13.11.2009
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Attualità - keywords: inchiesta, frontalieri, bilaterali
Giochi con le frontiere: la questione delle imposte.
Un ulteriore beneficio è quello che deriva dalle imposte pagate in Ticino dai frontalieri, anche se una quota significativa viene ristornata all’Italia.
L’Italia e la Svizzera, per questa particolare categoria di lavoratori che risiede nella fascia di frontiera italiana e che lavora nei cantoni Ticino, Vallese e Grigioni hanno pattuito un Accordo che è entrato in vigore il primo gennaio 1974. «Questo ordinamento stabilisce che la Svizzera preleva l’imposta federale, cantonale e comunale a carico dei frontalieri e ristorna all’Italia annualmente il 40%», spiega Marco Bernasconi, professore e responsabile operativo del Centro di competenze tributarie presso la Supsi, «i beneficiari sono i Comuni italiani di frontiera in proporzione al numero dei loro residenti che lavorano in Svizzera. L’importo che è stato versato dal Cantone Ticino negli ultimi 10 anni oscilla tra i 30 e i 40 milioni di franchi all’anno. Complessivamente dal 1974 ad oggi il Ticino ha versato ai Comuni italiani circa 1 miliardo di franchi». Da più parti si è chiesto che nell’Accordo sia inserito il principio di reciprocità, perché i residenti nella fascia di frontiera svizzera che lavorano in Italia come frontalieri pagano le imposte integralmente in questo paese, senza che alla Svizzera venga riversato il ristorno. «In effetti l’Accordo prevede soltanto l’obbligo del ristorno a carico della Svizzera.

Questa lacuna mette in difficoltà specialmente i Comuni ticinesi i cui residenti lavorano a Campione d’Italia; l’imposta viene prelevata dall’Italia senza che a questi Comuni ne venga riversata una parte. Quindi i costi sono a carico del Ticino e le imposte integralmente a favore dell’Italia», nota Bernasconi, «è auspicabile che nelle trattative in corso tra Italia e Svizzera riguardanti la modifica della disposizione sullo scambio di informazioni, si ponga rimedio a questa lacuna». Ma al di là di questo aspetto specifico, è l’Accordo nel suo insieme che soprattutto in Ticino è stato spesso criticato, perché ritenuto troppo generoso per l’Italia e penalizzante per il Ticino; recentemente i capigruppo in Gran Consiglio delle principali forze politiche cantonali (con l’esclusione dei socialisti) si sono addirittura rivolti a Berna affinché la Confederazione, come reazione all’adozione dello scudo fiscale da parte del governo Berlusconi, ‘congeli’ il 50% di quanto dovuto in base all’Accordo e acceleri un negoziato per rivedere l’Accordo stesso. Anche in questa circostanza si è fatto un confronto con l’Accordo analogo concluso con l’Austria, rivisto nel 2006, che ora prevede di riversare nel paese confinante solo il 12,5% delle imposte prelevate. «A mio modo di vedere la misura così elevata a favore dell’Italia è stata concessa a suo tempo per ‘tacitare’ in qualche modo il mancato accoglimento della richiesta da parte italiana di avere uno scambio di informazioni conforme al Modello dell’Ocse», rileva Bernasconi, « bisogna osservare che i benefici della Convenzione generale tra Svizzera e Italia con particolare riferimento al limitato scambio di informazioni è andato a beneficio di tutta la Svizzera: il costo invece è stato sopportato quasi esclusivamente dal Cantone Ticino con il versamento del ristorno che, lo ripeto, dal 1974 ad oggi sfiora 1 miliardo di franchi. Non vi è quindi soltanto un problema tra Svizzera e Italia, ma anche e soprattutto tra il Cantone Ticino e la Svizzera».

La competizione con i residenti in Ticino. Oltre al problema del sovraccarico della rete stradale legato al traffico privato dei frontalieri (argomento di cui si parla più avanti), un aspetto critico per il Ticino è il possibile effetto di sostituzione della manodopera indigena da parte di quella frontaliera. Fino agli anni Novanta esistevano in Ticino due mercati del lavoro distinti, quello per i residenti e quello per i frontalieri, che in gran parte erano ‘convogliati’ verso l’industria e l’edilizia, in impieghi che raramente entravano in concorrenza diretta con i residenti. Oggi la concorrenza è molto più diretta, complici il processo di terziarizzazione della nostra economia e la liberalizzazione del mercato del lavoro con l’accordo sulla libera circolazione, come già si è detto in precedenza. «Se davvero fosse in atto un sistematico processo di sostituzione le conseguenze colpirebbero in primo luogo i residenti stranieri, che presentano un tasso di disoccupazione doppio rispetto ai residenti svizzeri (mediamente, nel secondo trimestre del 2009, 6,9% rispetto a 3,4%): ma escludo che nel complesso l’introduzione della libera circolazione delle persone abbia sinora comportato una sistematica sostituzione dei lavoratori indigeni con i frontalieri.

Nonostante ciò, in quei settori del terziario dove la presenza dei lavoratori d’oltre confine inizia ad assumere un ruolo più importante rispetto al passato, e dove è quindi sensibilmente aumentata l’esposizione degli indigeni alla concorrenza dei lavoratori d’oltre frontiera, non escludo che possano presentarsi fenomeni di questo tipo, anche se non esistono ancora le prove di una correlazione diretta», sostiene Alberton, che porta l’esempio del settore del commercio, dove vi è stata una delle maggiori crescite nella presenza di frontalieri, ma dove il tasso di disoccupazione (dato che riguarda quindi i residenti) è stabile. Insomma, secondo Alberton non si può escludere che fenomeni di sostituzione esistano (anche perché probabilmente ci sono sempre stati), ma non sono così macroscopici da poter concludere che la sostituzione di lavoratori indigeni da parte di frontalieri sia sistematica.
«È comunque necessario mantenere alto il grado di vigilanza affinché non si verifichino distorsioni delle regole del mercato, comprese situazioni di dumping salariale e sociale. Per questo già da tempo, grazie ad appositi gruppi di lavoro, la Commissione tripartita in materia di libera circolazione delle persone sorveglia con attenzione lo sviluppo dei comparti dell’economia cantonale più a rischio. Da questo punto di vista il Ticino è all’avanguardia in Svizzera, perché già nel 2000 (con la costituzione della Commissione tripartita) si è dotato degli strumenti per combattere gli abusi e perché le sanzioni contro le aziende colte in fallo sono state molto più severe rispetto a quelle generalmente adottate nel resto della Svizzera», conclude il responsabile dell’Osservatorio del mercato del lavoro.