15.05.2009
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Attualità - keywords: inchiesta, impiego
Responsabilità di (non) assumere
Ci si potrebbe chiedere: come mai se i governi hanno accettato di divenire garanti del sistema finanziario non hanno pensato di fare dello Stato il garante dell’occupazione?
Perché insomma il sistema pubblico non è divenuto il datore di lavoro di ultima istanza? Se le famiglie potesserro contare su un datore di lavoro di ultima istanza non sarebbero forse meno preoccupate del loro futuro?
In una delle ultime audizioni del ministro del tesoro americano Geithner al Senato, un gruppo di manifestanti si è piazzato dietro le sue spalle, affidando la protesta a dei cartelli ben ripresi dalle telecamere. Uno di questi recitava: ‘Bail-out families, not banks!’, ‘Salvate i bilanci delle famiglie, non delle banche!’.
Populismo? Ignoranza delle più elementari leggi dell’economia? Forse. Ma è anche una domanda lecita. In Francia, nel Regno Unito, in misura minore in Germania, la ‘gente’ si è chiesta come mai le misure più onerose, spesso le uniche, sono state volte al salvataggio del sistema finanziario.
Si dirà: le banche sono il perno dell’economia. Forse. Ma è un fatto che su questo aspetto non vi sia stata nessuna discussione. Si è discusso come intervenire, ma non la necessità di sostenere banche e magari aziende.
Forse, ce lo auguriamo tutti, pur accollandosi rischi enormi e mettendo a rischio i bilanci pubblici, l’intervento dei governi e delle banche centrali riuscirà a far uscire dall’emergenza i sistemi bancari. Forse.
Ma poi si tratterà di uscire dalla crisi, di far ripartire l’economia reale. E per far questo c’è bisogno della domanda privata.
Ticino Management ha sempre avuto una posizione chiara su questo: non c’è ripresa, non c’è economia senza una forte domanda di beni e servizi da parte delle famiglie. È l’equivalente del ciocco che, messo nel camino, porta calore nella casa senza clamore ma per lungo tempo. La finanza è come la carta, che fa tanta luce ma in un attimo non solo brucia, ma con la cenere toglie ossigeno al fuoco. E la domanda privata non solo è ferma, ma non dà nemmeno grandi segni di poter riprendere. Le famiglie spendono meno, molto meno. In parte perchè ricevono meno credito dalle banche o perché sono colpite dai licenziamenti. Ma in Europa questo è vero solo in parte. Poche famiglie hanno ridotto la spesa perché hanno meno entrate a causa di un licenziamento. Molte famiglie lo hanno fatto perché temono di veder ridotte le loro entrate a causa di un’eventuale perdita del posto di lavoro.
Se le famiglie non avessero questo timore, presto riprenderebbero a spendere, magari senza eccessi, in modo sobrio, ma tornerebbero sul mercato.
È interessante notare che il calo della spesa da parte delle famiglie non è maggiore nei paesi dove il welfare è più debole (ad esempio in Italia) e minore nei paesi dove ci sono interessanti garanzie per i disoccupati (come in Germania). Questo significa che i sussidi alla disoccupazione non sono la maniera giusta per riportare la fiducia nelle famiglie.
E allora? Ci si potrebbe chiedere: come mai se i governi hanno accettato di divenire garanti del sistema finanziario non hanno pensato di fare dello Stato il garante dell’occupazione? Perché il sistema pubblico non è divenuto il datore di lavoro di ultima istanza? Se le famiglie potessero contare su un datore di lavoro di ultima istanza non sarebbero forse meno preoccupate del loro futuro? La sicurezza di un posto di lavoro è qualcosa di più del reddito di disoccupazione. E l’effetto sull’economia non sarebbe infinitamente maggiore. Lo stesso Geithner nella audizione al Senato aveva ammesso che il colossale trasferimento di denaro dalle casse pubbliche a quelle delle banche aveva avuto ‘mixed results’. In altre parole le banche hanno ringraziato e messo nel caveau i soldi ricevuti. Se una somma anche inferiore fosse stata erogata sotto forma di stipendi a nuovi assunti, invece, questi soldi sarebbero tornati in circolo nell’economia con un effetto molto maggiore (anche in termini di entrate fiscali).
Il tema non è entrato nell’agenda politica perché i decisori pubblici continuano a leggere i manuali di economia liberisti (nonostante abbiano mostrato molte lacune) e continuano a ritenere che lo Stato debba ridurre al massimo i propri compiti e soprattutto i propri dipendenti. Lo slogan ‘meno Stato’ si è tradotto in ‘meno dipendenti pubblici’. Una situazione curiosa quella attuale: banche e circoli econonici ex liberisti sono divenuti fautori di un forte intervento pubblico, mentre ministri e alti funzionari delle pubbliche amministrazioni rimangono fedeli al pensiero liberista.
Due sole obiezioni sensate possono essere poste a chi chiede di ‘salvare le famiglie, non solo le banche’ sostenendo l’occupazione da parte delle pubbliche amministrazioni: prima di tutto che l’assunzione è una soluzione di lunghissimo termine a una crisi più grave e più lunga di altre, ma comunque di medio termine.
La seconda è che così facendo l’economia privata rischia di perdere persone di grande potenziale. Sono obiezioni importanti, ma non di principio. Occorre pensare rapporti nuovi fra il lavoratore e il datore di lavoro, che non siano precari ma nemmeno a vita, che valorizzino lo scambio di competenze e gli stili di lavoro. Negli ultimi anni l’innovazione in materia di gestione delle risorse umane si è limitata alla possibilità di esternalizzare (per il pubblico) e delocalizzare (per il privato).
C’è dell’altro. Si possono pensare forme di legame fra pubblica amministrazione e collaboratori legate a precisi itinerari formativi o progetti, ma non all’insegna del precariato e della congiunturalità. Per risolvere l’aspetto bancario della crisi i governi hanno messo in campo le migliori intelligenze dando prova – bisogna ammetterlo – di grande flessibiliità e capacità di innovare. È troppo tardi per fare altrettanto nei confronti dell’aspetto occupazionale?
Alberto Pattono