivano scuole dove le famiglie italiane mandavano i figli, sottraendoli al rischio di rapimenti, droga e militanze politiche. Si costruivano capannoni per ospitare le attività produttive chiave di aziende italiane, mettendole al riparo da scioperi e conflittualità sindacali in virtù della ‘pace sociale svizzera’. Ogni azienda con una attività all’estero teneva in Ticino una holding non tanto per motivi fiscali, quanto perché in Italia allora era impossibile o poco pratico effettuare pagamenti o investimenti destinati all’estero. Per chi voleva inviare merci o anche solo spedire una lettera all’estero Chiasso era l’unica soluzione pratica. Per difendere i loro risparmi dalla debolezza della lira le famiglie li cambiavano in franchi ponendo le basi della piazza finanziaria. Si compravano a Chiasso le medicine salva vita che in Italia non venivano autorizzate alla vendita (solo dopo si capì perché), si cercavano in Svizzera le cure mediche più avanzate. Solo a Lugano si trovavano i consulenti in grado di muoversi agilmente fra le legislazioni internazionali e redigere un contratto-chiave. Il Serfontana fu il primo shopping center in una zona di lingua italiana e da questa parte della frontiera gli italiani trovavano nei negozi prodotti che in Italia non venivano venduti. Gli esempi potrebbero continuare.

L’altra fonte di ricchezza per il Ticino erano i contribuenti svizzeri. La deputazione ticinese a Berna fu molto abile, bisogna dire, nel convincere governo ed enti federali a riservare al Ticino un trattamento di favore nelle commesse dell’esercito e delle ferrovie, negli investimenti infrastrutturali e nelle assunzioni. Un ferreo protezionismo faceva sì che i grandi distributori comprassero da aziende ticinesi il riso, i pomodori, la biancheria intima, che sarebbero costate assai meno all’estero.

Nell’arco di 20 anni tutti, lo ripetiamo, tutti questi pilastri sono caduti. In Italia non ci sono più rapimenti né seri disordini nelle scuole, la conflittualità sindacale è minima, i vincoli al movimento di capitali e merci sono caduti. Gli italiani hanno in tasca una moneta fra le più forti del mondo e non conoscono quasi inflazione, i loro shopping center sono ricolmi di ogni tipo di merce, medici e farmaci, consulenti legali e societari abbondano a Milano e nelle principali piazze. La spesa pubblica è scesa e le aziende federali sono gestite con criteri più manageriali e - essendo le barriere protezionistiche cadute - non sentono più loro dovere sostenere l’economia del Ticino.

L’attacco al segreto bancario e al private banking off shore che oggi ci fa temere la ‘fine del mondo’, insomma, è solo uno dei tantissimi ‘vantaggi di posizione’ di cui il Ticino godeva indipendentemente dal suo merito.

Invece di chiedersi ‘cosa è cambiato in Ticino in questi venti anni’ dovremmo invece chiederci come è stato possibile mantenere in vita una qualsiasi forma di attività economica. Come abbiamo potuto sopravvivere non a uno, ma a mille tsunami.

La risposta, anzi le risposte, si trovano praticamente in ogni pagina (sì, compresa la pubblicità) degli oltre 200 numeri finora usciti di Ticino Management. Fin dall’inizio abbiamo dato voce a quelle persone che già allora avevano presagito la prossima fine di questi vantaggi: uno per tutti Remigio Ratti, allora direttore dell’Ire, il primo a parlare di rendite di posizione e dell’anomalia dei territori di frontiera. Salutammo con entusiasmo la Scuola bancaria di Vezia, la Supsi, l’Università della Svizzera Italiana, l’evoluzione del private banking verso una qualità di servizio sempre più alta, fino a raggiungere stabilmente le piazze di maggiore tradizione. Abbiamo cercato di tenere traccia dell’evoluzione della piazza della consulenza, delle assicurazioni, del turismo, per non parlare di internet. 

I nostri giornalisti chiedevano interviste ai responsabili di aziende magari piccole e poco visibili, un capannone o due, una targa sulla porta e scoprivano storie imprenditoriali tutte diverse ma tutte simili: imprese piccole e medie che vendevano per il 99% all’estero, magari confrontandosi con multinazionali, professionisti titolari di know how raffinatissimi (le eliche delle navi più potenti disegnate in una splendida casa in mezzo ai boschi). E non parliamo dell’offerta turistica, alla quale abbiamo dedicato centinaia di articoli, così come al software e alla consulenza aziendale, ai fiduciari e gestori, all’immobiliare, ai negozi e ai produttori del lusso nell’abbigliamento e nell’orologeria, nelle auto.

Siamo stati anche critici, più volte, nella nostra funzione di stimolo. Ma proprio perché il nostro lavoro ci rendeva testimoni di una straordinaria vitalità economica. Noi come redazione, e crediamo anche i nostri lettori, sia in Svizzera che in Italia, non abbiamo mai avuto dubbi che il Ticino ce l’avrebbe fatta, che qualità senza compromessi e inventiva avrebbero sostituito i vantaggi dati da protezionismi svizzeri o inefficienze italiane. E rileggendo gli articoli scritti in questi due decenni ci accorgiamo di aver avuto ragione.


Valerio De Giorgi, Giorgio Mollisi e Alberto Pattono



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