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10.03.2009
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Attualità - keywords: inchiesta, materie prime
Un otto volante di acciaio a benzina
Il crollo dei prezzi di molte materie prime registrato negli ultimi mesi, così come la notevole impennata precedente, sono fenomeni che per la loro entità e soprattutto per la vicinanza nel tempo non si sono probabilmente mai riscontrati nel passato.
di Elena Steiger e Marzio Molinari
Tutti hanno in mente il saliscendi incredibile nel prezzo del petrolio, che ha impiegato 10 anni per salire da 40 a oltre 140 dollari al barile e 10 settimane per crollare da 140 a 40, ma i metalli industriali, alcuni metalli preziosi e diverse commodity agricole hanno subìto tutti cali simili nell’ultimo trimestre del 2008. Oltre alla volatilità, inusitata anche per prodotti storicamente volatili come le commodity, colpisce appunto la correlazione fra tipologie di prodotti diverse per utilizzo, mercati di riferimento e struttura dei prezzi. «In effetti negli ultimi mesi abbiamo notato che la correlazione tra le differenti categorie di materie prime è cresciuta piuttosto velocemente, a discapito della diversificazione», spiega Tobias Merath, Head of Commodity Research del Credit Suisse.
La spiegazione è facile. Come un pugile sul ring i mercati delle materie prime hanno subìto un ‘uno-due’ capace di stendere un campione. Dapprima la crisi bancaria in ottobre ha drenato il credito, costringendo gli operatori che lavoravano con un dollaro proprio per ogni cinque (o nove) presi a prestito a rientrare dai crediti vendendo immediatamente e indiscriminatamente tutto quello che possedevano. Tutti sono corsi verso l’uscita contemporaneamente e pochissimi hanno comprato. A questa crisi è seguita l’ondata di riscatti su fondi e hedge fund, che ha costretto a un ulteriore flusso di vendite. Mentre il mercato cercava di ristabilizzarsi e qualcuno iniziava ad acquistare (ad esempio la Cina per le sue riserve strategiche) è arrivata la crisi economica. Una produzione industriale in caduta significa minore fabbisogno di metalli industriali e prodotti energetici (sono le industrie i principali consumatori di energia sotto ogni forma).
Negli stessi mesi l’analisi delle superfici coltivate (che ormai gli analisti effettuano noleggiando satelliti speciali che calcolano l’estensione delle superfici coltivate per ogni tipo di commodity) confermava un raccolto record. Visti i prezzi dell’annata 2007-2008 gli agricoltori hanno messo a coltura superfici prima inutilizzate, portando a un eccesso di offerta sul mercato. Da qui il calo anche delle soft commodity, che si affianca al crollo dell’interesse per i biofuel. Ed eccoci arrivati all’inizio dell’anno. «Ora pare che i mercati stiano diventando gradualmente più indipendenti e che le singole categorie di materie prime stiano cominciando ad evolvere secondo i fondamentali dei loro mercati», spiega Merath. La situazione rimane piena di anomalie. L’inverno nettamente più freddo rispetto agli anni scorsi non rialza il prezzo di petrolio e gas, come invece è sempre accaduto, e molti mercati sono in un forte ‘contango’.
Si parla di ‘backwardation’ quando i prezzi futures sono inferiori ai prezzi spot, e di ‘contango’ quando i prezzi futures sono superiori ai prezzi spot. Attualmente il contango sul petrolio è del 20%, il che significa che non conviene acquistare petrolio a termine. «Complessivamente, dal nostro punto di vista è un segnale incoraggiante che i prezzi delle materie prime stiano iniziando a sviluppare una minore interdipendenza, poiché questo indica che i fondamentali di mercato potrebbero ancora una volta cominciare a giocare un ruolo più importante, e il peggio potrebbe essere passato», nota Merath. Qui di seguito riportiamo alcune valutazioni sui quattro settori nei quali vengono abitualmente suddivise le materie prime (metalli preziosi, metalli industriali, energia, prodotti agricoli).
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