10.04.2009
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Attualità - keywords: inchiesta, energie rinnovabili
Governi al verde: un investimento vero
Il secondo vantaggio degli investimenti tesi a ridurre il consumo di idrocarburi è la loro convenienza economica a medio-lungo termine.
Prima di tutto oggi il petrolio costa poco, ma in prospettiva - non foss’altro per la riduzione dell’offerta - costerà sempre di più. Secondo il Peterson institute, un think tank non tenero con l’amministrazione democratica americana, un investimento di ‘soli’ 10 miliardi di dollari per isolare case e uffici pubblici può sostenere fino a 100 mila posti di lavoro tra il 2009 e 2011, consentendo al governo e alle famiglie un risparmio che - a seconda dei risultati ottenuti e dei prezzi del petrolio - va da 1,4 a 3,1 miliardi di dollari all’anno.
Perché le aziende e le famiglie non lo fanno già allora? Semplicemente perchè gli investimenti in caldaie, doppi vetri e infissi per rendere più ‘energy efficient’ gli edifici concentrano il 90% o il 100% dei costi nella fase di installazione e messa in opera. Sul lungo termine il loro costo scende a zero, mentre la resa resta eguale. Si tratta del tipico investimento a lungo-lunghissimo termine che pochissimi privati possono affrontare da soli. Insomma, investire in ecologia sul lungo termine è economicamente giustificato.
«Prendiamo per esempio il caso della Svizzera. Il nostro Paese è caratterizzato da un sistema economico piccolo e molto aperto, vale a dire con un commercio internazionale molto sviluppato. In questo contesto è quindi importante promuovere delle politiche di rilancio e stabilizzazione dell’economia che incrementino la domanda interna e non quella estera», spiega Filippini, esperto nel campo dell’economia dell’energia, «gli investimenti nello sfruttamento di energie rinnovabili e nell’efficienza energetica tendono a far aumentare principalmente la domanda interna e a migliorare la bilancia dei pagamenti, grazie in particolare alla diminuzione della spesa per l’importazione di petrolio. Questo aumento della domanda interna favorisce quindi sia lo sfruttamento di risorse naturali locali, sia lo sviluppo di settori industriali svizzeri ad alto contenuto tecnologico».

Un aspetto strategico. Il terzo vantaggio degli investimenti verdi è in termini strategici. Gli idrocarburi hanno il torto di trovarsi in grande maggioranza in Paesi alleati dell’Occidente, ma politicamente indipendenti quali Brasile o Algeria o a rischio (come Nigeria, Arabia Saudita e Paesi del Golfo, Irak, Kazakhistan e Uzbekistan), o in paesi apertamente schierati contro gli Usa, quali Iran, Venezuela, Bolivia, Libia e Russia. Lo sbilancio sarà sempre più forte perché i giacimenti nei paesi occidentali (Stati Uniti e Mare del Nord) si stanno esaurendo. Ridurre la dipendenza energetica significa ridurre la dipendenza anche politica dei paesi consumatori da quelli produttori.
L’energia politica non basta. Che cosa ci si può attendere da questa evoluzione? Sicuramente un balzo in avanti (solo negli Usa i produttori di impianti eolici si attendono un aumento del 50% nella domanda e quelli fotovoltaici del 100-200%) ma non una rivoluzione. Incentivi, contributi e detrazioni fiscali servono fino a un certo punto in una fase in cui famiglie e aziende non hanno soldi da spendere in investimenti di alcun tipo. I grandi produttori di energia elettrica occidentali (Rwe, Edf, Enel) si trovano davanti un calo della domanda di energia (pensiamo solo alla chiusura di impianti automobilistici o siderurgici) che riduce il grado di utilizzo degli impianti già installati, e sono poco interessati, al di là delle pubbliche relazioni, a investire in altra capacità di generazione.
C’è poi un aspetto tecnico. Gli impianti a idrocarburi e nucleari prevedono un modello gerarchico in cui la capacità di produzione è concentrata, mentre il consumo è distribuito. Le reti di collegamento quindi funzionano in una sola direzione. Gli impianti eolici e quelli fotovoltaici invece prevedono una capacità di generazione distribuita e addirittura la figura del consumatore/produttore: l’azienda o il condominio e perfino la villetta che con i suoi impianti produce per l’autoconsumo, e a seconda dei casi acquista e perfino esporta energia alla rete. Questo modello prevede reti e sistemi di misurazione e tariffazione ‘intelligenti’ ed estremamente flessibili. Un esempio? In Spagna in un giorno di febbraio l’energia eolica installata è arrivata a fornire l’equivalente del 42% del fabbisogno energetico del paese la mattina presto e il 25% nella mattinata. Il giorno dopo il vento è caduto e il contributo è stato pari a zero. Il mercato elettrico è in grado di gestire le variazioni stagionali e orarie nella domanda di energia, ma si basa su un offerta relativamente rigida e prevedibile, non flessibile e imprevedibile come quella delle fonti rinnovabili.

Prezzo ed emissioni. L’improvvisa conversione dei governi alle energie rinnovabili è quindi un dato che avrà effetti importanti sulla domanda delle famiglie, eserciterà un piccolo ruolo congiunturale e darà un impulso alla produzione di energia pulita e al risparmio energetico, ma non basta da sola a ridurre le emissioni di CO2 nell’atmosfera. Per ottenere questo risultato ci vuole altro. Joseph Stieglitz, premio Nobel per l’economia, lo ha spiegato chiaramente, affermando che le forze del mercato si muovono seguendo determinati segnali, in primo luogo i prezzi. Ora nell’energia, come si diceva precedentemente, i prezzi indicano solo una parte dei costi. Tutta la filiera degli idrocarburi, dall’estrazione fino al consumo, invece esternalizza buona parte dei costi. Chi estrae petrolio o gas non paga il costo della CO2 liberata nell’atmosfera, chi lo trasporta non paga l’inquinamento delle petroliere, per non parlare dei costi sociali ed economici, delle tensioni e delle guerre che, guarda caso, si concentrano in aree che producono petrolio o nelle quali passano o devono passare oleodotti e gasdotti. E così via, fino ai veicoli inquinanti che costano a parità di performance come quelli non inquinanti, anzi di meno.
In questo senso la notizia dell’anno e forse del quinquennio non è tanto la disponibilità dei governi ad aumentare i loro investimenti ‘verdi’, ma la decisione degli Stati Uniti di creare al loro interno un sistema di disincentivazione delle emissioni di anidride carbonica simile a quello adottato da Europa e Giappone a Kyoto.
Il principio, chiamato ‘cap & trade’, consiste nel definire per ogni Paese un obiettivo di emissioni ‘concesse’ che può essere fisso o diminuire ogni anno. Queste emissioni concesse prendono forma di ‘permessi di inquinare’ che sono distribuiti alle aziende e organizzazioni che più massicciamente rilasciano gas capaci di aumentare l’effetto serra. Le aziende possono però vendere a terzi questi permessi se la loro emissione nell’anno è inferiore al quantitativo previsto dai permessi in loro possesso, ma devono acquistarli se invece è maggiore. Invece di acquistare un permesso di inquinare le aziende possono acquistare ‘green certificates’ rilasciati da organizzazioni o imprese che invece di inquinare meno di prima hanno avviato una attività in grado di agire in modo positivo sull’ambiente, tipicamente la riforestazione.
La prima fase di implementazione degli accordi ne ha mostrato la validità tecnica e ha permesso di creare un vero mercato dei permessi, con tanto di borse e market maker. Purtroppo il prezzo dei certificati è rapidamente sceso a zero perché nella fase di implementazione degli accordi l’Europa orientale ha chiuso praticamente tutti gli stabilimenti inquinanti dell’era sovietica, divenendo venditore netto di certificati, mentre Europa e Giappone hanno terziarizzato le loro economie delocalizzando le produzioni inquinanti in paesi come la Cina che non partecipavano a Kyoto.
Il modello previsto dalla Casa Bianca è simile alla versione allo studio per la seconda fase degli accordi di Kyoto. I permessi saranno venduti e non regalati alle aziende (consentendo al governo di recuperare 650 miliardi di dollari), varranno un anno e ogni anno ne saranno venduti di meno, in modo da obbligare il paese a ridurre le emissioni. Il modello americano sarà coordinato con quello degli accordi di Kyoto, i quali prevedono l’ingresso della Cina, chiudendo così il cerchio. Manca ancora molto: non bisogna dimenticare che metà delle emissioni di CO2 provengono dall’allevamento (è recente la notizia di un farmaco che, inserito nel mangime degli animali, potrebbe ridurre le loro emissioni di gas) e dall’agricoltura non intensiva, che utilizza la pratica primitiva dell’incendio dei campi dopo il raccolto e l’abbattimento di alberi e comunque non considera le altre forme di inquinamento.

Ma in qualche modo l’implementazione davvero globale di un sistema come quello disegnato a Kyoto potrebbe davvero avere un effetto sul riscaldamento dell’atmosfera, che porterà presto alla desertificazione di terre, all’aumento di un metro o due nel livello dei mari e a seri problemi di approvvigionamento agricolo, contribuendo a ridare ai prezzi il loro significato e orientando così le scelte delle aziende e delle famiglie.
Pubblico e privato possono fare molto se i loro obiettivi sono allineati. Dal Diluvio universale ci salvò l’iniziativa privata di Noè e della sua famiglia. Per contrastare la sua nuova edizione c’è bisogno di qualcosa di più.