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15.05.2009 in Attualità - keywords: inchiesta, impiego

Lo Stato, datore di lavoro

Da diversi anni in tutta Europa l’impiego pubblico è al centro di processi di ristrutturazione e contenimento degli organici. Ma forse la crisi che stiamo vivendo potrebbe dare avvio a un’inversione di tendenza, con l’obiettivo di contenere la crescita della disoccupazione? In realtà sinora non sembrano giungere segnali di questo tipo.

Gli osservatori sono concordi. Il freno maggiore a una eventuale ripresa, per non dire il fattore che rende più grave la congiuntura attuale, è la situazione occupazionale. Le famiglie colpite dai licenziamenti riducono i consumi, è ovvio, ma ancora più grave è il comportamento delle famiglie che temono per il loro futuro e preferiscono tenere ‘fieno in cascina’ riducendo le spese al massimo e aumentando i risparmi. Un comportamento comprensibile, ma che ha l’effetto di aggravare la recessione e allontanarne la fine. In questo contesto, non ci si può attendere una ripresa dell’occupazione da parte delle imprese, incentivi all’assunzione possono essere pensati, ma difficilmente avranno effetto. 

Non tocca forse al settore pubblico sbloccare la situazione dichiarandosi disponibile ad assumere? Sicuramente questa potrebbe essere una soluzione. Da molti anni in omaggio all’ideologia del ‘meno Stato’ le amministrazioni pubbliche hanno ridotto i loro organici, col risultato di aumentare l’età media del personale (con le conseguenze del caso: ridotta mobilità delle persone, competenze meno vicine a quelle necessarie, minore prontezza nell’adottare le nuove tecnologie, frequenti problemi dovuti ad assenze per motivi di salute e remunerazioni pro capite assai alte).

Finora però questa leva non è stata toccata. Gli Stati si sono dichiarati disposti a investire in tutto: hanno rilevato pacchetti di carta di assai dubbia reputazione, hanno salvato banche e aziende, hanno promesso commesse e dato incentivi ma di assumere, anche solo per reintegrare gli organici, non si parla. Anzi, diverse pubbliche amministrazioni hanno deciso di rispondere alla crisi bloccando le assunzioni o, dove è possibile, licenziando.

Un po’ di storia
In genere il percorso evolutivo del pubblico impiego in Europa viene suddiviso in tre fasi storiche. 

Nel diciannovesimo secolo l’apparato pubblico era di dimensioni ridotte, ed era perlopiù chiamato a soddisfare le esigenze dello Stato centrale. Mancava una disciplina legislativa dello status dell’impiegato pubblico. 

Con il ventesimo secolo il settore pubblico inizia ad ampliare il numero dei funzionari. Si pongono le basi dello Stato moderno, che entra da attore, anzi da protagonista, in tutti gli aspetti della vita: dalla sanità alle attività economiche. Aumentando il numero dei dipendenti - e dunque la consapevolezza del proprio ruolo - e diminuendo, contestualmente, le retribuzioni, si determina la nascita delle prime forme di rivendicazione sindacale. 

Nell’ultima fase, tuttora in corso, sulla scorta delle ideologie neo-liberiste si opera un progressivo avvicinamento del settore pubblico a quello privato. Si riducono le rigide distinzioni tra l’impiego pubblico e quello privato, contratti di lavoro, stili di gestione e strumenti adottati nel pubblico si avvicinano o coincidono con quelli propri del diritto privato. Soprattutto le strutture pubbliche debbono confrontarsi con esigenze di natura finanziaria precedentemente sconosciute. Per ridurre il numero di dipendenti pubblici si è ricorso alla ‘privatizzazione’ di settori pubblici, dove possibile ai licenziamenti, e come detto, al blocco delle assunzioni.

Il pubblico europeo
Una pubblicazione del 2008 dell’Istat (l’Istituto nazionale di statistica italiano) presenta alcuni dati sul peso occupazionale del settore pubblico nei paesi dell’Ue (espresso attraverso la percentuale di posti di lavoro pubblici rispetto alla forza lavoro totale).  200958_cover_tm_0905_img_2.jpg Nel 2006 la media europea era del 20,6%, in calo di 1,1 punti percentuali rispetto al 2000. Il contesto europeo si caratterizza per una forte variabilità tra i paesi: nelle economie di nuova adesione il peso del settore pubblico è ancora molto elevato (il valore più alto si registra in Lituania, con il 36,3%), anche se in forte calo. Svezia e Danimarca, paesi dove tradizionalmente lo Stato sociale ha una forte connotazione, si attestano rispettivamente al 34,4 e al 33,8 per cento.

Sul versante opposto, Austria e Lussemburgo sono i paesi nei quali la percentuale di posti di lavoro pubblici è ai livelli più bassi (12,7% e 11,4%, rispettivamente). L’Italia con il 14,6% si colloca al ventiduesimo posto della graduatoria europea, poco al di sopra di Spagna e Germania. 

Quasi tutti i paesi europei hanno conosciuto nel periodo preso in considerazione dinamiche di riduzione dell’impiego pubblico più o meno accentuate, con alcune eccezioni di rilievo: Paesi Bassi (+2,2%), Regno Unito (+1%), Svezia (+0,7%), e Francia (+0,5%).      

La realtà svizzera e ticinese
Per avere un’idea precisa delle dimensioni del pubblico impiego in Svizzera bisogna fare riferimento al censimento federale delle aziende, realizzato ogni tre-quattro anni dall’Ufficio federale di statistica presso tutte le aziende dei settori secondario e terziario. 

L’ultimo è stato realizzato nel settembre del 2008, ma i risultati saranno disponibili solo verso la fine di quest’anno. Bisogna quindi rifarsi al penultimo, quello del 2005, secondo il quale in Svizzera e in Ticino la quota di dipendenti pubblici sul totale del settore secondario e terziario era rispettivamente del 16,7% e del 17,1%, «che diventano rispettivamente il 15,7% e il 15,6% se si calcolano gli addetti equivalenti a tempo pieno: in pratica, per facilitare la comparabilità dei risultati, i posti a tempo parziale sono convertiti in posti a tempo pieno», spiega Fabio B. Losa, responsabile dell’Unità di economia dell’Ufficio di statistica del Cantone Ticino, che nel gennaio del 2007 ha pubblicato uno studio - su ‘Dati statistiche e società’, trimestrale dell’Ufficio - nel quale ha confrontato i dati relativi al Ticino dei censimenti federali delle aziende del 2005 e del 1995.  200958_cover_tm_0905_img_3.jpg In Ticino nel 2005 un posto di lavoro pubblico su tre faceva capo alle cosiddette imprese pubbliche (comunali, cantonali e federali), mentre gli altri due erano inseriti nell’amministrazione pubblica in senso stretto. 

«In termini invece di ripartizione secondo i tre principali livelli istituzionali il ruolo centrale era assunto dal Cantone, con 12.174 posti di lavoro equivalenti a tempo pieno - 7.271 nell’amministrazione cantonale, 4.903 nelle imprese pubbliche cantonali - pari al 55% dei posti di lavoro pubblici. Seguivano i 7.167 posti comunali (il 32%) e i 2.866 posti federali (il 13%)», continua Losa. A questi vanno aggiunti, per arrivare al totale di 22.513, quelli della categoria ‘Chiese e altro’ (306).
200958_cover_tm_0905_img_8.jpg «Il peso dei posti federali è del 2% sull’impiego totale (pubblico e privato insieme) del secondario e terziario ticinesi. Questo 2% posiziona il Ticino al settimo rango della graduatoria dei cantoni con maggior presenza di impieghi federali (graduatoria guidata da Berna con il 7,6% e chiusa da Zugo con lo 0,6%); il Ticino sale però al quinto posto quando si considerano gli effettivi non standardizzati in equivalenti a tempo pieno», spiega Losa. Il Ticino, con 1 addetto a tempo pieno nell’amministrazione cantonale (funzionari e docenti) ogni 44 abitanti occupa il sesto posto di questa specifica classifica per cantone, classifica che vede in testa Basilea città con 1 addetto ogni 18 abitanti, seguita da Ginevra (1 ogni 22), Friborgo (1 ogni 30) e Vaud (1 ogni 38); all’ultimo rango figura Argovia con un addetto per 122 abitanti. A livello invece di amministrazioni comunali il dato del Ticino è identico alla media dei cantoni: 1 addetto ogni 49 abitanti. 

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Insomma, in Ticino il pubblico è un datore di lavoro importante, ma il suo ruolo è diminuito negli anni. «Nel decennio 1995-2005 l’impiego nel pubblico si è ridotto in modo importante: 4.087 unità in meno, pari a -15%. Pure  a livello nazionale vi è stata una contrazione ma di entità decisamente più contenuta (-8%)», ricorda Losa. 

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La contrazione dell’impiego pubblico ticinese è da addebitare quasi interamente alla riduzione di 5.130 posti di lavoro federali, cui si contrappongono le crescite dei posti cantonali (+1.800) e del terzo livello istituzionale (comuni, compresi i distretti e le categoria corporazioni, consorzi e patriziati: +557 addetti a tempo pieno). 

200958_cover_tm_0905_img_9.jpg Come evidenzia il grafico , «il confronto di queste cifre con quanto avvenuto a livello nazionale mostra che in Ticino la contrazione dell’impiego nel comparto pubblico federale è stata superiore a quanto avvenuto sull’insieme del paese, che la componente di impiego pubblico cantonale è cresciuta di più di quanto non abbia fatto in media negli altri cantoni, e che l’espansione dell’impiego a livello comunale in Ticino è stata invece inferiore rispetto a quanto avvenuto allo stesso livello nel resto della Confederazione», conclude Losa.  

 



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