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06.12.2009 in Attualità - keywords: inchiesta, il futuro, megatrends

Che mondo sarà? Riconoscimento

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I crescenti flussi di migrazione pongono con forza il problema del razzismo. Dietro il razzismo c’è una rivendicazione sempre più forte di identità da parte di persone che non possono riconoscersi nel concetto di ‘Stato nazione’, alcuni perché sono immigrati, altri perché la capacità degli Stati di costruire identità si è indebolita rapidamente.  «Gli anni compresi tra la fine della seconda guerra mondiale e la caduta del muro di Berlino possono essere considerati l’età dell’oro della ‘società’. Una stagione nella quale l’ordine societario sembrava poter regnare sovrano. Si è trattato solo di una fugace illusione», nota Mauro Magatti, preside della Facoltà di Sociologia dell’Università Cattolica di Milano. 

Dall’89 in poi gli Stati hanno perso potere in campo economico e soprattutto sociale, alcune ‘agenzie sociali’ (scuola, esercito, amministrazione pubblica) hanno perso credibilità, di altre (televisione e media) lo Stato ha perso il controllo.  Alle istituzioni non si chiede più di fornire dei valori alle persone: «C’è una presa di distanza, se non addirittura una diffidenza verso le istituzioni, che non si traduce però in una posizione di esplicita opposizione. Le istituzioni devono dimostrare di saper rispettare l’individuo e non viceversa», come ha notato Mauro Magatti nel suo libro ‘L’Io globale. Mutamenti della socialità contemporanea’, scritto con Chiara Giaccardi. Le rivendicazioni identitarie e il loro contrario si rivolgono quindi solo in parte allo Stato e più spesso alla società stessa. Quando non vanno a costituire la società attraverso partiti e lobby potenti. Dal punto di vista sociale la rivendicazione identitaria fa parte di quelle lotte per il riconoscimento che dagli anni ‘80 in poi hanno preso il posto delle lotte per la redistribuzione.

La battaglia per il riconoscimento dei diritti e delle specificità è nata in campo sessuale (donne, gay, lesbiche) ed è proseguita in campo religioso ed etnico.  Ci sono però delle differenze importanti: la rivendicazione distributiva ammette la gradualità e il compromesso e parte dal riconoscimento reciproco di sindacato e patronato, la rivendicazione identitaria è solo in parte graduabile e può fare a meno del riconoscimento dell’altro, anzi spesso sfocia nel disconoscimento, nella denuncia della coesistenza.  A differenza delle battaglie redistributive che richiedono una forte rappresentatività degli attori sociali (sindacati e patronato), quelle per il riconoscimento possono essere portate avanti da élite: fondamentalisti islamici o gruppi pseudo paramilitari ‘padani’ si presentano come rappresentanti di tutti gli islamici o di tutti gli abitanti del nord Italia. 

Non importa quanto siano rappresentativi, perché le battaglie per il riconoscimento si combattono letteralmente a colpi di simboli, sfruttando al meglio il potere icastico dell’immagine televisiva. Il modello è quello degli anarchici che attentavano ai re o dei terroristi ‘rossi’, italiani o tedeschi.  A differenza delle battaglie redistributive, che si traducevano in misure (legislazioni sociali o contratti di lavoro) che favorivano tutti, le battaglie per il riconoscimento favoriscono pochi, anche fra gli appartenenti alle categorie ‘riconosciute’.  «Aumenta la capacità di autodeterminazione individuale, ma cresce la schiera dei vulnerabili, perché si indeboliscono contemporaneamente la condizione lavorativa, la stabilità familiare, il welfare state, la comunità locale, le reti relazionali e i riferimenti culturali», conclude Magatti.
 



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