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10.04.2009 in Attualità - keywords: inchiesta, energie rinnovabili

Governi al verde

I ‘package’ di incentivi dei governi affidano un ruolo importante agli investimenti in energie rinnovabili e nella efficienza energetica degli edifici.

di Elena Steiger e Marzio Molinari

Non solo per salvare l’ambiente, ma anche perché questi investimenti si traducono velocemente in posti di lavoro per uno spettro molto ampio di settori e competenze, danno delle prospettive di redditività a medio termine e sono tendenzialmente ‘locali’. I ‘pacchetti verdi’ da soli non basteranno a invertire il riscaldamento dell’atmosfera, ma per fortuna Usa e Cina hanno deciso di adottare un meccanismo di ‘internalizzazione dei prezzi’ simile a quello previsto dal protocollo di Kyoto. Ecologia ed economia provengono dalla stessa radice, la parola greca oikos (casa), e sono dal punto di vista etimologico sostanzialmente dei sinonimi. Un fatto poco apprezzato fino a solo due-tre anni fa dai decision maker della politica e della finanza. Nel 2006-2007 però, soprattutto in Europa, gli investimenti in campo ecologico, in particolare nella produzione energetica da fonti rinnovabili, si sono moltiplicati. Nel 2008, secondo la European wind energy association, per la prima volta le energie rinnovabili hanno superato quelle tradizionali in termini di nuova capacità generativa installata nell’Ue. Per l’esattezza su 24 mila MW di nuova capacità generativa installati, il 36% proviene da centrali eoliche, il 18% dal fotovoltaico, il 2% dall’idroelettrico. 

La crescita nella produzione di energia da fonti rinnovabili si deve a fattori che, come una staffetta, hanno promosso l’interesse dei privati. Dapprima l’intervento dei governi, che si sono impegnati a ritirare comunque l’energia prodotta da fonti rinnovabili a prezzi garantiti e superiori a quelli di mercato. In un secondo momento il vertiginoso aumento nei prezzi del petrolio, come accadde anche nelle precedenti crisi petrolifere, ha reso economicamente più interessante la produzione di energia ‘pulita’. L’energia da fonti rinnovabili infatti, costa più di quella tratta da fonti fossili (petrolio, gas, carbone) e - ma qui i dati sono controversi - più di quella nucleare. L’energia prodotta dalle centrali eoliche, anche quelle più grandi e recenti, costa 12-15 centesimi di franco per ogni chilowattora, quella delle centrali solari termoelettriche nei paesi ben insolati 10-15 centesimi, quella delle centrali elettriche che funzionano con le biomasse 10-30 centesimi, quella dei ‘piccoli’ impianti fotovoltaici 40-80 centesimi. «Valori ancora superiori ai costi di produzione delle centrali nucleari, a gas o a carbone, le quali forniscono energia a 5-8 centesimi al kWh», sottolinea Massimo Filippini, professore di economia politica presso l’Università della Svizzera italiana e presso il Politecnico federale di Zurigo. 

«Va comunque sottolineato come i costi di queste centrali basate su fonti non rinnovabili non comprendano i costi ambientali e sociali generati», aggiunge Filippini, «si tratta di costi creati da un soggetto ad un altro senza che quest’ultimo venga compensato in termini monetari. Il fenomeno è anche chiamato ‘esternalità negativa’: si pensi per esempio all’inquinamento dell’aria e ai relativi danni alla salute e all’ambiente provocati da una centrale a carbone». Questa anomalia del mercato penalizza fortemente le fonti di energia rinnovabili, caratterizzate da un basso impatto ambientale e quindi da valori dei costi sociali molto bassi. «L’aggiunta dei costi sociali ai costi di produzione ‘privati’ delle tecnologie produttrici di elettricità che utilizzano fonti non rinnovabili potrebbe rendere molto più attrattivi gli investimenti nelle fonti di energia rinnovabili», sottolinea Filippini, «ad esempio, i costi esterni per le centrali elettriche a carbone o a olio combustibile superano i 7-10 centesimi al kWh. I programmi congiunturali possono quindi contribuire a risolvere in parte questa anomalia del mercato, anche se a mio avviso la soluzione migliore a questo problema rimane comunque una riforma fiscale ecologica, che introduca delle tasse ambientali sulle centrali che utilizzano fonti non rinnovabili». 

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Pacchetti in carta verde. La crisi economica senza precedenti ha aperto un nuovo capitolo per la produzione di energia ‘pulita’ e più in generale per ridurre l’emissione di anidride carbonica nell’atmosfera. Molti governi infatti hanno previsto nei loro ‘pacchetti’ di misure anti-congiunturali incentivi di vario tipo in questa direzione.

Negli Stati Uniti ben 80 miliardi di dollari, l’11% di un ‘pacchetto’ da 787 miliardi di dollari, è dedicato a misure ‘ecologiche’. In particolare la Casa Bianca ha offerto un contributo a fondo perduto pari al 30% di ogni investimento teso al risparmio energetico e alla produzione/autoproduzione di energia. Altri 10 miliardi sono destinati ad aumentare l’efficienza energetica degli edifici governativi federali e delle case dove abitano persone a basso reddito. È prevista anche una detrazione fiscale per l’acquisto di veicoli ibridi e perfino di elettrodomestici a basso consumo di energia. Stando alle dichiarazione del governo cinese, il 38% del pacchetto previsto da Pechino in novembre è dedicato all’ecologia, ma i dettagli non sono chiari ed è probabile che buona parte di questi stanziamenti siano ‘verdi’ in quanto dedicati al settore agricolo. All’ecologia i francesi dedicheranno un quinto degli investimenti e dei finanziamenti anticongiunturali (7 miliardi di dollari su 34). Minore l’interesse da parte del Regno Unito (7%,), del Giappone (10 miliardi, il 2,6% soprattutto nell’efficienza energetica degli edifici) e dell’Italia (1%).  

Colletti Verdi. Questa improvvisa conversione all’ecologia ha solo in parte una motivazione politica. Certo, un impegno ecologico piace a quei settori dell’elettorato che hanno accolto con maggiore sospetto i ben maggiori trasferimenti di denaro alle banche e alle industrie (per esempio quella automobilistica). Ma non è solo una operazione di pubbliche relazioni.

«Gli investimenti tesi ad aumentare l’efficienza energetica degli edifici e a utilizzare vento, sole, energia geotermica e biomasse come fonti di energia tendono a stimolare prevalentemente la domanda locale. Con questi investimenti si promuove così la creazione a livello regionale di posti di lavoro qualificati», spiega Filippini, «in alcuni casi si parla addirittura di ‘New Deal verde’». A seguito della crisi del ‘29 molti governi finanziarono la domanda privata impegnando decine di migliaia di persone in compiti come lo sterro,  la costruzione di dighe, strade e ferrovie. A volte questi lavori non erano particolarmente utili. Ma avevano il merito di creare posti di lavoro per quella manovalanza poco qualificata che le industrie avevano licenziato.

La riqualificazione energetica degli edifici, l’energia eolica e l’energia solare fotovoltaica richiedono molta forza lavoro un po’ a tutti i livelli di qualificazione: dai laureati in fisica e ingegneria fino ai tecnici  esperti in elettricità,  per arrivare agli edili e agli installatori di caldaie.  Insomma, un miliardo di dollari investito da un Paese nelle energie rinnovabili ‘resta’, diciamo al 90%, nel paese che ha promosso l’investimento e si trasforma in stipendi. Lo stesso non si può dire di un investimento in centrali nucleari. 

L’impatto si sente già, anche se non è facilissimo da calcolare e i dati disponibili vengono da fonti ‘interessate’. Secondo un rapporto sui ‘green jobs’ - i ‘colletti verdi’, come vengono chiamati oggi - pubblicato dall’Unep, il programma ambientale dell’Onu, i lavoratori ‘verdi’ sarebbero già 2,3 milioni nel mondo, compresi gli agricoltori che coltivano le piante per i biocarburanti. Ma entro il 2030, sostengono all’Unep, potrebbero diventare oltre venti milioni: 6,3 milioni nel solare, 2 milioni nell’eolico, e oltre 12 milioni nei biofuel. 

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Nei Paesi dell’Unione europea (secondo quanto riporta uno studio del mese di gennaio dell’European wind energy association, Ewea) la sola energia eolica nel 2007 impiegava direttamente circa 108mila persone, indirettamente 154mila, e la cifra potrebbe più che raddoppiare entro il 2020, raggiungendo le 330mila unità. 

In Italia, secondo Nomisma Energia, l’occupazione diretta e indiretta generata dai settori dell’energia eolica,  fotovoltaica e delle biomasse nel 2008 era pari a circa 20mila posti di lavoro (erano 10mila nel 2005): 10mila nell’eolico, 2mila nel fotovoltaico, 8mila nelle biomasse. Considerando anche le altri fonti rinnovabili come l’idroelettrico, il geotermico e il solare termico l’occupazione sale a circa 60mila impieghi: entro il 2020 potrebbero essere centomila in più. In Italia il giro d’affari di eolico, fotovoltaico e biomasse è stato nel 2008 di 5,2 miliardi di euro; nel 2002 non si arrivava al miliardo e mezzo, e nel 2008 si è registrata la crescita maggiore (+44 per cento). Il fotovoltaico ha raddoppiato, passando da 339 milioni di euro a 700; l’industria dell’eolico (2,2 miliardi di euro) ha aumentato i suoi ricavi del 43%; le biomasse oggi valgono 2 miliardi e 285 milioni, con un incremento netto di 564 milioni di euro.  

Negli Usa, secondo l’American wind association, nel 2008 il numero di persone che operano nel settore è cresciuto del 70%, arrivando a 85 mila contro le 81 mila persone impiegate nella filiera del carbone.
 



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