13.11.2009
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Attualità - keywords: inchiesta, frontalieri, bilaterali
Giochi con le frontiere
Toccando quota 44mila, il numero di frontalieri in Ticino ha raggiunto livelli record. Contrariamente alle attese, però, con l’entrata in vigore dei bilaterali è aumentato percentualmente meno che a Zurigo. È cambiata invece la loro composizione: sono più qualificati e lavorano più spesso nel terziario.
di Marzio Molinari ed Elena Steiger
In tre regioni svizzere il fenomeno del frontalierato assume un particolare rilievo: dei circa 216mila frontalieri che lavoravano nella Confederazione a fine giugno, l’80 percento era infatti impiegato nella Regione del Lemano (circa 71mila), nella Svizzera nordoccidentale-regione di Basilea (circa 58mila) e in Ticino (circa 44mila). In termini percentuali però i frontalieri rappresentano solo il 9% della forza lavoro nella Regione del Lemano e a Basilea, mentre in Ticino la quota sul totale delle persone occupate è del 22%. Toccando quota 44mila, il numero di frontalieri in Ticino ha raggiunto livelli record. Contrariamente alle attese, però, con l’entrata in vigore dei bilaterali è aumentato percentualmente meno che a Zurigo. È cambiata invece la loro composizione: sono più qualificati e lavorano più spesso nel terziario.
I bilaterali: più effetti a Zurigo che in Ticino. L’accordo sulla libera circolazione delle persone concluso tra Svizzera e Unione europea, entrato in vigore il 1° giugno 2002, prevedeva una serie di tappe. Fino al 1° giugno 2004 il datore di lavoro svizzero che desiderava assumere un cittadino proveniente dall’estero doveva dimostrare di non trovare in Svizzera una persona con le qualifiche richieste. Da cinque anni e cinque mesi questo non è più necessario. Da due anni e mezzo invece, per l’esattezza dal 1° giugno 2007, è caduto il concetto di zona di frontiera. Risiedere a meno di 20 chilometri dalla frontiera svizzera non è più necessario. Dal 1° giugno 2007 i cittadini dei 15 ‘vecchi’ Stati dell’Ue, di Cipro, Malta e degli Stati dell’Aels possono esercitare come frontalieri un’attività lucrativa in tutta la Svizzera e abitare in qualsiasi regione dell’Ue/Aels; l’unica condizione applicabile a queste persone è il rientro settimanale al domicilio principale all’estero (norma peraltro in vigore già dal 1° giugno del 2002, che a suo tempo aveva sostituito l’obbligo del rientro giornaliero). Concretamente questo significa che oggi una persona residente a Parigi può lavorare a Lugano con un permesso da frontaliere, a condizione che rientri settimanalmente al proprio domicilio francese.

Dal 2004 il numero dei frontalieri in Svizzera è in continua crescita. Nel primo trimestre 2009 erano il 26% in più rispetto al 2004 (crescita media annua del 5,2%), ma l’aumento maggiore si è rilevato nelle regioni del Mittelland (+55%), di Zurigo (+47%) e del Lemano (+41%). In Ticino la progressione (+29%) del numero di frontalieri è stata di poco superiore alla media nazionale. Va detto però che nell’ultimo anno il rallentamento della crescita è stato evidente: tra il primo trimestre 2008 e il primo trimestre 2009 l’effettivo di frontalieri in Svizzera è sì progredito, ma solo del 2 per cento annuo. Una precisazione: quando si parla di frontalierato ci si riferisce sempre a forme di lavoro dipendente; gli indipendenti che entrano in Svizzera sono ancora molto pochi: nel primo trimestre 2009 erano circa un migliaio, la metà dei quali lavorava nel canton Ginevra. Una crescita parallela all’economia ticinese. Alla fine di settembre l’Osservatorio del mercato del lavoro, struttura dell’Istituto di ricerche economiche (Ire) dell’Usi, ha presentato il rapporto annuale sul Ticino, relativo al periodo giugno 2008-giugno 2009. Per quanto riguarda i frontalieri, dalla seconda metà del 2008 la loro crescita ha cominciato a rallentare. Alla fine di giugno 2009 si contavano in Ticino 44.485 frontalieri, 828 in più rispetto al giugno dell’anno precedente: la crescita è stata quindi dell’1,9%.
Questa crisi, a differenza di quelle degli anni ottanta e novanta, non si è risolta in una ‘strage’ di posti di lavoro frontalieri. Questo è avvenuto perché non sono entrate in crisi tutte le attività che assumono un numero importante di lavoratori esteri. E non è nemmeno stata sistematica e generalizzata la sostituzione di posti di lavoro svizzeri a vantaggio dei frontalieri. «Come mai il numero dei frontalieri rimane in crescita, nonostante la pesante crisi?», si chiede Siegfried Alberton, responsabile dell’Osservatorio del mercato del lavoro, «in realtà la situazione è molto diversificata: l’incremento su base annua è stato infatti sostenuto da due settori, servizi alle imprese (soprattutto agenzie di collocamento) con un +9.2%, e commercio, con un +7.2% nel commercio all’ingrosso e un +6.7% nel commercio al dettaglio. E non a caso il settore del commercio in Ticino è anche quello che sta reggendo ancora bene la crisi. Il settore alberghiero è rimasto tendenzialmente stabile (la crescita annuale è stata dello 0,4%), mentre nell’industria e nell’edilizia i frontalieri sono in calo, con tassi annuali rispettivamente di -3% e -1,5%. I prossimi mesi, quando la crisi dovrebbe dispiegare i maggiori effetti sul piano occupazionale, costituiranno la cartina al tornasole per dirci se l’evoluzione del numero di frontalieri in Ticino continuerà ad avere caratteristiche tutto sommato non troppo sorprendenti, come avvenuto finora, o se invece si presenteranno nuove dinamiche, sinora sconosciute».
Il fatto è che dopo la forte ristrutturazione dei primi anni ’90, che ha portato all’abbandono di interi settori ad alta intensità di lavoro che si erano localizzati in Ticino proprio per la presenza dei frontalieri, la crescita dei frontalieri ha mimato fedelmente la crescita economica del Cantone. «La libera circolazione delle persone, che è un fatto più recente, non può quindi spiegare completamente l’aumento costante del numero di frontalieri, che è un fenomeno di lungo periodo iniziato alla fine degli anni Novanta e che è coinciso con la ripresa economica. Detto in altri termini, la libera circolazione può aver senz’altro agevolato l’ingresso di lavoratori frontalieri, ma non ne ha modificato il trend di lungo termine», sostiene Alberton, che all’interno dell’Ire, dove è vice direttore, dirige anche il Centro per l’osservazione delle dinamiche economiche (Code), che nel novembre dello scorso anno ha proprio pubblicato uno studio dedicato alle trasformazioni nel mercato del lavoro ticinese a sei anni dall’entrata in vigore dell’accordo sulla libera circolazione delle persone. Da camiciai a colletti bianchi. La crescita non è però avvenuta nei settori che tradizionalmente ‘assorbivano’ gran parte dei flussi di frontalieri, industria ed edilizia: si è infatti assistito a un processo di ‘terziarizzazione’ del frontalierato, parallelo a quello dell’economia cantonale nel suo complesso: nel 2005 oltre il 72% dell’insieme della manodopera impiegata in Ticino era attiva nel settore terziario, rispetto al 68% del 1995.

«Per far fronte alla crescente domanda di lavoro delle attività legate ai servizi, l’economia ticinese ha fatto ricorso anche alla manodopera straniera, storicamente più associata alle attività del secondario», sottolinea Alberton, «l’incremento dei frontalieri impiegati nelle aziende ticinesi è stato particolarmente accentuato nel commercio, nell’alberghiero, nei servizi alle imprese (soprattutto agenzie di collocamento) e nella sanità e nei servizi sociali. Per quanto riguarda invece il settore finanziario, anche qui si riscontra da qualche anno una crescita del numero di frontalieri, ma in questo caso esistono significative barriere all’entrata (conoscenze delle lingue nazionali, competenze sulla legislazione svizzera, ecc.) che frenano ancora questo afflusso». Il confronto dei dati del 1995 e del 2005 evidenzia bene questo mutamento che ha toccato il frontalierato: nel 1995 il 71% dei frontalieri operava nel settore secondario e solo il 29% nel terziario; dieci anni dopo la percentuale di frontalieri attiva nel secondario è scesa al 57%, mentre gli occupati nel terziario sono saliti al 43%.
Per quanto riguarda la massa salariale complessiva annuale dei frontalieri, essa ammonta a circa 2,3 miliardi di franchi (il salario mediano lordo di un frontaliere nel 2006 era di circa 4.400 franchi al mese). Frontalieri da lontano. Oggi il 20% dei frontalieri proviene da province italiane non confinanti con il Ticino. Sono persone mediamente più qualificate: il loro stipendio mediano mensile (si parla in questo caso di lavoratori al primo stipendio nel nuovo impiego) è di circa 4.200 franchi lordi, rispetto ad uno stipendio mediano di circa 3.700 franchi lordi per i frontalieri ‘classici’. «Questi ‘nuovi’ frontalieri provengono soprattutto dalla provincia di Milano», spiega Alberton, «sono lavoratori qualificati, altamente specializzati, impiegati per esempio nel settore industriale per operare su macchine particolari. Sebbene questo aumento nelle domande per frontalieri costituisca sicuramente un effetto della libera circolazione, non si esclude che questi lavoratori non sarebbero comunque approdati in Ticino o in Svizzera attraverso la richiesta di un permesso di soggiorno di dimora temporaneo».
Senza frontalieri si chiude. Quali ricadute ha per il Ticino ospitare ‘dal lunedì al venerdì’ una popolazione frontaliera pari a un ottavo dei suoi abitanti? «La questione è semplice: ci sono comparti interi che rischierebbero di scomparire senza frontalieri», rileva Alberton, «pensiamo per esempio alle attività manifatturiere (nel 2005 il 49% della manodopera era composta da frontalieri) o alle costruzioni (35% degli addetti). Vi sono aziende nelle quali la percentuale sale al 70-80% e che quindi non potrebbero esistere senza l’apporto dei frontalieri, con evidenti danni anche per quella parte di dipendenti residenti in Ticino (siano essi svizzeri o stranieri) che si ritroverebbero senza lavoro, incrementando così le cifre della disoccupazione. Ma anche nei servizi la presenza dei frontalieri è sempre più importante per il buon funzionamento della nostra economia: pensiamo al commercio (20% degli addetti) e al settore socio-sanitario (14% degli addetti)».